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UN UOMO DUE VOLTI

«Amme pusate chitarre e tambure / pecché ‘sta musica s’ha da cagnà»: in due versi il programma d’arte di Carlo D’Angiò, cantautore e fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Dietro al nome da re, una voce antica, una straordinaria capacità di creare musica nuova, quella certa indolenza nata dalla passione. Dice: «Non si è artisti a tempo pieno e per sempre. Lo stato di grazia a volte dura quindici secondi all’anno». Infatti D’Angiò fa l’ingegnere, l’ha sempre fatto. Ma quei quindici secondi ogni tanto arrivano.
Come comincia la storia, ingegnere D’Angiò?  – Pietro Gargano.

Discussione

2 pensieri su “UN UOMO DUE VOLTI

  1. Avatar di Sconosciuto

    «Cinquantasette anni fa a Bagnoli, allora quartiere operaio e felice. Papà era dipendente dell’Italsider. Da piccolo volevo fare il direttore d’orchestra, ascoltavo le sinfonie alla radio e agitavo sognante una bacchetta; nonna era molto preoccupata per la mia testa. Crescendo scoprii il rock e con Eugenio ed Edoardo Bennato, amici e vicini di casa, fondai un piccolo complesso. Si chiamava Trio Bennato, loro erano in maggioranza. Facevamo i successi di Neil Sedaka, di Paul Anka. La prima fase fu quella».
    E la seconda?
    «La musica negra, spiritual soprattutto. E poiché eravamo affascinati pure da Joan Baez, dalla protesta, da quanto si muoveva a quel tempo, con Eugenio e Giovanni Mauriello allestimmo uno spettacolo per l’integrazione razziale intitolato “Gospel Time”. Era forse la fine del 1962, non ero ancora iscritto all’università. Tutto partì da lì».
    Dalla negritudine?
    «E sì. Ci venne voglia di studiare la musica delle radici, cominciando dalle nostre. Creammo una formazione vocale e strumentale».
    Come si chiamava?
    «Non si chiamava. Ci bastava cercare musica e farla. Girammo per campagne, a partire da Giugliano. E subito ritrovammo la vera tarantella, le tammurriate».
    E poi arrivò Roberto De Simone.
    «Era il 1967, tra le tante cose lui faceva il maestro concertatore dell’Autunno musicale. All’inizio ci aiutò a fare le orchestrazioni. Un giorno gli cantai il ”Guarracino” e lui decise che la nostra strada era quella».
    Chi trovò il nome Nuova Compagnia di Canto Popolare?
    «Eugenio ed io, tirando notte da un vinaio di Bagnoli con l’insegna “Add’e guagliune”, bevendo un buon rosso e cocacola, come facevamo sempre. De Simone aveva proposto ”Gruppo Velardiniello”, lo scartammo, chi sarebbe venuto a sentirci con un nome simile? Per il resto Roberto fu fondamentale, per tutti e segnatamente per me. Mi insegnò a emettere i suoni, a modulare la voce; prima ero tutto istinto. Provavamo a casa sua, a Cavalleggeri d’Aosta, ed era severissimo, guai a tardare di un minuto».
    Intanto lei studiava.
    «Sì, al Politecnico. Tutto in regola, finché l’impegno con la Compagnia non mi assorbì. Avevamo scoperto una miniera rara nella biblioteca di Wolfenbutell in Germania: ci facemmo mandare i microfilm delle villanelle del Cinquecento. Erano a tre voci, le trasformammo a quattro, cinque. Già facevamo da tempo il ”Guarracino” con la fuga a cinque voci finale. Il repertorio s’ingrandì e allora in giro c’era una sola villanella, cantata da Roberto Murolo».
    Il folk revival nacque così e vantò più di un tentativo di imitazione.
    «Eravamo bestie rare, nessun altro faceva ricerche sulla musica etnica. Proponemmo pezzi popolari e popolareschi come Michelemmà, con qualcosa di nostro. Eugenio, io, Mauriello, Peppe Barra, Patrizio Trampetti e una ragazza di dodici anni, Patrizia Schettino, dall’incredibile voce scura, da contralto. A un certo punto doveva andare a scuola, lasciò e arrivò Fausta Vetere a completare la formazione storica».
    Il successo arrivò subito?
    «Sì, nel ‘69 facemmo una serata al Teatro Esse di Gennaro Vitiello, erano previste due repliche, diventarono quindici ed era sempre tutto esaurito. Certo, erano solo 120 posti, ma che soddisfazione. Poi arrivò la tv: il Festival del Folk a Salerno, ”Senza rete” presentato da Paolo Villaggio. E il primo disco con la Barclay, francese. Se ne innamorò Leo Ferré, venne a presentarcelo a Napoli».
