In "zona Cesarini" salvi i 3 miliardi destinati alla realizzazione del Museo Virtuale di Grotta Paglicci e della Preistoria del Gargano. Lo comunicano il Parco Nazionale del Gargano e la Pubblica Amministrazione del più piccolo comune della Montagna del Sole. A giorni partiranno i lavori per l’aggiornamento strutturale e l’ammodernamento dell’ex-asilo municipale, dell’ex-chiesa del Purgatorio e della mostra-museo di Corso Giannone. Esultano dal Coordinamento Amici di Paglicci, il sodalizio che raggruppa aziende e associazioni turistiche del posto.
Sulla questione c’era stato nei giorni scorsi un incontro informale nella sede del Parco Nazionale del Gargano, alla presenza del presidente Giandiego Gatta, che aveva assicurato il "salvataggio" in extremis del doppio finanziamento. Con la spinta del Comune, delle Associazioni e dello stesso Ente Parco si è giunti a un risultato che porterà benefici all’intera popolazione rignanese e garganica, e permetterà di far conoscere alla grande massa i tesori archeologici rinvenuti a Grotta Paglicci (in foto un graffito; nella realtà è disegnato in verticale; ndr) e in altri siti preistorici importanti del Promontorio.
La ditta esecutrice dei lavori ha firmato l’atto di consegna degli stessi, mentre già tutte le attrezzature sono state acquistate dall’Ente Parco. Allo stesso modo, per concludere, sono stati incaricati i registi, i tecnici e le aziende per la realizzazione di una "multivisione" sul Paleolitico e la Preistoria del Parco Nazionale del Gargano.
A giugno la consegna dei lavori.
Angelo Del Vecchio
Ho camminato per sentieri infiniti – Francesco Bocale – pp. 110, Tip. Zaffaroni (Co), dic. 2008
“È il libro della maturità – scrive l’autore – di un uomo di fronte al mistero del dolore che incalza, che pone domande, cerca risposte, dell’uomo che vuole essere protagonista costruttore, indagatore, che non nega la fede in Dio e negli uomini.”
“Ho camminato per sentieri infiniti”, una raccolta di poesie, che apre con “Attesa”, scritta nell’ospedale di Saronno, urologia, 7° piano, venerdì 17 novembre 2006, ore 5,35, dove dona amabili cure il dottor …, e chiude con “Alla luce della tua divinità”, ancora a Saronno, ma nel reparto di oncologia, giovedì 13 dicembre 2007, ore 11,20.
Settantatrè poesie, scritte nell’arco temporale di circa un anno, più di due al giorno, che riportano scrupolosamente luogo, giorno della settimana, data e ora del componimento, persone e circostanze, quasi per annotare, come in un diario le emozioni, i turbamenti, l’angoscia ma anche le esplosioni di gioia e di speranza, che l’ hanno accompagnato nel corso della sua malattia. “Ho dovuto scrivere queste poesie, devo scrivere, perché la poesia è ormai per me una terapia” – mi dice dall’altro capo del telefono.
Francesco mi chiede una recensione, invitandomi a “scavare in profondità, nelle sue pieghe più recondite per farne risaltare limpido, chiaro, il messaggio di attaccamento alla vita, di fede in Dio, negli uomini”.
Proverò, caro Francesco, ad esaudire le tue richieste, ma non potrò offrirti che qualche riflessione scaturita dalla lettura delle tue poesie, ora cupe ora liete, proprio come il tuo stato d’animo.
