Alcune domande/provocazioni per avviare una discussione
a cura di Franco Castelli
Il canto popolare è stato l’oggetto dell’VIII convengno internazionale organizzato dal Laboratorio Etno-antropologico di Rocca Grimalda. All’attenzione degli esperti e dei musicisti intervenuti al convegno è stato sottoposto un breve questionario in cui si chiedeva di giudicare la stagione oggi attraversata dal folk revival nel nostro paese.
Lo riproponiamo in questa pagina a beneficio di quanti sono interessati al canto popolare. Fateci pervenire le vostre risposte. Esse forniranno certamente spunti molto utili alla riflessione che su questi temi.
1. Nell’Italia di oggi, pensate che esista ancora il canto popolare, inteso come forma espressiva intimamente legata alla cultura di tradizione orale? se sì, ritenete che in certi contesti sia ancora una realtà viva e funzionale, oppure pensate che sia ormai un relitto archeologico?
2. Come valutate gli indirizzi e i risultati della ricerca etnomusicologica in Italia, dagli anni’50 ad oggi (Lomax, Carpitella, Leydi e loro scuole)?
3. Secondo voi, si può parlare oggi di folk revival? se sì, in quali termini?
e quali forme di riproposta musicale odierna pensate che possa rientrare in questa formula?
4. L’inatteso successo del CD Il fischio del vapore di De Gregori-Marini (2002), ha suscitato reazioni contrapposte, facendo parlare da alcuni di “resurrezione” o addirittura “rifondazione del folk-revival”, da altri di bieca operazione commerciale di una multinazionale del disco.
Come giudicate questo fenomeno nel particolare contesto politico-culturale dell’Italia di oggi e che tipo di ricezione pensate possa avere presso i giovani delle ultime generazioni, quasi del tutto ignari delle vicende di quel primo folk revival, politicamente impegnato.
5. Cantacronache, Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo Bella ciao di Spoleto 1964, I Dischi del Sole, la collana Albatros, Ci ragiono e canto di Dario Fo: non sono che alcuni momenti della storia della musica italiana, fortemente intrecciata alla storia politica e sociale del nostro paese, dalla metà degli anni ’50 agli anni ’70.
La nascita della canzone alternativa a quella di facile consumo ha gettato le basi per il recupero della tradizione popolare e politica (canzone di protesta, canti sociali e politici) e si è accompagnata alla ricerca sul campo di tipo etnomusicologico, antropologico e storico orale. Pensate sia rimasto qualcosa, oggi, nella coscienza collettiva, di questa eredità?
Ritenete che nella scuola si dovrebbe o potrebbe far qualcosa in questa direzione, per es. da parte degli insegnanti di educazione musicale?
6. Come giudicate la ripresa d’interesse, durante gli ultimi dieci anni, per il dialetto in musica o al servizio della musica? Se Creüza de ma di De André risale a quasi 20 anni fa, come pensate si collochino esperienze più recenti di “riscoperta” o meglio riuso dei dialetti (da Pino Daniele, ai Pitura Freska a Van de Sfroos ecc.), in una società come quella italiana odierna, posta al bivio fra globalizzazione e difesa delle identità locali, fra voglia di intercultura e spinte regressive alla devolution ?
Alcune risposte
Una docente di educazione musicale nella scuola media responsabile SIEM (Società Italiana Educazione Musicale)
1. Per quanto possa capire del fenomeno in oggetto penso che il disco di De Gregori-Marini abbia soprattutto un senso politico. Ritengo, infatti, che sia stata la scelta dei canti a determinarne la curiosità (per i più giovani) e l’apprezzamento (per chi queste canzoni le conosceva ma è stato ben contento di ascoltarle in una interpretazione inedita con binomio tra una grande cantante del canto di tradizione orale come Giovanna Marini e un cantautore come De Gregori). Non sono in grado di prevedere quanto i giovani riusciranno a cogliere della profondità e della ricchezza del canto di tradizione orale, so che anche molti gruppi folk sono seguiti da una pubblico non insignificante. Sarebbe comunque necessario operare a livello di scuola superiore per offrire agli adolescenti qualche strumento di conoscenza e di fruizione critica in più.
2. Mi auguro che ciò che rimane non siano i prodotti fatti a uso e consumo delle ideologie politiche ispirate al gretto rifiuto delle altre culture per cui diventa importante recuperare il proprio dialetto o la propria cultura (anche quando la si deve un po’ inventare) per sottolineare le differenze e combattere le diversità.
Personalmente spero ci siano rimasti in eredità l’interesse per una cultura sommersa (che rappresentava però tante persone che non avendo diritto di parola in altri contesti si ritagliavano nel canto popolare una propria sfera di comunicazione) e la voglia di sentire questo repertorio come qualcosa di vivo, sempre disponibile al cambiamento e alla contaminazione come è di norma avvenuto nella cultura popolare.
3.Il giudizio è assolutamente positivo. I giovani e meno giovani che seguono questi repertori penso lo facciano con una certa consapevolezza culturale perché non è una scelta così facile e immediata. Spero che siano sempre di più quelli che si appassionano a questo genere musicale che va verso il corretto interesse per le tante culture musicali in senso sincronico e diacronico. Sapranno ben discriminare, coloro che apprezzano tali interessanti ricerche in campo musicale, tra le produzioni più strumentali ispirate alla devolution più regressiva e chi lavora per la valorizzazione di una cultura non ufficiale da cui traspare la storia e il pensiero della gente. Anche qui gli strumenti della conoscenza sono importanti ma anche la situazione politica aiuta a ripensare seriamente a temi che in altri momenti storici sono stati un po’ accantonati. Quali canti popolari saranno riportati sui “nuovi libri di storia” prodotti da una visitazione della storia patria a cura della destra italiana? Questi temi non possono non allertarci e i giovani mi sembra non stiano dormendo.
Roberto G. Sacchi, direttore della rivista “FOLK-BULLETIN” 1. Il canto popolare, come ogni altra forma musicale seminale, può astrarsi dalla quotidianità dell’uomo soltanto a causa di eventi esterni di tipo oppressivo o massificante (o anche per colpa del mancato sostegno alle operazioni di difesa del patrimonio culturale autoctono, che si esprime con il non riconoscimento della musica popolare come cultura ma anche al contrario con l’eccessiva intellettualizzazione della ricerca e la sua non volontà divulgativa a livello di massa). In altre parole, se relitto archeologico anche fosse, lo sarebbe non per suo limite ma per colpa nostra. Fortunatamente, per quanto riguarda la mia esperienza di revivalista e osservatore della pratica folklorica di base, esso è ben lungi dall’esserlo.
2. Dipende dai punti di vista. Modesti in senso assoluto, rispetto a quanto fatto prima e meglio in altri Paesi del mondo. Accettabili in senso relativo. L’eccessiva chiusura dimostrata in più occasioni, da sempre, nei confronti delle forme di pratica di base revivalistica è comunque un fardello di pesante responsabilità sulle spalle di chi avrebbe dovuto divulgare e ha avuto paura di farlo.
3. Non “si può” parlarne. SI DEVE! E se ne deve parlare in termini di MUSICA che non ha niente da invidiare a tutti gli altri generi musicali, dalla classica al jazz… In tutte le forme in cui si manifesta, il revival ha una sua legittimità: è il pubblico a decidere chi è bravo e chi meno, perché il pubblico è il popolo (cosa vuol dire, altrimenti, “popolare”?). Il compito dell’intellettuale, del giornalista, del recensore è quello di ascoltare senza pregiudizi e dare degli indirizzi, non di censurare. Così, si cresce insieme e la pratica di base aumenta.
4. Non penso che il successo sia stato inatteso: l’immane sforzo pubblicitario e promozionale non avrebbe potuto che sortire l’effetto voluto. Si tratta di una biechissima operazione commerciale che, a posteriori, ha dimostrato tutta la sua sterilità. I giovani delle ultime generazioni amano la pizzica e la tammurriata per la loro carica liberatoria, le canzoni in dialetto perché apparentemente “contro”. Oggi il ruolo politico della musica popolare è mediato, quindi, ma esiste ancora: non c’è bisogno di essere didascalici e retorici come ai tempi di “Contessa”, la miseria di certe condizioni sociali si denuncia metaforicamente anche con il “Sirio” che non ha certo un testo politico.
5.Mi pare ovvio che gli insegnanti di musica potrebbero svolgere un ruolo determinante in questa direzione: ma chi insegna loro cosa insegnare? Gli stessi che da quarant’anni tengono tutto sotto chiave e si fanno i convegni fra di loro? Non penso proprio… Non servirebbe a nulla. Gli insegnanti di musica dovrebbero innanzitutto frequentare dei corsi di base di strumenti popolari (organetto, violino, armonica a bocca, musica d’insieme: ce ne sono a centinaia in ogni città d’Italia, ogni anno, basta leggere di sfuggita il mensile che dirigo per scoprirne almeno uno a meno di 10 chilometri da ovunque uno risieda), poi imparare a ballare un po’ di danze popolari (anche in questo caso, i corsi non mancano) poi mettere su un gruppettino e andare in giro per le piazze, le scuole, i teatrini a suonare e cantare INSIEME CON LA GENTE le canzoni popolari. Poi, la mattina a scuola, saprebbero come interessare i loro allievi mentre spiegano loro le teorie che gli etnomusicologi hanno elaborato e che Cantacronache, Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo Bella ciao di Spoleto 1964, I Dischi del Sole, la collana Albatros, Ci ragiono e canto di Dario Fo hanno cercato di mettere in pratica per riscrivere una canzone alternativa.
Emilio Franzina, storico 1. Le centomila copie del cd sul Fischio del vapore sono l’effetto, più che di una ripresa genuina e generalizzata d’interesse per il canto popolare, di nostalgie incrociate e di revival provvisori presso strati di pubblico identificabili per tramiti anagrafici, fondamentalmente la generazione, o meglio una sua parte residua, che contestò l’esistente negli anni sessanta e settanta acculturandosi musicalmente anche sui Dischi del Sole e seguendo allora la canzone d’impegno politico e sociale nelle sue diverse proposizioni.
2. Conseguente alla prima risposta, rispetto all’azione svolta da Cantacronache in giù per opera di alcuni gruppi e autori/ricercatori/esecutori, quel che resta oggi nella coscienza collettiva e nell’immaginario generale del paese, non è purtroppo moltissimo. Fra le generazioni si è ricreato uno iato considerevole e, per fare solo un esempio, molte canzoni del patrimonio etnomusicologico di protesta riesumate dal lavorìo sessantottesco notissime alle une risultano del tutto ignote alle altre (provare per credere nell’ambito dei musicisti e dei cantanti professionisti o semiprofessionisti con velleità di intervento sul terreno del canto tradizionale attraverso quesiti elementari su testi base, dai canti anarchici di fine ottocento alle canzoni contro il militarismo e la guerra ecc.).
