//
you're reading...
Tutti i post

«Ori di Puglia»

DI VITTORIO, UN CORO PER DARE VOCE ALLE LOTTE DEL SUD
Nel volume distribuito con la "Gazzetta del Mezzogiorno" la storia della colonna sonora del riscatto bracciantile e contadino della prima meta’ del ‘900. Una tradizione rinverdita da Matteo Salvatore e dai Cantori di Carpino
di MICHELE TRECCA

Discussione

Un pensiero su “«Ori di Puglia»

  1. Avatar di Sconosciuto

    I canti popolari del Tavoliere sono stati la colonna sonora degli anni roventi delle lotte bracciantili e contadine della prima metà del secolo. Hanno accompagnato nei campi e nelle piazze la disperazione, la gioia, le speranze di riscatto di generazioni di uomini e di donne. Nelle parole e musiche ingenue di quell’arte povera c’è la nostra infanzia sociale, quando giustizia e democrazia erano un miraggio lontano, come per un bimbo l’età adulta. Dovremmo averli cari, quei canti, custodendoli nella memoria con la stessa cura dei motivi che hanno accompagnato i nostri primi amori… se è vero che la tensione ideale per un mondo diverso da cui essi nascevano è ancora viva dentro noi.
    Sergio D’Amaro di San Marco in Lamis (Foggia) è studioso e poeta. Si è occupato, in particolare, di Carlo Levi e con Gigliola de Donato ne ha allestito la biografia (Un torinese del Sud, Baldini & Castoldi, 2001). Sta per pubblicare un nuovo volume di versi (Beatles). Nel lavoro di analisi e documentazione dei Canti del Tavoliere ha riversato sia la puntigliosa competenza del filologo sia la passione del critico militante da sempre attento a certa letteratura marginale del sud, come le scritture popolari ed emigratorie.
    «Il Tavoliere – ci dice Sergio D’Amaro – ha cantato l’epopea di lotte e sofferenze proletarie fin dalle origini dello scontro di classe nelle campagne, dalla fine dell’800 in poi. Furono soprattutto il Partito socialista e poi il movimento sindacale a canalizzare la protesta e il senso di solidarietà che costituiva il leitmotiv di questa produzione. Prima della Grande Guerra il canto politico nel Tavoliere, alternato al motteggio e alla strofetta satirica, veniva usato anche per caratterizzare le competizioni elettorali che opponevano l’esponente socialista a quello liberale o conservatore o “pagnottista”. La svolta si ebbe negli anni 1920 e ’30, quando la forte personalità di Giuseppe Di Vittorio catalizzò le masse bracciantili del Basso Tavoliere, consentendogli un salto di coscienza politica e di dignità umana. Il passaggio nella “masseria” fu troppo forte per lasciare inerte l’energia sentimentale ed espressiva delle generazioni del primo ‘900».
    Com’era la vita nella «masseria»?
    «La realtà lavorativa della “masseria” è paragonabile soltanto a quella della cascina padana: un’organizzazione ferrea, spietata, che aveva nel soprastante la figura emblematica dello sfruttamento sistematico di queste plebi rurali. Questi braccianti, tra cui si contano anche molte donne e bambini, lavoravano come bestie, si alimentavano con qualche manciata di pancotto o di legumi, dormivano in enormi cameroni, le “cafonerie”, in condizioni indicibili».
    Qual è la specificità dei canti del Tavoliere rispetto a quelli di altre realtà contadine? Si può parlare di temi e schemi ricorrenti?
    «Le prime serie indagini di musica popolare in Capitanata datano a partire dagli anni ’50 e ’60 con le rilevazioni di Diego Carpitella e di Alan Lomax. Bisogna dire che è soprattutto l’area garganica ad essere studiata. Negli anni ’30 ci aveva provato Saverio La Sorsa, accumulando un bel po’ di materiali tra foggiano e barese. E ci avevano provato altri notevoli demologi come Giovanni Tancredi di Monte Sant’Angelo, Nicola Pitta di Apricena e Ester Loiodice di Foggia. I temi di questi canti sono comuni ad altre aree meridionali. Quello che fa la differenza è proprio l’aspetto