Comincerò da “Sogno” (pag 44 della raccolta), una poesia di 33 versi [scelta casuale?], a mio avviso significativa, in cui ciascuna persona, che abbia vissuto un rapporto difficile con il proprio corpo, a seguito di malattia devastante, potrà vedersi riflessa . L’autore parla di corpo precipitato in fiume, che “trasportava fetore umano”, di “corpo profanato”, segnato da “solchi che inquietano” l’anima. È stupito e imbarazzato per il nuovo corpo, “coperto di feci e di vergogna”, “diventato una larva”. Lotta, aggrappandosi alla “riva” [alla vita] “per non finire inghiottito”; urla per essere strappato “ai gorghi. Questo uomo, oltre che forte, è ambizioso, concede, perciò, solo “ bambini sarcastici” di schernirlo. È orgoglioso, non vuole che sia umiliato, implora quindi al Signore affinché si riprenda il suo corpo nella sua “interezza”. È anche uomo debole, che piange e rifiuta la condizione provocata dall’infermità. Ed ecco che “uomini pietrosi”, i medici dell’ospedale- presumo-, lo strappano alla morte, che “lacrime” generose -amici e familiari- bagnano le sue membra “attingendo acqua con piccolo mestolo”, come fece Giovanni per Gesù nel Giordano, rigenerando il suo corpo. Di fronte al “ cavallo è imbizzarrito” , la più potente e significativa àncora di salvezza, in ogni caso, rimane il Signore. Ed è a Dio che Francesco si rivolge perché lo sostenga e lo faccia rinascere, glorificandolo con “il sangue della sua passione”, dato che non sopporta la “fragile nullità” del suo essere.
Versi dietro ai quali sembra celarsi il senso di inadeguatezza di chi non è più sano; che rinviano allo scenario della società consumistica e edonistica del nostro tempo, fatta di uomini belli e perfetti, dove, chi è malato, purtroppo, resta indietro, sentendosi emarginato, annullato, deprivato persino del corpo.
“Io sono sereno, forte, – dice l’autore- non il fragile Francesco, sono una canna che si piega fino a terra a provare sensazioni e sofferenze straordinarie, forti, ma poi si rialza, narrante con un canto di ringraziamento e di stupore per essere rinato”.
Una canna che si prosta ai volere del vento, dunque, senza mai piegarsi del tutto, che si rialza, infine, per narrare un canto di ringraziamento. Passaggio interessante, che mi consente di andare alla ricerca di simboli e motivi ricorrenti nella raccolta: il vento, l’acqua, la luce.
“Lanterne al vento”, “Britannia”, “Fuga” sono solo alcuni esempi dei testi poetici in cui è presente il tema del vento. Segno di inquietudine, simbolo della sorte, della forza irrazionale contrapposta alla fragiilità umana, il vento porta l’uomo dove vuole, senza dargli modo di sapere cosa gli accadrà. “Chissà se verrai a farti luce/ per i miei occhi che non vogliono spegnersi/ come lanterne al vento che impazza”. “Il Tivano che impazza/ e sfilaccia i pensieri agli uomini”, “il vento che scende furioso… /e mi strappa dalle mani ogni cosa, /forse anche la mia fragilità”. “E continuo a fuggire come il vento/stanato dall’inquetudine che morde” (pag. 78).
Altro elemento ricorrente è la luce: In Un nuovo cammino (pag. 10) si legge: “Chissà se la notte è passata./ Forse ancora verrà/ col suo cantico di oscurità/ laddove credevo di vedere luce,/ a tendermi un’imboscata”. In Implorazione (pag. 11): “Maria è luminosa e solenne a tracciare la strada agli uomini”. In Risveglio ”… le luci si sono accese alle finestre … . Anche il dolore ritorna a urlare”. In A Giuseppe : “Voleranno gli angeli a portarti in cielo dove il dolore si muta in luce.” In Sia più lieve il mio tempo scrive: “La luna impallidisce/ … silenziosa si eleva la cielo/ a consumarsi in un abbraccio di luce”. “Illumina… / la mia anima con l’ultimo tuo sospiro,/ perchè sia più lieve il mio tempo /soffocato dal buio della croce”.
