di Roberto Bonzio
MILANO (Reuters) – Se un pezzo della memoria collettiva del Paese, la tradizione popolare espressa attraverso la musica, non è andato irrimediabilmente perduto, il merito è soprattutto di uno studioso, serio ma mai serioso, capace di "recuperare quello che per altri era marginale".
Sono parole di Umberto Eco, semiologo e scrittore, intervenuto lunedì sera a Milano all’anteprima del film “Roberto Leydi. L’altra musica”, videoritratto del ricercatore e giornalista di Ivrea (1928-2003), fondatore, assieme a Diego Carpitella, della moderna musicologia italiana.
Sulla scia di maestri come il compositore ungherese Bela Bartok ed il ricercatore americano Alan Lomax, Leydi iniziò nel dopoguerra a raccogliere con magnetofono e microfono un repertorio musicale popolare che per quanto ricco, rischiava di svanire rapidamente, sulla scia di una trasformazione brutale e tardiva del tessuto sociale, dalla campagna alla città, dai campi alle fabbriche.
In Paesi come la Gran Bretagna, dove quel passaggio era avvenuto oltre un secolo prima, il repertorio della tradizione contadina si era rigenerato nelle ballate urbane, ballate tradizionali che in Francia invece avevano trovato un erede naturale in un genere colto, quello della canzone d’autore.
IN ITALIA UNA TRADIZIONE RICCA CHE RISCHIAVA DI SCOMPARIRE
Ma l’Italia, patria del bel canto, uscita a pezzi dalla guerra, aveva fretta di dimenticare fame, lutti e sofferenze. Così canzoni, balli e strumenti del mondo contadino rischiavano di non lasciar traccia, umiliati e disprezzati, prima ancora che dimenticati, da modelli “moderni” di musica e ritmi diffusi con la forza di nuovi mass media, prima cinema e radio, poi la tv.
“Ho assistito a vere esplosioni”, racconta nel film Leydi, rievocando centinaia di incontri con musicisti e cantanti depositari di tradizioni antiche. Interlocutori intimiditi e increduli nel trovarsi di fronte un giovanotto di città che invece che alle canzonette si interessava alla musica che loro avevano imparato dai nonni. Poi la diffidenza spariva, racconta Leydi, e quelle note, quelle voci d’altri tempi uscivano liberatorie. Incontri di notevole spessore umano, dice ancora il ricercatore nel film, “anche perchè per suonare bene, occorre essere intelligenti”. Il documentario ricostruisce l’impegno di Leydi passato poi dalla ricerca al folk revival, con raccolte e spettacoli storici. Come il “Bella Ciao” che fece scandalo al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964, con un’aspra canzone di trincea come “O Gorizia tu sei maledetta”, indigesta per un pubblico ancora abituato a celebrare un patriottismo di maniera nella Grande Guerra.
LA ROTTURA CON CHI SEGUI’ SOLO IL FILONE DEL CANTO POLITICO
Leydi, che dopo la riscoperta del canto politico e sociale ruppe col Nuovo Canzoniere Italiano e con chi solo quel filone intendeva coltivare, nel filmato ha parole di ammirazione ma anche di forte dissenso nei confronti di Dario Fo.
Diretto da Aurelio Citelli e prodotto da Medialogo/Servizio Audiovisivi della Provincia di Milano per la collana “Gente di Milano” a cura di Massimo Cecconi, “Roberto Leydi. L’altra musica” (35′), realizzato attraverso il montaggio di due lunghe interviste raccolte nel 1996 a Orta San Giulio (Novara) e Milano, sarà in futuro disponibile in dvd presso il Medialogo della Provincia di Milano (http://temi.provincia.milano.it/cultura/medialogo/ ) non per privati ma per scuole, biblioteche, enti e associazioni.
Per far conoscere il lavoro e l’eredità di uno studioso appassionato, che secondo Moni Ovadia, attore e scrittore suo allievo, “col suo sguardo ha cambiato il Paese e la sua cultura”.
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Pubblicato da festival | febbraio 18, 2005, 6:48 PMSono parole di Umberto Eco, semiologo e scrittore, intervenuto lunedì sera a Milano all’anteprima del film “Roberto Leydi. L’altra musica”, videoritratto del ricercatore e giornalista di Ivrea (1928-2003), fondatore, assieme a Diego Carpitella, della moderna musicologia italiana.
Sulla scia di maestri come il compositore ungherese Bela Bartok ed il ricercatore americano Alan Lomax, Leydi iniziò nel dopoguerra a raccogliere con magnetofono e microfono un repertorio musicale popolare che per quanto ricco, rischiava di svanire rapidamente, sulla scia di una trasformazione brutale e tardiva del tessuto sociale, dalla campagna alla città, dai campi alle fabbriche.
In Paesi come la Gran Bretagna, dove quel passaggio era avvenuto oltre un secolo prima, il repertorio della tradizione contadina si era rigenerato nelle ballate urbane, ballate tradizionali che in Francia invece avevano trovato un erede naturale in un genere colto, quello della canzone d’autore.
IN ITALIA UNA TRADIZIONE RICCA CHE RISCHIAVA DI SCOMPARIRE
Ma l’Italia, patria del bel canto, uscita a pezzi dalla guerra, aveva fretta di dimenticare fame, lutti e sofferenze. Così canzoni, balli e strumenti del mondo contadino rischiavano di non lasciar traccia, umiliati e disprezzati, prima ancora che dimenticati, da modelli “moderni” di musica e ritmi diffusi con la forza di nuovi mass media, prima cinema e radio, poi la tv.