3. Il processo di “riscoperta” o meglio di riuso dei dialetti non è in atto da poco tempo: Creuza da mà festeggia ad esempio fra poco i vent’anni di vita anche se cantautori d’una certa età come il compianto De Andrè, che la concepì, o come Francesco Guccini , che ha scritto anch’egli vari pezzi in modenese, non obbedivano propriamente a logiche “glocali” ma davano voce a depositi personali di memoria o (Guccini) a una vena ilare e scherzosa che privilegiava il “gioco” reso possibile dal ricorso al dialetto (assonanze con altri mondi linguistici,culturali, musicali ecc.). Diverso, forse, il discorso sui Modena City Ramblers o sui Pitura Freska e sul più recente Van de Sfrooss: i primi due gruppi disciolti o in visibile crisi, l’altro senza dubbio un emergente in sintonia, (seppure non politica) con le chimere padane e leghiste del momento. Essi in effetti testimoniano di una genuina ripresa d’interesse, durante gli ultimi dieci anni, per il dialetto in musica o al servizio della musica che si voglia il più possibile popolare (o politicamente corretta) in un momento in cui sembrano essere venuti meno i punti di riferimento generali o , meglio, in cui il bombardamento sonoro e stilistico a cui ci si trova esposti per l’uso ormai variegatissimo di rock e pop (fra radio, cd, pc , internet, dvd e quant’altro) risulta stordente e penalizzante.
Tiziana Oppizzi, Claudio Piccoli, collaboratori delle riviste “Folk Bulletin” e “Il Cantastorie” 1.L’Italia di oggi subisce una omologazione nei gusti, nelle mode e nelle scelte di carattere politico. Tutti i giorni assistiamo ad una involuzione in senso autoritario della nostra società. Diritti negati per i cittadini italiani e per coloro che non lo sono, costretti ad emigrare dai paesi di origine e con mezzi di fortuna raggiungere il nostro paese. Il tragico naufragio della nave Sirio, brano contenuto nel CD in questione, ricorda agli italiani che solo nello scorso secolo anche noi facevamo parte di quella massa di diseredati. Questo per dire che in epoca di revisionismo o peggio di assenza di memoria storica, anche l’apporto del canto può contribuire a ristabilire verità che oggi vengono taciute o negate.
E’ convinzione di molti che il canto abbia in sé grandi potenzialità di diffusione di idee: pensiamo alla suggestione nell’ascoltare i canti di risaia, le ballate epico liriche o gli stornelli . Per nostra preferenza (o forse per gusto legato all’età), optiamo per le versioni originali, quelle dei cosiddetti “informatori”, non per il revival. Tuttavia la nostra posizione non è di contrapposizione. Il pluralismo non può che giovare alla conoscenza di questo tipo di musica e riteniamo che possano coesistere più tendenze se questo serve a far conoscere ad un pubblico più vasto questo tipo di musica. Forse l’immissione di una strumentazione elettronica unita ad arrangiamenti più consoni ad un gusto “attuale”, può aiutare i giovani a capire il “messaggio” che le generazioni che ci hanno preceduto hanno voluto trasmetterci.
Entrando più nello specifico musicale riteniamo che anche nel campo del revival vi siano gruppi che rispettano il testo originale ed altri che lo utilizzano in modo distorto, a fini unicamente commerciali, quindi non si possono fare generalizzazioni. Ogni giudizio dovrà essere basato sulla qualità del brano o del cd.
Francesco De Gregori e Giovanna Marini per la loro esperienza maturata in molti anni, hanno sicuramente contribuito con questo lavoro a rendere interessante ad un più vasto pubblico il canto che fino ad oggi ha avuto una posizione minoritaria. L’operazione commerciale con la Sony Music è stata inevitabile in quanto oggi sono solo le grosse etichette che determinano il successo.
Passando invece al contesto sociale si assiste ad una ripresa ed una attualizzazione del canto sociale. Molti sono i gruppi nuovi che “attingono” nella vasta area del canto tradizionale e di lotta, si pensi al fiorire di canzoni o ballate dedicate a Carlo Giuliani e ai fatti del luglio 2001 a Genova. O ai rap di protesta dei centri sociali.
Da ricordare anche l’apporto dei cantastorie nell’opera di divulgazione del canto. Ricordiamo primo fra tutti il cantastorie Franco Trincale che fin dagli anni ’60 ha realizzato caustiche ballate contro il potere. (esiste una ampia discografia sul sito: http://www.trincale.com ).Trincale, differenziandosi dai cantastorie siciliani della tradizione, ha operato un rinnovamento, attualizzando le sue ballate con uno stile più “agile” nella forma e più comprensibile al frettoloso pubblico della strada, mantenendo sempre la matrice politica di denuncia.
In sintesi pensiamo che dalla storia e dagli esempi del passato si possono trarre spunti per progettare il futuro. In vista di un autunno che si preannuncia un po’ “burrascoso” e contro l’omologazione dei gusti anche a livello musicale, l’opposizione sociale, a nostro avviso, dovrebbe avvalersi maggiormente del canto sia nelle situazioni di lotta che in quelle di intrattenimento. Prendendo spunto dalle agitprop tedesche e dal cantacronache che alla fine degli anni ’50 percorreva i cortei dei lavoratori con un furgone per diffondere canti di lotta stampati su canzonieri, forse si potrebbe pensare a qualcosa di simile anche adesso. Già operano cori di canto sociale, a Milano il Coro di Micene, e la Banda degli Ottoni a Scoppio che vanno in questa direzione, di intervento militante nei cortei e manifestazioni, ma anche di intrattenimento.
2.Tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere la breve esperienza di Cantacronache o hanno letto e ascoltato le loro produzioni, concordano nell’affermare che è stata una esperienza eccezionale per i contenuti rivoluzionari che ha saputo esprimere e la lungimiranza nei giudizi .
In campo musicale ha dato l’avvio alla grande stagione dei cantautori (De Gregori, Guccini,ecc.); anche nel campo della comunicazione il gruppo di Cantacronache è stato pioniere sull’uso dei media e per la forte critica nei confronti dell’industria discografica, oltre, naturalmente, alla grande produzione di testi impegnati. Il riferimento va alla notissima Per i morti di Reggio Emilia, canzone che ancora oggi è cantata nelle manifestazioni e conserva il suo significato di forte opposizione. Canzone d’autore, scritta da Fausto Amodei, il brano ha avuto una diffusione simile a quella delle ballate a trasmissione orale , passando di bocca in bocca, completamente al di fuori dai circuiti televisivi o radiofonici. (vedi articolo di Fausto Amodei apparso su “L’Unità”, 1° maggio 2002 e intervista a Fausto Amodei, Cantacronache racconta ancora, “Folk Bulletin”, giugno 2003). Più in generale se si pensa all’esperienza maturata grazie ai fermenti culturali degli anni ’70 possiamo affermare che alcune tematiche ancora oggi sono di piena attualità. Soprattutto in riferimento alla loro critica nei confronti della canzone di facile consumo; “evadere dall’evasione”,”rompere il fronte delle canzonette di consumo”, “no alla canzone saponetta” proposta dal Festival di San Remo, erano alcune delle parole d’ordine di Cantacronache che ancora oggi conservano la loro validità sia nei confronti della musica sia per la quasi totalità dei programmi televisivi.
Parlando di eredità degli anni ’70 in campo musicale è da ricordare la figura di Roberto Leydi, considerato il padre dell’etnomusicologia, e la sua opera di divulgazione molto importante di cui l’aspetto concreto è rappresentato dalla sua imponente bibliografia che ha fatto conoscere, insieme alle etichette “I dischi del sole” e “Albatros” da lui dirette, i canti più autentici della nostra terra.
Roberto Leydi accademico, ma personaggio capace di attrarre un pubblico diverso. Umberto Eco lo ha definito “fascinatore di giovani” per la sua capacità di interessare il pubblico giovanile e perché capace di mettere in relazione mondi completamente diversi.
Possiamo affermare con certezza che se oggi il canto popolare ha un suo pubblico questo è dovuto a figure come Roberto Leydi e a uno sparuto numero ricercatori e associazioni, che hanno saputo tramandare alle generazioni future il nostro patrimonio tradizionale.
Cito tra gli altri l’Istituto Ernesto de Martino che ha “salvato” migliaia di registrazioni, filmati, documenti, materiale iconografico e che costituiscono un importante archivio sulla recente storia del nostro paese. Questo archivio rappresenta l’aspetto concreto di una volontà di conservare e tramandare alla generazioni future la cultura orale di cui il canto non è che importante un aspetto.
3.Gli esempi citati di canzone d’autore sono abbastanza diversi tra loro accomunati unicamente dall’utilizzo del dialetto. La musica di Fabrizio De Andrè ha radici profonde e ha lasciato nella sua città natale una impronta indelebile. Anche gruppi tradizionali di canto a trallalero, che a Genova sono una realtà conosciuta ed apprezzata, hanno “reinterpretato”,con il loro tipico stile, brani celebri scritti dal cantautore come ad esempio Creuza de ma. (vedi cd Canterini all’opera, 2000 Deveca Edizioni Musicali.Il cd propone parte del concerto al Teatro Carlo Felice del gennaio 2000 di otto squadre di canto a trallalero presenti nel territorio genovese . Altra testimonianza di questo interscambio lo troviamo nel cd Canti randagi in cui molti gruppi di folk revival hanno rivisitato brani del grande cantautore). Questa commistione tra canzone d’autore e canto popolare è molto significativo di come la tradizione si possa evolvere e trovare nuove forme di realizzazione.
Tuttavia esiste anche l’aspetto della tutela del dialetto altra questione molto interessante che necessita maggiormente approfondimento per non creare confusione o ambiguità.
Partendo dalle grandi spinte innovative degli anni ’70 c’è stato un tentativo da parte degli intellettuali dell’epoca di tutela e salvaguardia delle identità territoriali e locali che però non si è tradotto in azioni concrete. Non c’è stato da parte della “sinistra” un tentativo di salvare le proprie radici culturali, sia nel campo della tutela dei dialetti, considerati retaggi del passato,sia in altri campi della cultura tradizionale.
Per Milano si potrebbe citare l’emblematica vicenda dell’Istituto Ernesto De Martino, che non ha trovato nessun finanziamento, costretto dalla indifferenza delle istituzioni e della sinistra, ad andare in altra sede, per poter continuare la sua attività di documentazione.
A Milano il dialetto rappresenta una ristrettissima minoranza, paradossalmente una ristretta minoranza oggi pratica il dialetto.( vedi articolo “In milanese si dice così- 12 incontri di lingua e cultura milanese” su rivista Il Cantastorie, n.59, gen/giugno 2001 e successivi numeri con interviste della redazione milanese a personaggi tipici milanesi. Si parla di una esperienza che attualmente è presente a Milano sulla lingua e la cultura milanese. (Apprendimento del dialetto, degli autori e l’apprendimento delle “bosinate”, componimenti dialettal-poetici in rima e intervista agli organizzatori). Una esperienza che vuole dare degli strumenti di comprensione in opposizione a nostalgie sui “bei tempi andati” e lontanissima da teorie su presunte “identità etniche” che in questi ultimi anni si sono diffuse soprattutto nel nord Italia. Una esperienza che attualmente va avanti quasi a livello volontaristico, ma che a mio avviso è di grande valore culturale.