    Fu bello finché durò.
    «Nel 1971 aprii il libretto universitario, mancavano dieci esami alla laurea e avevo appena un anno davanti prima del servizio militare. Salutai e mi misi a studiare. Al mio posto non entrò un altro cantante, fu preferito Nunzio Areni, un flautista».
    Le bastò un anno?
    «Passai sui libri venti ore ore al giorno, feci una tesi sui tubi di calore e diventai ingegnere meccanico. Subito dopo partii soldato, il Car a Bari, il resto a Napoli. Mattina in caserma, pomeriggio al Politecnico da assistente. Nel ‘73 sposai Liliana Flocco, arrivarono Adriano e Arianna. Lui è regista e sceneggiatore, ora sta a Hollywood. Lei vive a Londra da quattro anni, mimo corporeo».
    Nel frattempo di tanto in tanto cantava?
    «Macché. Per cinque anni sono stato fermo, lavoravo da dirigente in fabbrica. Poi anche Eugenio Bennato, nel ‘76, uscì dalla Compagnia e formò Musicanova. Arrivai. Il progetto era diverso: non più riproposizioni ma creazioni originali sull’onda lunga dei cantori popolari».
    Eugenio dice di lei: «È un grande artista, scrive cose straordinarie».
    «Siamo amici. Musicanova fu un’esperienza importante. Accanto a noi, Tony Esposito, Teresa De Sio, Gigi De Rienzo, Bob Fix, Alfio Antico. Nello stesso 1976 riscoprimmo Carpino, nel Gargano, la capitale della musica del futuro con uno straordinario passato».
    Ha detto Eugenio Bennato: «Io e Carlo abbandonammo il conservatorio ufficiale e ci iscrivemmo all’università popolare di Carpino. Il nostro docente inconsapevole era Sacco Andrea».
    «E già. Sacco ha una personalità affascinante. Da lui e dai suoi seguaci apprendemmo le varianti della tarantella melodica e gentile. Montanara, Rodianella, Vestiesana. Riprese la ricerca sul campo. Importante fu anche l’incontro con Matteo Salvatore a Sannicandro. Ne ricavammo roba nuova su schemi e stili etnici».
    Lei scriveva la musica, talvolta pure i versi. Con Eugenio firmò «Canzone per Juzzella», ritenuta un modello esemplare di canzone moderna napoletana.
    «Componevo alla chitarra. Però la mia musica con la canzone classica napoletana ha poco a che fare. Mi piace, ma ciò che scrivo, oltre che dei modelli popolari, risente del blues, del rock».
    Quanto durò l’esperienza con Musicanova?
    «Fino al 1981. Però continuai a collaborare come autore con Eugenio diventato solista. Nel 1988 firmammo la colonna sonora di ”Brigante se more” e vincemmo il Nastro d’Argento. Sono tuttora soddisfatto delle musiche che scrissi per ”Cavalli si nasce”, della ”Cantata per Pulcinella” rappresentata una volta sola da Maurizio Scaparro al Mercadante e di una canzone, ”Po’ essere”, diventata sigla di un programma televisivo. Ogni tanto ho fatto qualche concerto, da ospite».
    Soltanto lavoro negli ultimi anni?
    «Con la musica come hobby. Sono stato dirigente della Merloni, dell’Alfa Romeo, dell’Ansaldo per più di un decennio e da non molto sono responsabile del Centro di competenza regionale trasporti. Dal ‘90 mi occupo di innovazioni tecnologiche dal punto di vista manageriale».
    Dalla ricerca sul campo della ricchissima musica povera alla ricerca industriale. Le devo credere fino in fondo?
    «Ho fatto l’ultima apparizione nel marzo 2002 ad Avellino. Non ho più voglia di cantare musica, di farla sì. Sto imparando a suonare il pianoforte, ma certo non lo userò per gli spettacoli. Mi sento più libero, forse un po’ stanco. Ho sempre fatto cose quando tenevo genio, non so comporre su commissione pensando ad altri interpreti, non credo si possa creare musica senza sollecitazioni forti, come se fosse un mestiere qualunque».
    Si può dire che sta aspettando quei quindici secondi di grazia?
    «Chi sa. Pur essendoci molta musica etnica di qualità, penso alla world music di Peter Gabriel, si tende a mischiare tutto. Amo le contaminazioni, ma tra esperienze affini, e la nostra sponda è il Mediterraneo: Maghreb, Turchia, Grecia».