politico, di cui in realtà non si sapeva molto fino alla ricerca fatta da un gruppo di giovanissimi studiosi nella seconda metà degli anni ’70. La ricerca, coordinata da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero per l’Archivio della cultura di base della Biblioteca Provinciale di Foggia, si concentrò soprattutto sull’area di Cerignola (allargandosi però ad altre importanti aree del Gargano e del Subappennino). La vera scoperta fu che, a fianco del canto tradizionale, intonato sull’onda dei più svariati sentimenti e prodotto dalle più varie istanze spirituali, c’era tutto un universo di canti sociali e politici che rispondevano a fenomeni storici di grande portata».
    Giuseppe Di Vittorio capì l’importanza del canto bracciantile e lo incentivò. In che modo? Con quali obiettivi e risultati?
    «Sì, Di Vittorio capì l’importanza del canto e addirittura caldeggiò la formazione di un coro all’interno dell’organizzazione sindacale di Cerignola (si sa che lui stesso aveva una buona voce da baritono). L’intenzione era quella di coagulare col canto tradizionale le masse popolari, inserendole però in un flusso di nuovi contenuti e di nuovi obiettivi, che erano quelli del riscatto dalla secolare subordinazione agli agrari. Bisogna tener presente che i braccianti di Cerignola e delle zone vicine avevano come antagonisti figure nuove di agrari, tipo i Pavoncelli e i La Rochefoucauld, che credevano alla modernizzazione dell’azienda agraria in senso capitalistico. Fu una lotta molto dura, ma costruttiva di una nuova identità di classe».
    I canti del Tavoliere – come per esempio tanta poesia dialettale – hanno anche valore artistico o solo antropologico e politico?
    «L’espressione “canti del Tavoliere”, adottata per questo libro, copre in realtà l’area più vasta della provincia di Foggia. Ebbene, in Capitanata c’è una netta differenza tra tradizione del canto popolare, radicata soprattutto sul Gargano, e canto politico e satirico-sociale, di elaborazione molto più recente. Questa dualità è dovuta a due storie diverse, a due esperienze che ad un certo punto possiamo immaginare anche sovrapposte. Se il canto popolare di lunga tradizione contiene spunti e motivi che si sono affinati in arte, il canto di ispirazione politica o satirico-polemica, prima solo modulato sull’aria di Bandiera rossa o di Giovinezza a contenuto rovesciato, è stato portato a dignità artistica dal nostro folksinger Matteo Salvatore con uno dei suoi pezzi più famosi, Il soprastante. Non è forse un caso che Salvatore provenga da Apricena, che con San Severo e Torremaggiore è stata un altro importante focolaio di lotte contadine. Ma oltre ai canti bisognerebbe indagare di più nel mondo dei cantastorie, dei macchiettisti, dei poeti-braccianti (e qui penso soprattutto a Michele Sacco, i cui versi potrebbero fare egregiamente da base per canti politici e di protesta). Per non dire delle donne…».
    Diciamolo…
    «Nel fare questo lavoro, la sorpresa più grande è stata l’incontro con una vera e propria pasionaria di San Severo, Mollica Soccorso Foschini, che con la figlia ha interpretato a modo suo le lotte politiche del dopoguerra. Uno di questi brani è stato inserito poi nel documentario del regista Alessandro Piva, Pane e lavoro, nella serie La storia siamo noi di Raitre».
    Si può dire, quindi, che Matteo Salvatore e i Cantori di Carpino abbiano ravvivato e innovato la tradizione dei canti popolari?
    «Direi proprio di sì, visto come sono stati accolti da un pubblico anche giovanile e visto anche come oggi sono tenuti in conto a livello nazionale. Ciò che era solo folkloristico è diventato semplicemente popolare, nel senso vero della parola».

    "Mi piace"

    Pubblicato da festival | marzo 16, 2005, 9:49 am

Scrivi una risposta a festival Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Archivi