Fausto Amodei, cantautore, protagonista di “Cantacronache” (Torino, 1958-1962) 1. Se per canto popolare va inteso solo quello legato alla cultura tradizionale orale, esso esiste in Italia solo più in alcune aree di tradizione contadina e pastorale (cantastorie, rispetti e contrasti in rima, danze ecc.) Credo però che vada definita “popolare” non solo una cultura tradizionale ed orale, ma anche una cultura attuale e scritta, che però risponda, fra l’altro, a due caratteristiche: essere fruita ed utilizzata come materia “diversa” anche se non necessariamente antagonista, rispetto alla cultura massificata trasmessa dai media correnti; avere una funzione di strumento materiale di comunicazione, per eventi specifici e concreti.
2. I risultati della ricerca etnomusicologica in Italia, a partire dal secondo dopoguerra, hanno costituito uno splendido archivio di “memoria”, che può e deve essere conservata, diffusa e messa a disposizione della comunità. Personalmente, rispetto alle impostazioni rigorosamente “filologiche”, preferisco le impostazioni che accettano ed anzi valorizzano le contaminazioni, le evoluzioni, gli aggiornamenti, cioè tendono a riutilizzare questo patrimonio del passato come strumento materiale di comunicazione il giorno d’oggi, sfuggendo al rischio della nostalgia per i bei tempi passati ed al fascino del “suggestivo”.
3. Di folk revival ce ne sono parecchi. Personalmente apprezzo in particolare quelli che, attorno alla raccolta ed esecuzione di canzoni e musiche, costruiscono un momento di mobilitazione culturale collettiva (es. Bajo Dora) più di quelli che vogliono esclusivamente o soprattutto ricreare un clima d’antan, ad uso di un pubblico di “ascoltatori”.
4. Non mi scandalizza il fatto che un disco come quello di De Gregori-Marini, abbia avuto un insperato successo commerciale. Attraverso un successo commerciale si può anche estendere ad una quantità maggiore di persone, nuove generazioni comprese, la coscienza di una cultura “popolare” come ho cercato di definirla al p.to 1). Naturalmente c’è il rischio che, per raggiungere un successo commerciale, si snaturi il “popolare” e lo si omologhi al “pop”. Ma non mi pare che questo sia successo per il disco in questione.
5. Penso che nella coscienza collettiva il senso delle operazioni come quelle citate dagli anni ’50 agli anni ’70 abbiano un andamento ciclico, per cui nascono, si sviluppano, deperiscono anche perché non riescono a rinnovarsi in tempo, per rinascere poi sotto nuova veste, anche senza la coscienza di raccogliere un’eredità formatasi nella fase precedente. E questo avviene a seguito di mutazioni collettive e sociali ben più ampie dell’ambito strettamente etnomusicologico e “canzonieristico”. Penso che, da parte delle scuole, più importante dell’introdurre la “musica popolare” come materia d’insegnamento, sia riuscire a diffondere il costume ed il gusto di farsi la musica da soli anziché ascoltare solo quella fatta da altri, anche (e forse soprattutto) in chiave assolutamente non accademica, come una specie di bricolage.
6. L’uso del dialetto nella canzone. Naturalmente c’è il rischio di un’appropriazioni indebita del dialetto da parte dei localismi “devoluzionisti”, ma non penso che questo rischio debba far rinunciare all’uso degli idiomi regionali, con i quali è possibile dire cose che “in lingua” non si possono dire con altrettanta specificità. Dipende anche molto dai contenuti che si esprimono con il dialetto. Se si impara a dire in buon piemontese, “nostra patria è il mondo intero”, si fa un’operazione non regressiva né localistica. Naturalmente ci sono dialetti con aree di utenza enormemente differenziate, e questo può portare a giudizi diversi a seconda del dialetto di cui si tratta.
Marino Anesa, ricercatore di cultura popolare 1. Il canto popolare esiste (o meglio: resiste) ancora oggi ed è tuttora possibile armarsi di registratore e scovare documenti orali interessanti e integri. Ritengo che però si tratti, purtroppo, di un fenomeno residuale. Essendo venute meno in gran parte le realtà culturali (contadine, artigiane, operaie) che le hanno espresse, queste espressioni sono completamente defunzionalizzate e rimangono archiviate nella memoria, oppure sopravvivono in forme banalmente spettacolari ad uso del turista di passaggio o del piccolo borghese in cerca di colore locale. L’espressione “relitto archeologico” è un po’ forte, ma non del tutto impropria. In ogni caso vale ancora la pena di studiare e documentare i canti popolari, prima che qualche genio incominci a dire – come per l’Olocausto o la Resistenza – che non sono mai esistiti e che sono un’invenzione dei comunisti.
2.La ricerca etnomusicologica italiana ha prodotto risultati eccellenti, apprezzati anche a livello internazionale, grazie agli studiosi citati nella domanda, ma anche alla fitta rete di ricercatori locali che, in autonomia e con propri mezzi, hanno compiuto ricerche di primaria importanza. Valutando la produzione attuale, si può affermare che gli studi in questo settore godono ottima salute. Non così roseo è il bilancio ove si consideri la ricezione da parte del vasto pubblico dei prodotti di questo grande lavoro. Ho la sempre più netta sensazione di trovarmi di fronte a un circuito chiuso, limitato agli addetti ai lavori. I giornali, le radio e le televisioni continuano a raccontare sulla cultura popolare le banalità che sfornavano vent’anni addietro.
3.Non sono mai stato un estimatore del fenomeno del folk revival, anche se devo riconoscergli nella fase iniziale un certo valore didattico ed esemplificativo. In ogni caso si tratta di brutte (o belle, il che è ancora peggio) copie degli originali. In qualche caso le trovo patetiche, in altre (specialmente quando vengono accompagnate da forzature ideologiche) semplicemente irritanti. In alcune nazioni (Gran Bretagna, Irlanda) il fenomeno del revival ha assunto connotati ridicoli, arrivando all’invenzione di presunti stili musicali popolari mai esistiti. In ogni caso continua a interessarmi solamente l’ascolto e lo studio delle versioni originali. Apprezzo invece il lavoro dei musicisti che si ispirano alla tradizione musicale popolare per creare opere nuove. Penso che quest’ultima sia l’unica forma di “riproposta” che oggi possa avere significato, utilità e valore.
4. Per essere d’accordo con gli entusiasti sostenitori dell’operazione De Gregori/Marini dovrei credere nella resurrezione dei morti e caldeggiare la rifondazione del folk revival. Poiché escludo entrambe le ipotesi, sono invece portato a considerare questa incisione un fatto puramente commerciale e non so spiegarmene il successo. Direi che è un altro bel passo verso la banalizzazione della cultura popolare e non sono neppure convinto della buona fede dei protagonisti della performance. Sul piano strettamente musicale questo CD mi lascia del tutto indifferente.
5. Tra le iniziative e realizzazioni elencate nella domanda distinguerei due filoni, anche se a volte sono stati rappresentati dalle stesse persone. Del primo, più marcatamente ideologico (Cantacronache, Il Nuovo Canzoniere Italiano, canzone “alternativa” e politica) non sento la mancanza e non credo che abbia lasciato molte tracce. Del secondo (Dischi del Sole, collana Albatros, ricerche sul campo) sono, nel mio piccolo, un operatore e penso che questo lavoro non sia stato fatto invano e resista alla prova spietata del trascorrere del tempo. Il ruolo che la scuola può giocare in questo ambito (e non solo attraverso gli insegnanti di educazione musicale, ma anche in forme interdisciplinari) è importantissimo. Questa può essere un’ancora di salvezza per non vanificare il nostro lavoro e va attentamente considerata e favorita.
6. Le esperienze di “recupero” dell’espressione dialettale nel canto sono positive, proprio per la loro valenza anti-globalizzante. Possono avere esiti di alta qualità sia nei contenuti dei testi, sia nelle relazioni tra il sound del dialetto e la musica. Come ogni altra cosa, hanno un senso se condotte da persone intelligenti e dotate – tra le altre virtù – anche di senso della misura e dell’umorismo. I rischi sono ancora una volta quelli di un approccio banale e strumentale.
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Pubblicato da festival | febbraio 19, 2005, 12:06 PM1. Nell’Italia di oggi, pensate che esista ancora il canto popolare, inteso come forma espressiva intimamente legata alla cultura di tradizione orale? se sì, ritenete che in certi contesti sia ancora una realtà viva e funzionale, oppure pensate che sia ormai un relitto archeologico?
2. Come valutate gli indirizzi e i risultati della ricerca etnomusicologica in Italia, dagli anni’50 ad oggi (Lomax, Carpitella, Leydi e loro scuole)?
3. Secondo voi, si può parlare oggi di folk revival? se sì, in quali termini?
e quali forme di riproposta musicale odierna pensate che possa rientrare in questa formula?
4. L’inatteso successo del CD Il fischio del vapore di De Gregori-Marini (2002), ha suscitato reazioni contrapposte, facendo parlare da alcuni di “resurrezione” o addirittura “rifondazione del folk-revival”, da altri di bieca operazione commerciale di una multinazionale del disco.
Come giudicate questo fenomeno nel particolare contesto politico-culturale dell’Italia di oggi e che tipo di ricezione pensate possa avere presso i giovani delle ultime generazioni, quasi del tutto ignari delle vicende di quel primo folk revival, politicamente impegnato.
5. Cantacronache, Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo Bella ciao di Spoleto 1964, I Dischi del Sole, la collana Albatros, Ci ragiono e canto di Dario Fo: non sono che alcuni momenti della storia della musica italiana, fortemente intrecciata alla storia politica e sociale del nostro paese, dalla metà degli anni ’50 agli anni ’70.
La nascita della canzone alternativa a quella di facile consumo ha gettato le basi per il recupero della tradizione popolare e politica (canzone di protesta, canti sociali e politici) e si è accompagnata alla ricerca sul campo di tipo etnomusicologico, antropologico e storico orale. Pensate sia rimasto qualcosa, oggi, nella coscienza collettiva, di questa eredità?
Ritenete che nella scuola si dovrebbe o potrebbe far qualcosa in questa direzione, per es. da parte degli insegnanti di educazione musicale?
6. Come giudicate la ripresa d’interesse, durante gli ultimi dieci anni, per il dialetto in musica o al servizio della musica? Se Creüza de ma di De André risale a quasi 20 anni fa, come pensate si collochino esperienze più recenti di “riscoperta” o meglio riuso dei dialetti (da Pino Daniele, ai Pitura Freska a Van de Sfroos ecc.), in una società come quella italiana odierna, posta al bivio fra globalizzazione e difesa delle identità locali, fra voglia di intercultura e spinte regressive alla devolution ?
Alcune risposte
Una docente di educazione musicale nella scuola media responsabile SIEM (Società Italiana Educazione Musicale)
1. Per quanto possa capire del fenomeno in oggetto penso che il disco di De Gregori-Marini abbia soprattutto un senso politico. Ritengo, infatti, che sia stata la scelta dei canti a determinarne la curiosità (per i più giovani) e l’apprezzamento (per chi queste canzoni le conosceva ma è stato ben contento di ascoltarle in una interpretazione inedita con binomio tra una grande cantante del canto di tradizione orale come Giovanna Marini e un cantautore come De Gregori). Non sono in grado di prevedere quanto i giovani riusciranno a cogliere della profondità e della ricchezza del canto di tradizione orale, so che anche molti gruppi folk sono seguiti da una pubblico non insignificante. Sarebbe comunque necessario operare a livello di scuola superiore per offrire agli adolescenti qualche strumento di conoscenza e di fruizione critica in più.