Luce, che nella tradizione cristiana- che sottende tutta l’opera-, è simbolo di Dio, della speranza che accompagna l’uomo. In Già vedo la luce leggiamo: “Com’è vile il cuore umano/ sempre pronto a stendere il pollice verso, quando non sa farsi artefice di un doni che tarda a venire! Già vedo la luce dell’alba [del nuovo anno] aprirsi sui miei occhi ormai senza olio.
Anche il tema dell’acqua è presente in molte poesie, richiamato atraverso le scene delle lacrime (“Mi sono spogliato, mostrando le mie ferite/ e piangevo su quei solchi/ che inquietano l’anima mia.// E tutti versavano lacrime/ e mi bagnavano le membra…/, “di padre … che piange”, “Domani lascerò questa Terra vinto dalla solitudine/ che si è mutata in malinconia e pianto”); del fiume (l’immobilità del Lario), dei paesaggi (“le case affacciate all’acqua”, “l’acqua nella piscina è luccichio perpetuo”, “I gabbiani ghignano a filo d’acqua”). L’acqua ha un significato speciale per i cristiani, simbolo del battesimo, del rinascere a nuova vita.
La mia casa è un deserto/come potrò darti accoglienza?- si legge in Alla luce della tua divinità- dove pare di capire che egli- pur bisognoso dei “vagiti di misericordia”, essendo la sua anima offuscata, non riuscirà a vedere la Luce di Cristo.
Luce, olio, lanterna, croce, … immagini dell’angoscia, del precipitare, del bisogno di mani pietose, di idee speranzose: sembra qui la chiave di tutta la produzione di Francesco Bocale.
Prima di chiudere queste note di commento vorrei sostare su “Sentieri infiniti”, la poesia che dà il titolo alla raccolta, conferendole finalmente un tono gioioso, alleviandola dalla cupezza che attraversa quasi tutti i brani.
Un componimento di 17 versi, che ricorre a suoni e immagini, per esprimere il motivo del canto. Canto che nel primo verso si fa “voce”, nel quinto “sgorga dalle labbra”, nel nono “gorgoglia dalla bocca”, nel dodicesimo si colora di “melodia” e si esprime nella “visione di donna” possente, dagli occhi smarriti, che fanno vibrare le sue stanche membra. Canto che, nell’ultimo verso, stupisce, per narrare le meraviglie dell’infinito.
Pare di leggere la storia della sua vita, che si snoda principalmente tra la terra di Puglia e quella del comasco, passando attraverso l’esperienza del seminario. In altri lavori ho già evidenziato l’amore profondo e nostalgico verso la sua terra garganica, a cui Francesco Bocale resta ancorato, quando è costretto a sradicarsi, senza tuttavia restare impedito, impegnato a tessere nuovi rapporti nella città di residenza. Sono vivi, indelebili, comunque, i ricordi dell’infanzia, i taralli morbili, la “pizza negata”, il vino buono, la mamma lontana, il papà che non è più, gli ulivi, il Varano, i “pettegolezzi” dei cagnanesi, le passeggiate sulla “coppa”, … .
“Ho camminato per sentieri infiniti”- dice l’autore … “per venire a incontrarti nella pianura/ dove i pioppi si sciolgono in fiocchi di magia”, la piana della Lombardia, dove ha conosciuto sua moglie e ha continuato a condividere le sue esperienze di vita insieme ai figli. La “voce” che accompagna il peregrinare di Francesco, ad un certo punto assume sembianze“di donna”, regalo venuto dal cielo, presenza forte, capace di incuorargli fiducia, che merita tutta la sua gratitudine. A primo acchitto sembrerebbe che questa donna sia sua moglie, Maria Grazia. Ad una lettura più profonda pare, invece, che questa visione non sia da configurare in una donna in carne ed ossa, ma in Madre Natura, che disvela il mistero del divino. Storia di uomo e di donna si fonderebbero, dunque, infine, in una sorta di sentimento panico, che esprime il contatto dell’autore con tutto l’universo.