“Ho assistito a vere esplosioni”, racconta nel film Leydi, rievocando centinaia di incontri con musicisti e cantanti depositari di tradizioni antiche. Interlocutori intimiditi e increduli nel trovarsi di fronte un giovanotto di città che invece che alle canzonette si interessava alla musica che loro avevano imparato dai nonni. Poi la diffidenza spariva, racconta Leydi, e quelle note, quelle voci d’altri tempi uscivano liberatorie. Incontri di notevole spessore umano, dice ancora il ricercatore nel film, “anche perchè per suonare bene, occorre essere intelligenti”. Il documentario ricostruisce l’impegno di Leydi passato poi dalla ricerca al folk revival, con raccolte e spettacoli storici. Come il “Bella Ciao” che fece scandalo al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964, con un’aspra canzone di trincea come “O Gorizia tu sei maledetta”, indigesta per un pubblico ancora abituato a celebrare un patriottismo di maniera nella Grande Guerra.
LA ROTTURA CON CHI SEGUI’ SOLO IL FILONE DEL CANTO POLITICO
Leydi, che dopo la riscoperta del canto politico e sociale ruppe col Nuovo Canzoniere Italiano e con chi solo quel filone intendeva coltivare, nel filmato ha parole di ammirazione ma anche di forte dissenso nei confronti di Dario Fo.
Diretto da Aurelio Citelli e prodotto da Medialogo/Servizio Audiovisivi della Provincia di Milano per la collana “Gente di Milano” a cura di Massimo Cecconi, “Roberto Leydi. L’altra musica” (35′), realizzato attraverso il montaggio di due lunghe interviste raccolte nel 1996 a Orta San Giulio (Novara) e Milano, sarà in futuro disponibile in dvd presso il Medialogo della Provincia di Milano (http://temi.provincia.milano.it/cultura/medialogo/ ) non per privati ma per scuole, biblioteche, enti e associazioni.
Per far conoscere il lavoro e l’eredità di uno studioso appassionato, che secondo Moni Ovadia, attore e scrittore suo allievo, “col suo sguardo ha cambiato il Paese e la sua cultura”.
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Pubblicato da festival | febbraio 18, 2005, 6:48 PMSono parole di Umberto Eco, semiologo e scrittore, intervenuto lunedì sera a Milano all’anteprima del film “Roberto Leydi. L’altra musica”, videoritratto del ricercatore e giornalista di Ivrea (1928-2003), fondatore, assieme a Diego Carpitella, della moderna musicologia italiana.
Sulla scia di maestri come il compositore ungherese Bela Bartok ed il ricercatore americano Alan Lomax, Leydi iniziò nel dopoguerra a raccogliere con magnetofono e microfono un repertorio musicale popolare che per quanto ricco, rischiava di svanire rapidamente, sulla scia di una trasformazione brutale e tardiva del tessuto sociale, dalla campagna alla città, dai campi alle fabbriche.
In Paesi come la Gran Bretagna, dove quel passaggio era avvenuto oltre un secolo prima, il repertorio della tradizione contadina si era rigenerato nelle ballate urbane, ballate tradizionali che in Francia invece avevano trovato un erede naturale in un genere colto, quello della canzone d’autore.
IN ITALIA UNA TRADIZIONE RICCA CHE RISCHIAVA DI SCOMPARIRE
Ma l’Italia, patria del bel canto, uscita a pezzi dalla guerra, aveva fretta di dimenticare fame, lutti e sofferenze. Così canzoni, balli e strumenti del mondo contadino rischiavano di non lasciar traccia, umiliati e disprezzati, prima ancora che dimenticati, da modelli “moderni” di musica e ritmi diffusi con la forza di nuovi mass media, prima cinema e radio, poi la tv.
“Ho assistito a vere esplosioni”, racconta nel film Leydi, rievocando centinaia di incontri con musicisti e cantanti depositari di tradizioni antiche. Interlocutori intimiditi e increduli nel trovarsi di fronte un giovanotto di città che invece che alle canzonette si interessava alla musica che loro avevano imparato dai nonni. Poi la diffidenza spariva, racconta Leydi, e quelle note, quelle voci d’altri tempi uscivano liberatorie. Incontri di notevole spessore umano, dice ancora il ricercatore nel film, “anche perchè per suonare bene, occorre essere intelligenti”. Il documentario ricostruisce l’impegno di Leydi passato poi dalla ricerca al folk revival, con raccolte e spettacoli storici. Come il “Bella Ciao” che fece scandalo al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964, con un’aspra canzone di trincea come “O Gorizia tu sei maledetta”, indigesta per un pubblico ancora abituato a celebrare un patriottismo di maniera nella Grande Guerra.
LA ROTTURA CON CHI SEGUI’ SOLO IL FILONE DEL CANTO POLITICO
Leydi, che dopo la riscoperta del canto politico e sociale ruppe col Nuovo Canzoniere Italiano e con chi solo quel filone intendeva coltivare, nel filmato ha parole di ammirazione ma anche di forte dissenso nei confronti di Dario Fo.
Diretto da Aurelio Citelli e prodotto da Medialogo/Servizio Audiovisivi della Provincia di Milano per la collana “Gente di Milano” a cura di Massimo Cecconi, “Roberto Leydi. L’altra musica” (35′), realizzato attraverso il montaggio di due lunghe interviste raccolte nel 1996 a Orta San Giulio (Novara) e Milano, sarà in futuro disponibile in dvd presso il Medialogo della Provincia di Milano (http://temi.provincia.milano.it/cultura/medialogo/ ) non per privati ma per scuole, biblioteche, enti e associazioni.
Per far conoscere il lavoro e l’eredità di uno studioso appassionato, che secondo Moni Ovadia, attore e scrittore suo allievo, “col suo sguardo ha cambiato il Paese e la sua cultura”.
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Pubblicato da festival | febbraio 18, 2005, 6:48 PM