2. Mi auguro che ciò che rimane non siano i prodotti fatti a uso e consumo delle ideologie politiche ispirate al gretto rifiuto delle altre culture per cui diventa importante recuperare il proprio dialetto o la propria cultura (anche quando la si deve un po’ inventare) per sottolineare le differenze e combattere le diversità.
Personalmente spero ci siano rimasti in eredità l’interesse per una cultura sommersa (che rappresentava però tante persone che non avendo diritto di parola in altri contesti si ritagliavano nel canto popolare una propria sfera di comunicazione) e la voglia di sentire questo repertorio come qualcosa di vivo, sempre disponibile al cambiamento e alla contaminazione come è di norma avvenuto nella cultura popolare.
3.Il giudizio è assolutamente positivo. I giovani e meno giovani che seguono questi repertori penso lo facciano con una certa consapevolezza culturale perché non è una scelta così facile e immediata. Spero che siano sempre di più quelli che si appassionano a questo genere musicale che va verso il corretto interesse per le tante culture musicali in senso sincronico e diacronico. Sapranno ben discriminare, coloro che apprezzano tali interessanti ricerche in campo musicale, tra le produzioni più strumentali ispirate alla devolution più regressiva e chi lavora per la valorizzazione di una cultura non ufficiale da cui traspare la storia e il pensiero della gente. Anche qui gli strumenti della conoscenza sono importanti ma anche la situazione politica aiuta a ripensare seriamente a temi che in altri momenti storici sono stati un po’ accantonati. Quali canti popolari saranno riportati sui “nuovi libri di storia” prodotti da una visitazione della storia patria a cura della destra italiana? Questi temi non possono non allertarci e i giovani mi sembra non stiano dormendo.
Roberto G. Sacchi, direttore della rivista “FOLK-BULLETIN” 1. Il canto popolare, come ogni altra forma musicale seminale, può astrarsi dalla quotidianità dell’uomo soltanto a causa di eventi esterni di tipo oppressivo o massificante (o anche per colpa del mancato sostegno alle operazioni di difesa del patrimonio culturale autoctono, che si esprime con il non riconoscimento della musica popolare come cultura ma anche al contrario con l’eccessiva intellettualizzazione della ricerca e la sua non volontà divulgativa a livello di massa). In altre parole, se relitto archeologico anche fosse, lo sarebbe non per suo limite ma per colpa nostra. Fortunatamente, per quanto riguarda la mia esperienza di revivalista e osservatore della pratica folklorica di base, esso è ben lungi dall’esserlo.
2. Dipende dai punti di vista. Modesti in senso assoluto, rispetto a quanto fatto prima e meglio in altri Paesi del mondo. Accettabili in senso relativo. L’eccessiva chiusura dimostrata in più occasioni, da sempre, nei confronti delle forme di pratica di base revivalistica è comunque un fardello di pesante responsabilità sulle spalle di chi avrebbe dovuto divulgare e ha avuto paura di farlo.
3. Non “si può” parlarne. SI DEVE! E se ne deve parlare in termini di MUSICA che non ha niente da invidiare a tutti gli altri generi musicali, dalla classica al jazz… In tutte le forme in cui si manifesta, il revival ha una sua legittimità: è il pubblico a decidere chi è bravo e chi meno, perché il pubblico è il popolo (cosa vuol dire, altrimenti, “popolare”?). Il compito dell’intellettuale, del giornalista, del recensore è quello di ascoltare senza pregiudizi e dare degli indirizzi, non di censurare. Così, si cresce insieme e la pratica di base aumenta.
4. Non penso che il successo sia stato inatteso: l’immane sforzo pubblicitario e promozionale non avrebbe potuto che sortire l’effetto voluto. Si tratta di una biechissima operazione commerciale che, a posteriori, ha dimostrato tutta la sua sterilità. I giovani delle ultime generazioni amano la pizzica e la tammurriata per la loro carica liberatoria, le canzoni in dialetto perché apparentemente “contro”. Oggi il ruolo politico della musica popolare è mediato, quindi, ma esiste ancora: non c’è bisogno di essere didascalici e retorici come ai tempi di “Contessa”, la miseria di certe condizioni sociali si denuncia metaforicamente anche con il “Sirio” che non ha certo un testo politico.
5.Mi pare ovvio che gli insegnanti di musica potrebbero svolgere un ruolo determinante in questa direzione: ma chi insegna loro cosa insegnare? Gli stessi che da quarant’anni tengono tutto sotto chiave e si fanno i convegni fra di loro? Non penso proprio… Non servirebbe a nulla. Gli insegnanti di musica dovrebbero innanzitutto frequentare dei corsi di base di strumenti popolari (organetto, violino, armonica a bocca, musica d’insieme: ce ne sono a centinaia in ogni città d’Italia, ogni anno, basta leggere di sfuggita il mensile che dirigo per scoprirne almeno uno a meno di 10 chilometri da ovunque uno risieda), poi imparare a ballare un po’ di danze popolari (anche in questo caso, i corsi non mancano) poi mettere su un gruppettino e andare in giro per le piazze, le scuole, i teatrini a suonare e cantare INSIEME CON LA GENTE le canzoni popolari. Poi, la mattina a scuola, saprebbero come interessare i loro allievi mentre spiegano loro le teorie che gli etnomusicologi hanno elaborato e che Cantacronache, Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo Bella ciao di Spoleto 1964, I Dischi del Sole, la collana Albatros, Ci ragiono e canto di Dario Fo hanno cercato di mettere in pratica per riscrivere una canzone alternativa.
Emilio Franzina, storico 1. Le centomila copie del cd sul Fischio del vapore sono l’effetto, più che di una ripresa genuina e generalizzata d’interesse per il canto popolare, di nostalgie incrociate e di revival provvisori presso strati di pubblico identificabili per tramiti anagrafici, fondamentalmente la generazione, o meglio una sua parte residua, che contestò l’esistente negli anni sessanta e settanta acculturandosi musicalmente anche sui Dischi del Sole e seguendo allora la canzone d’impegno politico e sociale nelle sue diverse proposizioni.
2. Conseguente alla prima risposta, rispetto all’azione svolta da Cantacronache in giù per opera di alcuni gruppi e autori/ricercatori/esecutori, quel che resta oggi nella coscienza collettiva e nell’immaginario generale del paese, non è purtroppo moltissimo. Fra le generazioni si è ricreato uno iato considerevole e, per fare solo un esempio, molte canzoni del patrimonio etnomusicologico di protesta riesumate dal lavorìo sessantottesco notissime alle une risultano del tutto ignote alle altre (provare per credere nell’ambito dei musicisti e dei cantanti professionisti o semiprofessionisti con velleità di intervento sul terreno del canto tradizionale attraverso quesiti elementari su testi base, dai canti anarchici di fine ottocento alle canzoni contro il militarismo e la guerra ecc.).
3. Il processo di “riscoperta” o meglio di riuso dei dialetti non è in atto da poco tempo: Creuza da mà festeggia ad esempio fra poco i vent’anni di vita anche se cantautori d’una certa età come il compianto De Andrè, che la concepì, o come Francesco Guccini , che ha scritto anch’egli vari pezzi in modenese, non obbedivano propriamente a logiche “glocali” ma davano voce a depositi personali di memoria o (Guccini) a una vena ilare e scherzosa che privilegiava il “gioco” reso possibile dal ricorso al dialetto (assonanze con altri mondi linguistici,culturali, musicali ecc.). Diverso, forse, il discorso sui Modena City Ramblers o sui Pitura Freska e sul più recente Van de Sfrooss: i primi due gruppi disciolti o in visibile crisi, l’altro senza dubbio un emergente in sintonia, (seppure non politica) con le chimere padane e leghiste del momento. Essi in effetti testimoniano di una genuina ripresa d’interesse, durante gli ultimi dieci anni, per il dialetto in musica o al servizio della musica che si voglia il più possibile popolare (o politicamente corretta) in un momento in cui sembrano essere venuti meno i punti di riferimento generali o , meglio, in cui il bombardamento sonoro e stilistico a cui ci si trova esposti per l’uso ormai variegatissimo di rock e pop (fra radio, cd, pc , internet, dvd e quant’altro) risulta stordente e penalizzante.
Tiziana Oppizzi, Claudio Piccoli, collaboratori delle riviste “Folk Bulletin” e “Il Cantastorie” 1.L’Italia di oggi subisce una omologazione nei gusti, nelle mode e nelle scelte di carattere politico. Tutti i giorni assistiamo ad una involuzione in senso autoritario della nostra società. Diritti negati per i cittadini italiani e per coloro che non lo sono, costretti ad emigrare dai paesi di origine e con mezzi di fortuna raggiungere il nostro paese. Il tragico naufragio della nave Sirio, brano contenuto nel CD in questione, ricorda agli italiani che solo nello scorso secolo anche noi facevamo parte di quella massa di diseredati. Questo per dire che in epoca di revisionismo o peggio di assenza di memoria storica, anche l’apporto del canto può contribuire a ristabilire verità che oggi vengono taciute o negate.
E’ convinzione di molti che il canto abbia in sé grandi potenzialità di diffusione di idee: pensiamo alla suggestione nell’ascoltare i canti di risaia, le ballate epico liriche o gli stornelli . Per nostra preferenza (o forse per gusto legato all’età), optiamo per le versioni originali, quelle dei cosiddetti “informatori”, non per il revival. Tuttavia la nostra posizione non è di contrapposizione. Il pluralismo non può che giovare alla conoscenza di questo tipo di musica e riteniamo che possano coesistere più tendenze se questo serve a far conoscere ad un pubblico più vasto questo tipo di musica. Forse l’immissione di una strumentazione elettronica unita ad arrangiamenti più consoni ad un gusto “attuale”, può aiutare i giovani a capire il “messaggio” che le generazioni che ci hanno preceduto hanno voluto trasmetterci.
Entrando più nello specifico musicale riteniamo che anche nel campo del revival vi siano gruppi che rispettano il testo originale ed altri che lo utilizzano in modo distorto, a fini unicamente commerciali, quindi non si possono fare generalizzazioni. Ogni giudizio dovrà essere basato sulla qualità del brano o del cd.
Francesco De Gregori e Giovanna Marini per la loro esperienza maturata in molti anni, hanno sicuramente contribuito con questo lavoro a rendere interessante ad un più vasto pubblico il canto che fino ad oggi ha avuto una posizione minoritaria. L’operazione commerciale con la Sony Music è stata inevitabile in quanto oggi sono solo le grosse etichette che determinano il successo.
Passando invece al contesto sociale si assiste ad una ripresa ed una attualizzazione del canto sociale. Molti sono i gruppi nuovi che “attingono” nella vasta area del canto tradizionale e di lotta, si pensi al fiorire di canzoni o ballate dedicate a Carlo Giuliani e ai fatti del luglio 2001 a Genova. O ai rap di protesta dei centri sociali.