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    Pubblicato da festival | aprile 20, 2005, 3:08 PM
  2. Avatar di Sconosciuto

    «Cinquantasette anni fa a Bagnoli, allora quartiere operaio e felice. Papà era dipendente dell’Italsider. Da piccolo volevo fare il direttore d’orchestra, ascoltavo le sinfonie alla radio e agitavo sognante una bacchetta; nonna era molto preoccupata per la mia testa. Crescendo scoprii il rock e con Eugenio ed Edoardo Bennato, amici e vicini di casa, fondai un piccolo complesso. Si chiamava Trio Bennato, loro erano in maggioranza. Facevamo i successi di Neil Sedaka, di Paul Anka. La prima fase fu quella».
    E la seconda?
    «La musica negra, spiritual soprattutto. E poiché eravamo affascinati pure da Joan Baez, dalla protesta, da quanto si muoveva a quel tempo, con Eugenio e Giovanni Mauriello allestimmo uno spettacolo per l’integrazione razziale intitolato “Gospel Time”. Era forse la fine del 1962, non ero ancora iscritto all’università. Tutto partì da lì».
    Dalla negritudine?
    «E sì. Ci venne voglia di studiare la musica delle radici, cominciando dalle nostre. Creammo una formazione vocale e strumentale».
    Come si chiamava?
    «Non si chiamava. Ci bastava cercare musica e farla. Girammo per campagne, a partire da Giugliano. E subito ritrovammo la vera tarantella, le tammurriate».
    E poi arrivò Roberto De Simone.
    «Era il 1967, tra le tante cose lui faceva il maestro concertatore dell’Autunno musicale. All’inizio ci aiutò a fare le orchestrazioni. Un giorno gli cantai il ”Guarracino” e lui decise che la nostra strada era quella».
    Chi trovò il nome Nuova Compagnia di Canto Popolare?
    «Eugenio ed io, tirando notte da un vinaio di Bagnoli con l’insegna “Add’e guagliune”, bevendo un buon rosso e cocacola, come facevamo sempre. De Simone aveva proposto ”Gruppo Velardiniello”, lo scartammo, chi sarebbe venuto a sentirci con un nome simile? Per il resto Roberto fu fondamentale, per tutti e segnatamente per me. Mi insegnò a emettere i suoni, a modulare la voce; prima ero tutto istinto. Provavamo a casa sua, a Cavalleggeri d’Aosta, ed era severissimo, guai a tardare di un minuto».
    Intanto lei studiava.
    «Sì, al Politecnico. Tutto in regola, finché l’impegno con la Compagnia non mi assorbì. Avevamo scoperto una miniera rara nella biblioteca di Wolfenbutell in Germania: ci facemmo mandare i microfilm delle villanelle del Cinquecento. Erano a tre voci, le trasformammo a quattro, cinque. Già facevamo da tempo il ”Guarracino” con la fuga a cinque voci finale. Il repertorio s’ingrandì e allora in giro c’era una sola villanella, cantata da Roberto Murolo».
    Il folk revival nacque così e vantò più di un tentativo di imitazione.
    «Eravamo bestie rare, nessun altro faceva ricerche sulla musica etnica. Proponemmo pezzi popolari e popolareschi come Michelemmà, con qualcosa di nostro. Eugenio, io, Mauriello, Peppe Barra, Patrizio Trampetti e una ragazza di dodici anni, Patrizia Schettino, dall’incredibile voce scura, da contralto. A un certo punto doveva andare a scuola, lasciò e arrivò Fausta Vetere a completare la formazione storica».
    Il successo arrivò subito?
    «Sì, nel ‘69 facemmo una serata al Teatro Esse di Gennaro Vitiello, erano previste due repliche, diventarono quindici ed era sempre tutto esaurito. Certo, erano solo 120 posti, ma che soddisfazione. Poi arrivò la tv: il Festival del Folk a Salerno, ”Senza rete” presentato da Paolo Villaggio. E il primo disco con la Barclay, francese. Se ne innamorò Leo Ferré, venne a presentarcelo a Napoli».
    Fu bello finché durò.
    «Nel 1971 aprii il libretto universitario, mancavano dieci esami alla laurea e avevo appena un anno davanti prima del servizio militare. Salutai e mi misi a studiare. Al mio posto non entrò un altro cantante, fu preferito Nunzio Areni, un flautista».