In “Rinsavimento”, Francesco Bocale si denuda: “Credevo di essere un gigante/ delirante di onnipotenza/ e mi sono scoperto fuscello/ spazzato dall tempesta.// Credevo di essere fiamma/ che rischiara l’oscurità della terra/ e mi sono trovato lanterna senz’olio.// Credevo di essere barca/ che non teme di solcare/ il mare aperto della vita(/ e mi sono sentito tronco/ di legno alla deriva.// Credevo di essere vaso d’argento/ che non teme l’invidia del tempo/ ed ora sono frammento/ inutile d’argilla.// Quanti castelli avevo costruito,/ Signore delle cose e della vita./ Ora, sono ai tuoi piedi/ con la mia infinita nudità/ perché tu mi avvolga di misericordia/e mi tracci un sentiero di umiltà.// ( pag 26 della raccolta).
Testo da cui emerge l’uomo che sente il peso e le difficoltà della vita, angosciato dalla malattia, che accelera il tempo già breve degli umani, l’uomo nudo che chiede di essere avvolto dal manto della misericordia divina. Un uomo che sente il bisogno di palesare la sua nudità, sviscerando agli altri il suo dolore, probabimente anche con l’intento di dimostrare di essere vicino ad altri sofferenti, e, forse, di invitare chi sta bene ad apprezzare la vita che è fragile e breve.
Come non condividere i suoi pensieri e le sue sensazioni? Chi non prova emozioni di fronte a questo io narrante esuberante? E siccome penso che ciascuno di noi abbia annuito dentro di sé, in modo affermativo, ritenendo che la poesia sia il linguaggio delle emozioni e dei sentimenti, essendo egli riuscito a trovare forme, simboli e segni linguistici adeguati, credo di poter dire che Francesco ancora una volta abbia dato prova di essere poeta.
Francesco ci ha lasciati il giorno 15 febbraio 2009.
“La tua terra, il tuo lago, il tuo mare, la tua gente, ai quali ti sei sentito sempre legato, ti abbracciano e ti accompagnano con la preghiera nei sentieri del giardino di Dio.”
La Redazione del CarpinoFolkFestival si unisce al dolore della famiglia Bocale.
(*), note di commento, Cagnano Varano, 11-02-09
Leonarda Crisetti
Ciao Antonio,
i fuochi della scorsa settimana sono stati terribili 181 morti e il totale salirà ancora, piu di 1700 case bruciate 7000, persone rimaste senza niente, tutto a poca distanza da Melbourne, sono ancora in pericolo 2 o 3 piccoli centri perche ci sono ancora fuochi che bruciano, le autorita dicono che con questo tempo un po piu freddo e si aspetta della pioggia nei prossimi giorni tutto andra bene, le varie stazione televisive insieme con la croce rossa hanno raccolto quasi 100 milioni di dollari in aiuto, anche rete Italia ha condotto un appello questo weekend raccogliendo piu di 300,000 dollari.
Per ora saluti ciao ciao
dal nostro inviato Rocky Valente
Ricordiamo che Melbourne ha 1.000.000 di italiani su circa 7 milioni, di cui moltissimi pugliesi e garganici e una nutrita comunità carpinese.
"Si può sempre migliorare: se punti alla luna prima o poi arrivi alle stelle" e cosi dopo Bar Wars, il reality prodotto da Sky Vivo, dopo Casalotto sul circuito 7Gold e Scorie di Nicola Savino su Raidue, lunedi scorso Laura Drzewicka è approdata al Grande Fratello su Canale 5.
Laura è diplomata in ragioneria e parla 4 lingue. Fotomodella con la passione per lo shopping e per gli Swarovsky, Laura è una ragazza appariscente ed espansiva a cui piace prendere la vita con leggerezza ed entusiasmo.
Laura è per metà di origine polacca e per metà di origini garganiche, di Carpino.
Fino all’età di 10 anni ha vissuto ad Amburgo in Germania, con i genitori, proprietari di un ristorante.
Quando il ristorante è fallito nel 1996 lei e la mamma sono venute in Italia.