Da ricordare anche l’apporto dei cantastorie nell’opera di divulgazione del canto. Ricordiamo primo fra tutti il cantastorie Franco Trincale che fin dagli anni ’60 ha realizzato caustiche ballate contro il potere. (esiste una ampia discografia sul sito: http://www.trincale.com ).Trincale, differenziandosi dai cantastorie siciliani della tradizione, ha operato un rinnovamento, attualizzando le sue ballate con uno stile più “agile” nella forma e più comprensibile al frettoloso pubblico della strada, mantenendo sempre la matrice politica di denuncia.
In sintesi pensiamo che dalla storia e dagli esempi del passato si possono trarre spunti per progettare il futuro. In vista di un autunno che si preannuncia un po’ “burrascoso” e contro l’omologazione dei gusti anche a livello musicale, l’opposizione sociale, a nostro avviso, dovrebbe avvalersi maggiormente del canto sia nelle situazioni di lotta che in quelle di intrattenimento. Prendendo spunto dalle agitprop tedesche e dal cantacronache che alla fine degli anni ’50 percorreva i cortei dei lavoratori con un furgone per diffondere canti di lotta stampati su canzonieri, forse si potrebbe pensare a qualcosa di simile anche adesso. Già operano cori di canto sociale, a Milano il Coro di Micene, e la Banda degli Ottoni a Scoppio che vanno in questa direzione, di intervento militante nei cortei e manifestazioni, ma anche di intrattenimento.
2.Tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere la breve esperienza di Cantacronache o hanno letto e ascoltato le loro produzioni, concordano nell’affermare che è stata una esperienza eccezionale per i contenuti rivoluzionari che ha saputo esprimere e la lungimiranza nei giudizi .
In campo musicale ha dato l’avvio alla grande stagione dei cantautori (De Gregori, Guccini,ecc.); anche nel campo della comunicazione il gruppo di Cantacronache è stato pioniere sull’uso dei media e per la forte critica nei confronti dell’industria discografica, oltre, naturalmente, alla grande produzione di testi impegnati. Il riferimento va alla notissima Per i morti di Reggio Emilia, canzone che ancora oggi è cantata nelle manifestazioni e conserva il suo significato di forte opposizione. Canzone d’autore, scritta da Fausto Amodei, il brano ha avuto una diffusione simile a quella delle ballate a trasmissione orale , passando di bocca in bocca, completamente al di fuori dai circuiti televisivi o radiofonici. (vedi articolo di Fausto Amodei apparso su “L’Unità”, 1° maggio 2002 e intervista a Fausto Amodei, Cantacronache racconta ancora, “Folk Bulletin”, giugno 2003). Più in generale se si pensa all’esperienza maturata grazie ai fermenti culturali degli anni ’70 possiamo affermare che alcune tematiche ancora oggi sono di piena attualità. Soprattutto in riferimento alla loro critica nei confronti della canzone di facile consumo; “evadere dall’evasione”,”rompere il fronte delle canzonette di consumo”, “no alla canzone saponetta” proposta dal Festival di San Remo, erano alcune delle parole d’ordine di Cantacronache che ancora oggi conservano la loro validità sia nei confronti della musica sia per la quasi totalità dei programmi televisivi.
Parlando di eredità degli anni ’70 in campo musicale è da ricordare la figura di Roberto Leydi, considerato il padre dell’etnomusicologia, e la sua opera di divulgazione molto importante di cui l’aspetto concreto è rappresentato dalla sua imponente bibliografia che ha fatto conoscere, insieme alle etichette “I dischi del sole” e “Albatros” da lui dirette, i canti più autentici della nostra terra.
Roberto Leydi accademico, ma personaggio capace di attrarre un pubblico diverso. Umberto Eco lo ha definito “fascinatore di giovani” per la sua capacità di interessare il pubblico giovanile e perché capace di mettere in relazione mondi completamente diversi.
Possiamo affermare con certezza che se oggi il canto popolare ha un suo pubblico questo è dovuto a figure come Roberto Leydi e a uno sparuto numero ricercatori e associazioni, che hanno saputo tramandare alle generazioni future il nostro patrimonio tradizionale.
Cito tra gli altri l’Istituto Ernesto de Martino che ha “salvato” migliaia di registrazioni, filmati, documenti, materiale iconografico e che costituiscono un importante archivio sulla recente storia del nostro paese. Questo archivio rappresenta l’aspetto concreto di una volontà di conservare e tramandare alla generazioni future la cultura orale di cui il canto non è che importante un aspetto.
3.Gli esempi citati di canzone d’autore sono abbastanza diversi tra loro accomunati unicamente dall’utilizzo del dialetto. La musica di Fabrizio De Andrè ha radici profonde e ha lasciato nella sua città natale una impronta indelebile. Anche gruppi tradizionali di canto a trallalero, che a Genova sono una realtà conosciuta ed apprezzata, hanno “reinterpretato”,con il loro tipico stile, brani celebri scritti dal cantautore come ad esempio Creuza de ma. (vedi cd Canterini all’opera, 2000 Deveca Edizioni Musicali.Il cd propone parte del concerto al Teatro Carlo Felice del gennaio 2000 di otto squadre di canto a trallalero presenti nel territorio genovese . Altra testimonianza di questo interscambio lo troviamo nel cd Canti randagi in cui molti gruppi di folk revival hanno rivisitato brani del grande cantautore). Questa commistione tra canzone d’autore e canto popolare è molto significativo di come la tradizione si possa evolvere e trovare nuove forme di realizzazione.
Tuttavia esiste anche l’aspetto della tutela del dialetto altra questione molto interessante che necessita maggiormente approfondimento per non creare confusione o ambiguità.
Partendo dalle grandi spinte innovative degli anni ’70 c’è stato un tentativo da parte degli intellettuali dell’epoca di tutela e salvaguardia delle identità territoriali e locali che però non si è tradotto in azioni concrete. Non c’è stato da parte della “sinistra” un tentativo di salvare le proprie radici culturali, sia nel campo della tutela dei dialetti, considerati retaggi del passato,sia in altri campi della cultura tradizionale.
Per Milano si potrebbe citare l’emblematica vicenda dell’Istituto Ernesto De Martino, che non ha trovato nessun finanziamento, costretto dalla indifferenza delle istituzioni e della sinistra, ad andare in altra sede, per poter continuare la sua attività di documentazione.
A Milano il dialetto rappresenta una ristrettissima minoranza, paradossalmente una ristretta minoranza oggi pratica il dialetto.( vedi articolo “In milanese si dice così- 12 incontri di lingua e cultura milanese” su rivista Il Cantastorie, n.59, gen/giugno 2001 e successivi numeri con interviste della redazione milanese a personaggi tipici milanesi. Si parla di una esperienza che attualmente è presente a Milano sulla lingua e la cultura milanese. (Apprendimento del dialetto, degli autori e l’apprendimento delle “bosinate”, componimenti dialettal-poetici in rima e intervista agli organizzatori). Una esperienza che vuole dare degli strumenti di comprensione in opposizione a nostalgie sui “bei tempi andati” e lontanissima da teorie su presunte “identità etniche” che in questi ultimi anni si sono diffuse soprattutto nel nord Italia. Una esperienza che attualmente va avanti quasi a livello volontaristico, ma che a mio avviso è di grande valore culturale.
Fausto Amodei, cantautore, protagonista di “Cantacronache” (Torino, 1958-1962) 1. Se per canto popolare va inteso solo quello legato alla cultura tradizionale orale, esso esiste in Italia solo più in alcune aree di tradizione contadina e pastorale (cantastorie, rispetti e contrasti in rima, danze ecc.) Credo però che vada definita “popolare” non solo una cultura tradizionale ed orale, ma anche una cultura attuale e scritta, che però risponda, fra l’altro, a due caratteristiche: essere fruita ed utilizzata come materia “diversa” anche se non necessariamente antagonista, rispetto alla cultura massificata trasmessa dai media correnti; avere una funzione di strumento materiale di comunicazione, per eventi specifici e concreti.
2. I risultati della ricerca etnomusicologica in Italia, a partire dal secondo dopoguerra, hanno costituito uno splendido archivio di “memoria”, che può e deve essere conservata, diffusa e messa a disposizione della comunità. Personalmente, rispetto alle impostazioni rigorosamente “filologiche”, preferisco le impostazioni che accettano ed anzi valorizzano le contaminazioni, le evoluzioni, gli aggiornamenti, cioè tendono a riutilizzare questo patrimonio del passato come strumento materiale di comunicazione il giorno d’oggi, sfuggendo al rischio della nostalgia per i bei tempi passati ed al fascino del “suggestivo”.
3. Di folk revival ce ne sono parecchi. Personalmente apprezzo in particolare quelli che, attorno alla raccolta ed esecuzione di canzoni e musiche, costruiscono un momento di mobilitazione culturale collettiva (es. Bajo Dora) più di quelli che vogliono esclusivamente o soprattutto ricreare un clima d’antan, ad uso di un pubblico di “ascoltatori”.
4. Non mi scandalizza il fatto che un disco come quello di De Gregori-Marini, abbia avuto un insperato successo commerciale. Attraverso un successo commerciale si può anche estendere ad una quantità maggiore di persone, nuove generazioni comprese, la coscienza di una cultura “popolare” come ho cercato di definirla al p.to 1). Naturalmente c’è il rischio che, per raggiungere un successo commerciale, si snaturi il “popolare” e lo si omologhi al “pop”. Ma non mi pare che questo sia successo per il disco in questione.
5. Penso che nella coscienza collettiva il senso delle operazioni come quelle citate dagli anni ’50 agli anni ’70 abbiano un andamento ciclico, per cui nascono, si sviluppano, deperiscono anche perché non riescono a rinnovarsi in tempo, per rinascere poi sotto nuova veste, anche senza la coscienza di raccogliere un’eredità formatasi nella fase precedente. E questo avviene a seguito di mutazioni collettive e sociali ben più ampie dell’ambito strettamente etnomusicologico e “canzonieristico”. Penso che, da parte delle scuole, più importante dell’introdurre la “musica popolare” come materia d’insegnamento, sia riuscire a diffondere il costume ed il gusto di farsi la musica da soli anziché ascoltare solo quella fatta da altri, anche (e forse soprattutto) in chiave assolutamente non accademica, come una specie di bricolage.
6. L’uso del dialetto nella canzone. Naturalmente c’è il rischio di un’appropriazioni indebita del dialetto da parte dei localismi “devoluzionisti”, ma non penso che questo rischio debba far rinunciare all’uso degli idiomi regionali, con i quali è possibile dire cose che “in lingua” non si possono dire con altrettanta specificità. Dipende anche molto dai contenuti che si esprimono con il dialetto. Se si impara a dire in buon piemontese, “nostra patria è il mondo intero”, si fa un’operazione non regressiva né localistica. Naturalmente ci sono dialetti con aree di utenza enormemente differenziate, e questo può portare a giudizi diversi a seconda del dialetto di cui si tratta.
Marino Anesa, ricercatore di cultura popolare 1. Il canto popolare esiste (o meglio: resiste) ancora oggi ed è tuttora possibile armarsi di registratore e scovare documenti orali interessanti e integri. Ritengo che però si tratti, purtroppo, di un fenomeno residuale. Essendo venute meno in gran parte le realtà culturali (contadine, artigiane, operaie) che le hanno espresse, queste espressioni sono completamente defunzionalizzate e rimangono archiviate nella memoria, oppure sopravvivono in forme banalmente spettacolari ad uso del turista di passaggio o del piccolo borghese in cerca di colore locale. L’espressione “relitto archeologico” è un po’ forte, ma non del tutto impropria. In ogni caso vale ancora la pena di studiare e documentare i canti popolari, prima che qualche genio incominci a dire – come per l’Olocausto o la Resistenza – che non sono mai esistiti e che sono un’invenzione dei comunisti.