    Le bastò un anno?
    «Passai sui libri venti ore ore al giorno, feci una tesi sui tubi di calore e diventai ingegnere meccanico. Subito dopo partii soldato, il Car a Bari, il resto a Napoli. Mattina in caserma, pomeriggio al Politecnico da assistente. Nel ‘73 sposai Liliana Flocco, arrivarono Adriano e Arianna. Lui è regista e sceneggiatore, ora sta a Hollywood. Lei vive a Londra da quattro anni, mimo corporeo».
    Nel frattempo di tanto in tanto cantava?
    «Macché. Per cinque anni sono stato fermo, lavoravo da dirigente in fabbrica. Poi anche Eugenio Bennato, nel ‘76, uscì dalla Compagnia e formò Musicanova. Arrivai. Il progetto era diverso: non più riproposizioni ma creazioni originali sull’onda lunga dei cantori popolari».
    Eugenio dice di lei: «È un grande artista, scrive cose straordinarie».
    «Siamo amici. Musicanova fu un’esperienza importante. Accanto a noi, Tony Esposito, Teresa De Sio, Gigi De Rienzo, Bob Fix, Alfio Antico. Nello stesso 1976 riscoprimmo Carpino, nel Gargano, la capitale della musica del futuro con uno straordinario passato».
    Ha detto Eugenio Bennato: «Io e Carlo abbandonammo il conservatorio ufficiale e ci iscrivemmo all’università popolare di Carpino. Il nostro docente inconsapevole era Sacco Andrea».
    «E già. Sacco ha una personalità affascinante. Da lui e dai suoi seguaci apprendemmo le varianti della tarantella melodica e gentile. Montanara, Rodianella, Vestiesana. Riprese la ricerca sul campo. Importante fu anche l’incontro con Matteo Salvatore a Sannicandro. Ne ricavammo roba nuova su schemi e stili etnici».
    Lei scriveva la musica, talvolta pure i versi. Con Eugenio firmò «Canzone per Juzzella», ritenuta un modello esemplare di canzone moderna napoletana.
    «Componevo alla chitarra. Però la mia musica con la canzone classica napoletana ha poco a che fare. Mi piace, ma ciò che scrivo, oltre che dei modelli popolari, risente del blues, del rock».
    Quanto durò l’esperienza con Musicanova?
    «Fino al 1981. Però continuai a collaborare come autore con Eugenio diventato solista. Nel 1988 firmammo la colonna sonora di ”Brigante se more” e vincemmo il Nastro d’Argento. Sono tuttora soddisfatto delle musiche che scrissi per ”Cavalli si nasce”, della ”Cantata per Pulcinella” rappresentata una volta sola da Maurizio Scaparro al Mercadante e di una canzone, ”Po’ essere”, diventata sigla di un programma televisivo. Ogni tanto ho fatto qualche concerto, da ospite».
    Soltanto lavoro negli ultimi anni?
    «Con la musica come hobby. Sono stato dirigente della Merloni, dell’Alfa Romeo, dell’Ansaldo per più di un decennio e da non molto sono responsabile del Centro di competenza regionale trasporti. Dal ‘90 mi occupo di innovazioni tecnologiche dal punto di vista manageriale».
    Dalla ricerca sul campo della ricchissima musica povera alla ricerca industriale. Le devo credere fino in fondo?
    «Ho fatto l’ultima apparizione nel marzo 2002 ad Avellino. Non ho più voglia di cantare musica, di farla sì. Sto imparando a suonare il pianoforte, ma certo non lo userò per gli spettacoli. Mi sento più libero, forse un po’ stanco. Ho sempre fatto cose quando tenevo genio, non so comporre su commissione pensando ad altri interpreti, non credo si possa creare musica senza sollecitazioni forti, come se fosse un mestiere qualunque».
    Si può dire che sta aspettando quei quindici secondi di grazia?
    «Chi sa. Pur essendoci molta musica etnica di qualità, penso alla world music di Peter Gabriel, si tende a mischiare tutto. Amo le contaminazioni, ma tra esperienze affini, e la nostra sponda è il Mediterraneo: Maghreb, Turchia, Grecia».

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    Pubblicato da festival | aprile 20, 2005, 3:08 PM

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