Laura, dopo la separazione dei genitori, da ormai più di dieci anni non ha più rapporti con il padre, tant’è che non ha nemmeno il suo numero di telefono e non saprebbe nemmeno come contattarlo.
Invece con la madre ha un rapporto simbiotico, lei è il suo vero punto di riferimento.
Laura è single e ha deciso di prendere il GF “come una seduta psicologica!”. Le piace definirsi una Barbie e il suo motto è ”il mio mondo è rosa e essere Barbie è un complimento perché è di plastica, si piega ma non si rompe mai”.
da fuoriporta.info
Nuovo grave lutto a Vico del Gargano. Nelle prime ore del mattino gravissimo incidente stradale sull’autostrada nel tratto Tivoli – Roma.
Coinvolti nel sinistro due giovani avvocati di Vico del Gargano.
Ancora non chiare le dinamiche.
Pare che l’autovettura è uscita fuori strada senza scontrarsi con nessun altro mezzo.
L’ intero paese, sgomento, è straziato dal nuovo lutto.
Rimandati molto probabilmente molti festeggiamenti per la Festa del Santo Patrono.
Proprio in queste ore è in corso una riunione istituzionale per le decisioni ufficiali.
Ufficializzati i nomi delle vittime.
Purtroppo, sin dal mattino le notizie che giungevano dalla Polizia Stradale e dai Carabinieri, hanno trovato conferma. I vichesi che hanno perso la vita nell’incidente stradale sono:
Raffaele Lanzetta, avvocato e Consigliere Comunale, noto e validissimo professionista e il giovane, anch’egli avvocato, Marco Granieri, da poco libero professionista, molto preparato e intraprendente.
Esclusa la presenza di una terza persona a bordo.
Il paese, subisce in pochi mesi, l’ennesima e infausta notizia, mista ad un dolore e ad un lutto che coinvolge tutta la popolazione.
In questa vigilia di preparativi, una così cruda tragedia, colpisce al cuore e non lascia spazio alle inutili parole di circostanza.
La redazione del Magazine e il sottoscritto personalmente si unisce al lutto dell’intera comunità vichese.
di Michele Eugenio Di Carlo
Non se ne parla! Quasi fosse il frutto di una nebulosa visione onirica e non la cruda, sprezzante, altezzosa realtà con la quale fare i conti; da meridionali, spesso rassegnati, quasi perduti in un’identità labile, spesso indecorosamente rinnegata.
Non ci tocca! Il senso di abbandono e di isolamento ottenuto con il nostro stesso consenso non sfiora il cuore della nostra “solitudine” sociale, del nostro isolamento arcaico, e nemmeno l’anima degli antichi splendori culturali e storici di cui il nostro popolo è depositario e le nuove generazioni destinatarie mancate.
Ci farà riflettere il sacrificio inutile del contadino borbonico, straziato ma fiero, che ai fianchi ripidi della montagna ha sottratto piccoli pezzi di terra, aspra e dura, per non consegnare la prole al distacco dal suolo natio?
Leggendo “Il catasto Onciario 1753” *, documento economico fiscale fortemente voluto dall’illuminato (a questo punto) sovrano Carlo III di Borbone, la mente spaziando volutamente nei suoi infiniti e tortuosi labirinti, e scorrendo le immagini che dal Regno Borbonico passano per l’unità d’Italia, riesce a non più definire chiaramente cosa ci abbia guadagnato il Sud, giunto fin qui all’altare sacrificale del federalismo.
Si, proprio il federalismo. Il federalismo per chi e in nome di chi?
E la provocazione arriva finalmente dalle pagine del blog de L’Unità di Enrico Fierro e rimbalza dalla Sicilia alla Puglia, dalla Calabria alla Campania, da una provincia del Sud all’altra, dalla Terra di Otranto alla Terra del Lavoro, di paese in paese, seguendo un’onda che si increspa e diventa lunga e sempre più alta, quasi minacciosa.