2.La ricerca etnomusicologica italiana ha prodotto risultati eccellenti, apprezzati anche a livello internazionale, grazie agli studiosi citati nella domanda, ma anche alla fitta rete di ricercatori locali che, in autonomia e con propri mezzi, hanno compiuto ricerche di primaria importanza. Valutando la produzione attuale, si può affermare che gli studi in questo settore godono ottima salute. Non così roseo è il bilancio ove si consideri la ricezione da parte del vasto pubblico dei prodotti di questo grande lavoro. Ho la sempre più netta sensazione di trovarmi di fronte a un circuito chiuso, limitato agli addetti ai lavori. I giornali, le radio e le televisioni continuano a raccontare sulla cultura popolare le banalità che sfornavano vent’anni addietro.
3.Non sono mai stato un estimatore del fenomeno del folk revival, anche se devo riconoscergli nella fase iniziale un certo valore didattico ed esemplificativo. In ogni caso si tratta di brutte (o belle, il che è ancora peggio) copie degli originali. In qualche caso le trovo patetiche, in altre (specialmente quando vengono accompagnate da forzature ideologiche) semplicemente irritanti. In alcune nazioni (Gran Bretagna, Irlanda) il fenomeno del revival ha assunto connotati ridicoli, arrivando all’invenzione di presunti stili musicali popolari mai esistiti. In ogni caso continua a interessarmi solamente l’ascolto e lo studio delle versioni originali. Apprezzo invece il lavoro dei musicisti che si ispirano alla tradizione musicale popolare per creare opere nuove. Penso che quest’ultima sia l’unica forma di “riproposta” che oggi possa avere significato, utilità e valore.
4. Per essere d’accordo con gli entusiasti sostenitori dell’operazione De Gregori/Marini dovrei credere nella resurrezione dei morti e caldeggiare la rifondazione del folk revival. Poiché escludo entrambe le ipotesi, sono invece portato a considerare questa incisione un fatto puramente commerciale e non so spiegarmene il successo. Direi che è un altro bel passo verso la banalizzazione della cultura popolare e non sono neppure convinto della buona fede dei protagonisti della performance. Sul piano strettamente musicale questo CD mi lascia del tutto indifferente.
5. Tra le iniziative e realizzazioni elencate nella domanda distinguerei due filoni, anche se a volte sono stati rappresentati dalle stesse persone. Del primo, più marcatamente ideologico (Cantacronache, Il Nuovo Canzoniere Italiano, canzone “alternativa” e politica) non sento la mancanza e non credo che abbia lasciato molte tracce. Del secondo (Dischi del Sole, collana Albatros, ricerche sul campo) sono, nel mio piccolo, un operatore e penso che questo lavoro non sia stato fatto invano e resista alla prova spietata del trascorrere del tempo. Il ruolo che la scuola può giocare in questo ambito (e non solo attraverso gli insegnanti di educazione musicale, ma anche in forme interdisciplinari) è importantissimo. Questa può essere un’ancora di salvezza per non vanificare il nostro lavoro e va attentamente considerata e favorita.
6. Le esperienze di “recupero” dell’espressione dialettale nel canto sono positive, proprio per la loro valenza anti-globalizzante. Possono avere esiti di alta qualità sia nei contenuti dei testi, sia nelle relazioni tra il sound del dialetto e la musica. Come ogni altra cosa, hanno un senso se condotte da persone intelligenti e dotate – tra le altre virtù – anche di senso della misura e dell’umorismo. I rischi sono ancora una volta quelli di un approccio banale e strumentale.
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Pubblicato da festival | febbraio 19, 2005, 12:06 PM1. Nell’Italia di oggi, pensate che esista ancora il canto popolare, inteso come forma espressiva intimamente legata alla cultura di tradizione orale? se sì, ritenete che in certi contesti sia ancora una realtà viva e funzionale, oppure pensate che sia ormai un relitto archeologico?
2. Come valutate gli indirizzi e i risultati della ricerca etnomusicologica in Italia, dagli anni’50 ad oggi (Lomax, Carpitella, Leydi e loro scuole)?
3. Secondo voi, si può parlare oggi di folk revival? se sì, in quali termini?
e quali forme di riproposta musicale odierna pensate che possa rientrare in questa formula?
4. L’inatteso successo del CD Il fischio del vapore di De Gregori-Marini (2002), ha suscitato reazioni contrapposte, facendo parlare da alcuni di “resurrezione” o addirittura “rifondazione del folk-revival”, da altri di bieca operazione commerciale di una multinazionale del disco.
Come giudicate questo fenomeno nel particolare contesto politico-culturale dell’Italia di oggi e che tipo di ricezione pensate possa avere presso i giovani delle ultime generazioni, quasi del tutto ignari delle vicende di quel primo folk revival, politicamente impegnato.
5. Cantacronache, Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo Bella ciao di Spoleto 1964, I Dischi del Sole, la collana Albatros, Ci ragiono e canto di Dario Fo: non sono che alcuni momenti della storia della musica italiana, fortemente intrecciata alla storia politica e sociale del nostro paese, dalla metà degli anni ’50 agli anni ’70.
La nascita della canzone alternativa a quella di facile consumo ha gettato le basi per il recupero della tradizione popolare e politica (canzone di protesta, canti sociali e politici) e si è accompagnata alla ricerca sul campo di tipo etnomusicologico, antropologico e storico orale. Pensate sia rimasto qualcosa, oggi, nella coscienza collettiva, di questa eredità?
Ritenete che nella scuola si dovrebbe o potrebbe far qualcosa in questa direzione, per es. da parte degli insegnanti di educazione musicale?
6. Come giudicate la ripresa d’interesse, durante gli ultimi dieci anni, per il dialetto in musica o al servizio della musica? Se Creüza de ma di De André risale a quasi 20 anni fa, come pensate si collochino esperienze più recenti di “riscoperta” o meglio riuso dei dialetti (da Pino Daniele, ai Pitura Freska a Van de Sfroos ecc.), in una società come quella italiana odierna, posta al bivio fra globalizzazione e difesa delle identità locali, fra voglia di intercultura e spinte regressive alla devolution ?
Alcune risposte
Una docente di educazione musicale nella scuola media responsabile SIEM (Società Italiana Educazione Musicale)
1. Per quanto possa capire del fenomeno in oggetto penso che il disco di De Gregori-Marini abbia soprattutto un senso politico. Ritengo, infatti, che sia stata la scelta dei canti a determinarne la curiosità (per i più giovani) e l’apprezzamento (per chi queste canzoni le conosceva ma è stato ben contento di ascoltarle in una interpretazione inedita con binomio tra una grande cantante del canto di tradizione orale come Giovanna Marini e un cantautore come De Gregori). Non sono in grado di prevedere quanto i giovani riusciranno a cogliere della profondità e della ricchezza del canto di tradizione orale, so che anche molti gruppi folk sono seguiti da una pubblico non insignificante. Sarebbe comunque necessario operare a livello di scuola superiore per offrire agli adolescenti qualche strumento di conoscenza e di fruizione critica in più.
2. Mi auguro che ciò che rimane non siano i prodotti fatti a uso e consumo delle ideologie politiche ispirate al gretto rifiuto delle altre culture per cui diventa importante recuperare il proprio dialetto o la propria cultura (anche quando la si deve un po’ inventare) per sottolineare le differenze e combattere le diversità.
Personalmente spero ci siano rimasti in eredità l’interesse per una cultura sommersa (che rappresentava però tante persone che non avendo diritto di parola in altri contesti si ritagliavano nel canto popolare una propria sfera di comunicazione) e la voglia di sentire questo repertorio come qualcosa di vivo, sempre disponibile al cambiamento e alla contaminazione come è di norma avvenuto nella cultura popolare.
3.Il giudizio è assolutamente positivo. I giovani e meno giovani che seguono questi repertori penso lo facciano con una certa consapevolezza culturale perché non è una scelta così facile e immediata. Spero che siano sempre di più quelli che si appassionano a questo genere musicale che va verso il corretto interesse per le tante culture musicali in senso sincronico e diacronico. Sapranno ben discriminare, coloro che apprezzano tali interessanti ricerche in campo musicale, tra le produzioni più strumentali ispirate alla devolution più regressiva e chi lavora per la valorizzazione di una cultura non ufficiale da cui traspare la storia e il pensiero della gente. Anche qui gli strumenti della conoscenza sono importanti ma anche la situazione politica aiuta a ripensare seriamente a temi che in altri momenti storici sono stati un po’ accantonati. Quali canti popolari saranno riportati sui “nuovi libri di storia” prodotti da una visitazione della storia patria a cura della destra italiana? Questi temi non possono non allertarci e i giovani mi sembra non stiano dormendo.
Roberto G. Sacchi, direttore della rivista “FOLK-BULLETIN” 1. Il canto popolare, come ogni altra forma musicale seminale, può astrarsi dalla quotidianità dell’uomo soltanto a causa di eventi esterni di tipo oppressivo o massificante (o anche per colpa del mancato sostegno alle operazioni di difesa del patrimonio culturale autoctono, che si esprime con il non riconoscimento della musica popolare come cultura ma anche al contrario con l’eccessiva intellettualizzazione della ricerca e la sua non volontà divulgativa a livello di massa). In altre parole, se relitto archeologico anche fosse, lo sarebbe non per suo limite ma per colpa nostra. Fortunatamente, per quanto riguarda la mia esperienza di revivalista e osservatore della pratica folklorica di base, esso è ben lungi dall’esserlo.
2. Dipende dai punti di vista. Modesti in senso assoluto, rispetto a quanto fatto prima e meglio in altri Paesi del mondo. Accettabili in senso relativo. L’eccessiva chiusura dimostrata in più occasioni, da sempre, nei confronti delle forme di pratica di base revivalistica è comunque un fardello di pesante responsabilità sulle spalle di chi avrebbe dovuto divulgare e ha avuto paura di farlo.
3. Non “si può” parlarne. SI DEVE! E se ne deve parlare in termini di MUSICA che non ha niente da invidiare a tutti gli altri generi musicali, dalla classica al jazz… In tutte le forme in cui si manifesta, il revival ha una sua legittimità: è il pubblico a decidere chi è bravo e chi meno, perché il pubblico è il popolo (cosa vuol dire, altrimenti, “popolare”?). Il compito dell’intellettuale, del giornalista, del recensore è quello di ascoltare senza pregiudizi e dare degli indirizzi, non di censurare. Così, si cresce insieme e la pratica di base aumenta.
4. Non penso che il successo sia stato inatteso: l’immane sforzo pubblicitario e promozionale non avrebbe potuto che sortire l’effetto voluto. Si tratta di una biechissima operazione commerciale che, a posteriori, ha dimostrato tutta la sua sterilità. I giovani delle ultime generazioni amano la pizzica e la tammurriata per la loro carica liberatoria, le canzoni in dialetto perché apparentemente “contro”. Oggi il ruolo politico della musica popolare è mediato, quindi, ma esiste ancora: non c’è bisogno di essere didascalici e retorici come ai tempi di “Contessa”, la miseria di certe condizioni sociali si denuncia metaforicamente anche con il “Sirio” che non ha certo un testo politico.
5.Mi pare ovvio che gli insegnanti di musica potrebbero svolgere un ruolo determinante in questa direzione: ma chi insegna loro cosa insegnare? Gli stessi che da quarant’anni tengono tutto sotto chiave e si fanno i convegni fra di loro? Non penso proprio… Non servirebbe a nulla. Gli insegnanti di musica dovrebbero innanzitutto frequentare dei corsi di base di strumenti popolari (organetto, violino, armonica a bocca, musica d’insieme: ce ne sono a centinaia in ogni città d’Italia, ogni anno, basta leggere di sfuggita il mensile che dirigo per scoprirne almeno uno a meno di 10 chilometri da ovunque uno risieda), poi imparare a ballare un po’ di danze popolari (anche in questo caso, i corsi non mancano) poi mettere su un gruppettino e andare in giro per le piazze, le scuole, i teatrini a suonare e cantare INSIEME CON LA GENTE le canzoni popolari. Poi, la mattina a scuola, saprebbero come interessare i loro allievi mentre spiegano loro le teorie che gli etnomusicologi hanno elaborato e che Cantacronache, Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo Bella ciao di Spoleto 1964, I Dischi del Sole, la collana Albatros, Ci ragiono e canto di Dario Fo hanno cercato di mettere in pratica per riscrivere una canzone alternativa.
Emilio Franzina, storico 1. Le centomila copie del cd sul Fischio del vapore sono l’effetto, più che di una ripresa genuina e generalizzata d’interesse per il canto popolare, di nostalgie incrociate e di revival provvisori presso strati di pubblico identificabili per tramiti anagrafici, fondamentalmente la generazione, o meglio una sua parte residua, che contestò l’esistente negli anni sessanta e settanta acculturandosi musicalmente anche sui Dischi del Sole e seguendo allora la canzone d’impegno politico e sociale nelle sue diverse proposizioni.
2. Conseguente alla prima risposta, rispetto all’azione svolta da Cantacronache in giù per opera di alcuni gruppi e autori/ricercatori/esecutori, quel che resta oggi nella coscienza collettiva e nell’immaginario generale del paese, non è purtroppo moltissimo. Fra le generazioni si è ricreato uno iato considerevole e, per fare solo un esempio, molte canzoni del patrimonio etnomusicologico di protesta riesumate dal lavorìo sessantottesco notissime alle une risultano del tutto ignote alle altre (provare per credere nell’ambito dei musicisti e dei cantanti professionisti o semiprofessionisti con velleità di intervento sul terreno del canto tradizionale attraverso quesiti elementari su testi base, dai canti anarchici di fine ottocento alle canzoni contro il militarismo e la guerra ecc.).
3. Il processo di “riscoperta” o meglio di riuso dei dialetti non è in atto da poco tempo: Creuza da mà festeggia ad esempio fra poco i vent’anni di vita anche se cantautori d’una certa età come il compianto De Andrè, che la concepì, o come Francesco Guccini , che ha scritto anch’egli vari pezzi in modenese, non obbedivano propriamente a logiche “glocali” ma davano voce a depositi personali di memoria o (Guccini) a una vena ilare e scherzosa che privilegiava il “gioco” reso possibile dal ricorso al dialetto (assonanze con altri mondi linguistici,culturali, musicali ecc.). Diverso, forse, il discorso sui Modena City Ramblers o sui Pitura Freska e sul più recente Van de Sfrooss: i primi due gruppi disciolti o in visibile crisi, l’altro senza dubbio un emergente in sintonia, (seppure non politica) con le chimere padane e leghiste del momento. Essi in effetti testimoniano di una genuina ripresa d’interesse, durante gli ultimi dieci anni, per il dialetto in musica o al servizio della musica che si voglia il più possibile popolare (o politicamente corretta) in un momento in cui sembrano essere venuti meno i punti di riferimento generali o , meglio, in cui il bombardamento sonoro e stilistico a cui ci si trova esposti per l’uso ormai variegatissimo di rock e pop (fra radio, cd, pc , internet, dvd e quant’altro) risulta stordente e penalizzante.
Tiziana Oppizzi, Claudio Piccoli, collaboratori delle riviste “Folk Bulletin” e “Il Cantastorie” 1.L’Italia di oggi subisce una omologazione nei gusti, nelle mode e nelle scelte di carattere politico. Tutti i giorni assistiamo ad una involuzione in senso autoritario della nostra società. Diritti negati per i cittadini italiani e per coloro che non lo sono, costretti ad emigrare dai paesi di origine e con mezzi di fortuna raggiungere il nostro paese. Il tragico naufragio della nave Sirio, brano contenuto nel CD in questione, ricorda agli italiani che solo nello scorso secolo anche noi facevamo parte di quella massa di diseredati. Questo per dire che in epoca di revisionismo o peggio di assenza di memoria storica, anche l’apporto del canto può contribuire a ristabilire verità che oggi vengono taciute o negate.
E’ convinzione di molti che il canto abbia in sé grandi potenzialità di diffusione di idee: pensiamo alla suggestione nell’ascoltare i canti di risaia, le ballate epico liriche o gli stornelli . Per nostra preferenza (o forse per gusto legato all’età), optiamo per le versioni originali, quelle dei cosiddetti “informatori”, non per il revival. Tuttavia la nostra posizione non è di contrapposizione. Il pluralismo non può che giovare alla conoscenza di questo tipo di musica e riteniamo che possano coesistere più tendenze se questo serve a far conoscere ad un pubblico più vasto questo tipo di musica. Forse l’immissione di una strumentazione elettronica unita ad arrangiamenti più consoni ad un gusto “attuale”, può aiutare i giovani a capire il “messaggio” che le generazioni che ci hanno preceduto hanno voluto trasmetterci.
Entrando più nello specifico musicale riteniamo che anche nel campo del revival vi siano gruppi che rispettano il testo originale ed altri che lo utilizzano in modo distorto, a fini unicamente commerciali, quindi non si possono fare generalizzazioni. Ogni giudizio dovrà essere basato sulla qualità del brano o del cd.
Francesco De Gregori e Giovanna Marini per la loro esperienza maturata in molti anni, hanno sicuramente contribuito con questo lavoro a rendere interessante ad un più vasto pubblico il canto che fino ad oggi ha avuto una posizione minoritaria. L’operazione commerciale con la Sony Music è stata inevitabile in quanto oggi sono solo le grosse etichette che determinano il successo.
Passando invece al contesto sociale si assiste ad una ripresa ed una attualizzazione del canto sociale. Molti sono i gruppi nuovi che “attingono” nella vasta area del canto tradizionale e di lotta, si pensi al fiorire di canzoni o ballate dedicate a Carlo Giuliani e ai fatti del luglio 2001 a Genova. O ai rap di protesta dei centri sociali.
Da ricordare anche l’apporto dei cantastorie nell’opera di divulgazione del canto. Ricordiamo primo fra tutti il cantastorie Franco Trincale che fin dagli anni ’60 ha realizzato caustiche ballate contro il potere. (esiste una ampia discografia sul sito: http://www.trincale.com ).Trincale, differenziandosi dai cantastorie siciliani della tradizione, ha operato un rinnovamento, attualizzando le sue ballate con uno stile più “agile” nella forma e più comprensibile al frettoloso pubblico della strada, mantenendo sempre la matrice politica di denuncia.
In sintesi pensiamo che dalla storia e dagli esempi del passato si possono trarre spunti per progettare il futuro. In vista di un autunno che si preannuncia un po’ “burrascoso” e contro l’omologazione dei gusti anche a livello musicale, l’opposizione sociale, a nostro avviso, dovrebbe avvalersi maggiormente del canto sia nelle situazioni di lotta che in quelle di intrattenimento. Prendendo spunto dalle agitprop tedesche e dal cantacronache che alla fine degli anni ’50 percorreva i cortei dei lavoratori con un furgone per diffondere canti di lotta stampati su canzonieri, forse si potrebbe pensare a qualcosa di simile anche adesso. Già operano cori di canto sociale, a Milano il Coro di Micene, e la Banda degli Ottoni a Scoppio che vanno in questa direzione, di intervento militante nei cortei e manifestazioni, ma anche di intrattenimento.
2.Tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere la breve esperienza di Cantacronache o hanno letto e ascoltato le loro produzioni, concordano nell’affermare che è stata una esperienza eccezionale per i contenuti rivoluzionari che ha saputo esprimere e la lungimiranza nei giudizi .
In campo musicale ha dato l’avvio alla grande stagione dei cantautori (De Gregori, Guccini,ecc.); anche nel campo della comunicazione il gruppo di Cantacronache è stato pioniere sull’uso dei media e per la forte critica nei confronti dell’industria discografica, oltre, naturalmente, alla grande produzione di testi impegnati. Il riferimento va alla notissima Per i morti di Reggio Emilia, canzone che ancora oggi è cantata nelle manifestazioni e conserva il suo significato di forte opposizione. Canzone d’autore, scritta da Fausto Amodei, il brano ha avuto una diffusione simile a quella delle ballate a trasmissione orale , passando di bocca in bocca, completamente al di fuori dai circuiti televisivi o radiofonici. (vedi articolo di Fausto Amodei apparso su “L’Unità”, 1° maggio 2002 e intervista a Fausto Amodei, Cantacronache racconta ancora, “Folk Bulletin”, giugno 2003). Più in generale se si pensa all’esperienza maturata grazie ai fermenti culturali degli anni ’70 possiamo affermare che alcune tematiche ancora oggi sono di piena attualità. Soprattutto in riferimento alla loro critica nei confronti della canzone di facile consumo; “evadere dall’evasione”,”rompere il fronte delle canzonette di consumo”, “no alla canzone saponetta” proposta dal Festival di San Remo, erano alcune delle parole d’ordine di Cantacronache che ancora oggi conservano la loro validità sia nei confronti della musica sia per la quasi totalità dei programmi televisivi.
Parlando di eredità degli anni ’70 in campo musicale è da ricordare la figura di Roberto Leydi, considerato il padre dell’etnomusicologia, e la sua opera di divulgazione molto importante di cui l’aspetto concreto è rappresentato dalla sua imponente bibliografia che ha fatto conoscere, insieme alle etichette “I dischi del sole” e “Albatros” da lui dirette, i canti più autentici della nostra terra.
Roberto Leydi accademico, ma personaggio capace di attrarre un pubblico diverso. Umberto Eco lo ha definito “fascinatore di giovani” per la sua capacità di interessare il pubblico giovanile e perché capace di mettere in relazione mondi completamente diversi.
Possiamo affermare con certezza che se oggi il canto popolare ha un suo pubblico questo è dovuto a figure come Roberto Leydi e a uno sparuto numero ricercatori e associazioni, che hanno saputo tramandare alle generazioni future il nostro patrimonio tradizionale.
Cito tra gli altri l’Istituto Ernesto de Martino che ha “salvato” migliaia di registrazioni, filmati, documenti, materiale iconografico e che costituiscono un importante archivio sulla recente storia del nostro paese. Questo archivio rappresenta l’aspetto concreto di una volontà di conservare e tramandare alla generazioni future la cultura orale di cui il canto non è che importante un aspetto.
3.Gli esempi citati di canzone d’autore sono abbastanza diversi tra loro accomunati unicamente dall’utilizzo del dialetto. La musica di Fabrizio De Andrè ha radici profonde e ha lasciato nella sua città natale una impronta indelebile. Anche gruppi tradizionali di canto a trallalero, che a Genova sono una realtà conosciuta ed apprezzata, hanno “reinterpretato”,con il loro tipico stile, brani celebri scritti dal cantautore come ad esempio Creuza de ma. (vedi cd Canterini all’opera, 2000 Deveca Edizioni Musicali.Il cd propone parte del concerto al Teatro Carlo Felice del gennaio 2000 di otto squadre di canto a trallalero presenti nel territorio genovese . Altra testimonianza di questo interscambio lo troviamo nel cd Canti randagi in cui molti gruppi di folk revival hanno rivisitato brani del grande cantautore). Questa commistione tra canzone d’autore e canto popolare è molto significativo di come la tradizione si possa evolvere e trovare nuove forme di realizzazione.
Tuttavia esiste anche l’aspetto della tutela del dialetto altra questione molto interessante che necessita maggiormente approfondimento per non creare confusione o ambiguità.
Partendo dalle grandi spinte innovative degli anni ’70 c’è stato un tentativo da parte degli intellettuali dell’epoca di tutela e salvaguardia delle identità territoriali e locali che però non si è tradotto in azioni concrete. Non c’è stato da parte della “sinistra” un tentativo di salvare le proprie radici culturali, sia nel campo della tutela dei dialetti, considerati retaggi del passato,sia in altri campi della cultura tradizionale.
Per Milano si potrebbe citare l’emblematica vicenda dell’Istituto Ernesto De Martino, che non ha trovato nessun finanziamento, costretto dalla indifferenza delle istituzioni e della sinistra, ad andare in altra sede, per poter continuare la sua attività di documentazione.
A Milano il dialetto rappresenta una ristrettissima minoranza, paradossalmente una ristretta minoranza oggi pratica il dialetto.( vedi articolo “In milanese si dice così- 12 incontri di lingua e cultura milanese” su rivista Il Cantastorie, n.59, gen/giugno 2001 e successivi numeri con interviste della redazione milanese a personaggi tipici milanesi. Si parla di una esperienza che attualmente è presente a Milano sulla lingua e la cultura milanese. (Apprendimento del dialetto, degli autori e l’apprendimento delle “bosinate”, componimenti dialettal-poetici in rima e intervista agli organizzatori). Una esperienza che vuole dare degli strumenti di comprensione in opposizione a nostalgie sui “bei tempi andati” e lontanissima da teorie su presunte “identità etniche” che in questi ultimi anni si sono diffuse soprattutto nel nord Italia. Una esperienza che attualmente va avanti quasi a livello volontaristico, ma che a mio avviso è di grande valore culturale.
Fausto Amodei, cantautore, protagonista di “Cantacronache” (Torino, 1958-1962) 1. Se per canto popolare va inteso solo quello legato alla cultura tradizionale orale, esso esiste in Italia solo più in alcune aree di tradizione contadina e pastorale (cantastorie, rispetti e contrasti in rima, danze ecc.) Credo però che vada definita “popolare” non solo una cultura tradizionale ed orale, ma anche una cultura attuale e scritta, che però risponda, fra l’altro, a due caratteristiche: essere fruita ed utilizzata come materia “diversa” anche se non necessariamente antagonista, rispetto alla cultura massificata trasmessa dai media correnti; avere una funzione di strumento materiale di comunicazione, per eventi specifici e concreti.
2. I risultati della ricerca etnomusicologica in Italia, a partire dal secondo dopoguerra, hanno costituito uno splendido archivio di “memoria”, che può e deve essere conservata, diffusa e messa a disposizione della comunità. Personalmente, rispetto alle impostazioni rigorosamente “filologiche”, preferisco le impostazioni che accettano ed anzi valorizzano le contaminazioni, le evoluzioni, gli aggiornamenti, cioè tendono a riutilizzare questo patrimonio del passato come strumento materiale di comunicazione il giorno d’oggi, sfuggendo al rischio della nostalgia per i bei tempi passati ed al fascino del “suggestivo”.
3. Di folk revival ce ne sono parecchi. Personalmente apprezzo in particolare quelli che, attorno alla raccolta ed esecuzione di canzoni e musiche, costruiscono un momento di mobilitazione culturale collettiva (es. Bajo Dora) più di quelli che vogliono esclusivamente o soprattutto ricreare un clima d’antan, ad uso di un pubblico di “ascoltatori”.
4. Non mi scandalizza il fatto che un disco come quello di De Gregori-Marini, abbia avuto un insperato successo commerciale. Attraverso un successo commerciale si può anche estendere ad una quantità maggiore di persone, nuove generazioni comprese, la coscienza di una cultura “popolare” come ho cercato di definirla al p.to 1). Naturalmente c’è il rischio che, per raggiungere un successo commerciale, si snaturi il “popolare” e lo si omologhi al “pop”. Ma non mi pare che questo sia successo per il disco in questione.
5. Penso che nella coscienza collettiva il senso delle operazioni come quelle citate dagli anni ’50 agli anni ’70 abbiano un andamento ciclico, per cui nascono, si sviluppano, deperiscono anche perché non riescono a rinnovarsi in tempo, per rinascere poi sotto nuova veste, anche senza la coscienza di raccogliere un’eredità formatasi nella fase precedente. E questo avviene a seguito di mutazioni collettive e sociali ben più ampie dell’ambito strettamente etnomusicologico e “canzonieristico”. Penso che, da parte delle scuole, più importante dell’introdurre la “musica popolare” come materia d’insegnamento, sia riuscire a diffondere il costume ed il gusto di farsi la musica da soli anziché ascoltare solo quella fatta da altri, anche (e forse soprattutto) in chiave assolutamente non accademica, come una specie di bricolage.
6. L’uso del dialetto nella canzone. Naturalmente c’è il rischio di un’appropriazioni indebita del dialetto da parte dei localismi “devoluzionisti”, ma non penso che questo rischio debba far rinunciare all’uso degli idiomi regionali, con i quali è possibile dire cose che “in lingua” non si possono dire con altrettanta specificità. Dipende anche molto dai contenuti che si esprimono con il dialetto. Se si impara a dire in buon piemontese, “nostra patria è il mondo intero”, si fa un’operazione non regressiva né localistica. Naturalmente ci sono dialetti con aree di utenza enormemente differenziate, e questo può portare a giudizi diversi a seconda del dialetto di cui si tratta.
Marino Anesa, ricercatore di cultura popolare 1. Il canto popolare esiste (o meglio: resiste) ancora oggi ed è tuttora possibile armarsi di registratore e scovare documenti orali interessanti e integri. Ritengo che però si tratti, purtroppo, di un fenomeno residuale. Essendo venute meno in gran parte le realtà culturali (contadine, artigiane, operaie) che le hanno espresse, queste espressioni sono completamente defunzionalizzate e rimangono archiviate nella memoria, oppure sopravvivono in forme banalmente spettacolari ad uso del turista di passaggio o del piccolo borghese in cerca di colore locale. L’espressione “relitto archeologico” è un po’ forte, ma non del tutto impropria. In ogni caso vale ancora la pena di studiare e documentare i canti popolari, prima che qualche genio incominci a dire – come per l’Olocausto o la Resistenza – che non sono mai esistiti e che sono un’invenzione dei comunisti.
2.La ricerca etnomusicologica italiana ha prodotto risultati eccellenti, apprezzati anche a livello internazionale, grazie agli studiosi citati nella domanda, ma anche alla fitta rete di ricercatori locali che, in autonomia e con propri mezzi, hanno compiuto ricerche di primaria importanza. Valutando la produzione attuale, si può affermare che gli studi in questo settore godono ottima salute. Non così roseo è il bilancio ove si consideri la ricezione da parte del vasto pubblico dei prodotti di questo grande lavoro. Ho la sempre più netta sensazione di trovarmi di fronte a un circuito chiuso, limitato agli addetti ai lavori. I giornali, le radio e le televisioni continuano a raccontare sulla cultura popolare le banalità che sfornavano vent’anni addietro.
3.Non sono mai stato un estimatore del fenomeno del folk revival, anche se devo riconoscergli nella fase iniziale un certo valore didattico ed esemplificativo. In ogni caso si tratta di brutte (o belle, il che è ancora peggio) copie degli originali. In qualche caso le trovo patetiche, in altre (specialmente quando vengono accompagnate da forzature ideologiche) semplicemente irritanti. In alcune nazioni (Gran Bretagna, Irlanda) il fenomeno del revival ha assunto connotati ridicoli, arrivando all’invenzione di presunti stili musicali popolari mai esistiti. In ogni caso continua a interessarmi solamente l’ascolto e lo studio delle versioni originali. Apprezzo invece il lavoro dei musicisti che si ispirano alla tradizione musicale popolare per creare opere nuove. Penso che quest’ultima sia l’unica forma di “riproposta” che oggi possa avere significato, utilità e valore.
4. Per essere d’accordo con gli entusiasti sostenitori dell’operazione De Gregori/Marini dovrei credere nella resurrezione dei morti e caldeggiare la rifondazione del folk revival. Poiché escludo entrambe le ipotesi, sono invece portato a considerare questa incisione un fatto puramente commerciale e non so spiegarmene il successo. Direi che è un altro bel passo verso la banalizzazione della cultura popolare e non sono neppure convinto della buona fede dei protagonisti della performance. Sul piano strettamente musicale questo CD mi lascia del tutto indifferente.
5. Tra le iniziative e realizzazioni elencate nella domanda distinguerei due filoni, anche se a volte sono stati rappresentati dalle stesse persone. Del primo, più marcatamente ideologico (Cantacronache, Il Nuovo Canzoniere Italiano, canzone “alternativa” e politica) non sento la mancanza e non credo che abbia lasciato molte tracce. Del secondo (Dischi del Sole, collana Albatros, ricerche sul campo) sono, nel mio piccolo, un operatore e penso che questo lavoro non sia stato fatto invano e resista alla prova spietata del trascorrere del tempo. Il ruolo che la scuola può giocare in questo ambito (e non solo attraverso gli insegnanti di educazione musicale, ma anche in forme interdisciplinari) è importantissimo. Questa può essere un’ancora di salvezza per non vanificare il nostro lavoro e va attentamente considerata e favorita.
6. Le esperienze di “recupero” dell’espressione dialettale nel canto sono positive, proprio per la loro valenza anti-globalizzante. Possono avere esiti di alta qualità sia nei contenuti dei testi, sia nelle relazioni tra il sound del dialetto e la musica. Come ogni altra cosa, hanno un senso se condotte da persone intelligenti e dotate – tra le altre virtù – anche di senso della misura e dell’umorismo. I rischi sono ancora una volta quelli di un approccio banale e strumentale.
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Pubblicato da festival | febbraio 19, 2005, 12:06 PM