E ci sveglia dal lungo sonno, ci toglie le ultime illusioni, ci riporta alla realtà cruda, ci costringe alla critica, ci tocca nell’orgoglio ferito, ci sussurra senza giri di parole una verità troppo e a lungo temuta: una grande truffa, l’ennesima, un nuovo patto scellerato, inaccettabile, si sono perpetrati ai danni e contro il Sud.
La colpevole sconfitta del centrosinistra, frutto della litigiosità interna e dell’immaturità culturale, mai del tutto consapevole dell’alto compito che il popolo del Sud aveva consegnato al governo Prodi, ha reso possibile il compromesso funesto dell’attuale governo con il leghismo.
Un leghismo ormai preda del suo stesso antimeridionalismo sfrenato, del suo egoismo territoriale, del suo razzismo mal nascosto, della sua intolleranza ideologica, che per sfuggire alla crisi economica e per garantire le condizioni di unità chiede, e ottiene, un’Italia contro l’altra, un Nord a spese di un Sud, una “Padania” più efficiente e ricca, un Meridione più misero e abbandonato.
Ed è così che nei prossimi anni il Sud, con un miliardo di euro di trasferimenti l’anno in meno (dati Svimez), ammainerà la bandiera bianca rispetto a qualsiasi ambizioso progetto di rinascita culturale, sociale ed economica.
Ed è così che i servizi pubblici essenziali della scuola, della formazione, della sanità, dell’ordine pubblico, e le infrastrutture pubbliche, già in piena fase critica, stanno per subire un tracollo pauroso con probabile futura offerta da terzo mondo.
Ed ecco che, dopo tutti i silenzi e le insensibilità, è giunta l’ora anche per il Gargano.
L’ora di non sprofondare nel baratro.
Non solo l’ora della rabbia impotente, della critica feroce, della rivendicazione assolutoria, della difesa “ad libitum”. Anche, e soprattutto, l’ora di analizzare seriamente le nostre debolezze: dal clientelismo al nepotismo, dalla corruzione alla cementificazione del territorio, dal cinismo delle imprese all’incapacità cronica di una classe politica mai all’altezza, dallo sviluppo distorto, casuale, caotico, disordinato alla criminalità invasiva.
Il difficile tentativo di tracciare un solco nella direzione della rinascita è stato lanciato a Vico del Gargano il 9 gennaio dal mondo delle associazioni, del volontariato, della cultura.
Un tentativo da cui dipende la nostra speranza di proiettare uno sviluppo sostenibile attraverso il recupero e la valorizzazione del nostro immenso patrimonio culturale materiale ed immateriale.
Dobbiamo crederci! Per non perdere, anche e persino, la nostra credibilità.
Michele Eugenio Di Carlo
* Catasto Onciario 1753 di Federica Ragno, Società di Storia Patria per la Puglia – Sez. di Vieste.
Da puntodistella.it
Maria Grazia Cariglia
Riceviamo e pubblichiamo: “Si dice spesso che la politica non si occupa a sufficienza dei giovani. Nel contempo, anche i giovani sembrano avere un rapporto conflittuale con la politica, specie se confrontati con i coetanei degli anni Cinquanta e Sessanta. Le istituzioni appaiono ai giovani distanti e incapaci di soddisfare le loro esigenze, che li convince a adottare un atteggiamento distaccato nei confronti della vita politica quotidiana.
“I giovani sembrano non avere fiducia nella politica, hanno rinunciato a credere negli ideali che hanno accompagnato le generazioni precedenti, si sono abituati a vedere la politica come un’entità che non gli appartiene e va osservata a distanza. La politica giovanile è praticamente inesistente, e i pochi giovani che hanno ideali politici non vengono incoraggiati a portare avanti le proprie idee.
“Le promesse non mantenute, gli scandali, l’opportunismo, i giochi di potere, queste sono le ragioni per la quale regna lo scetticismo tra le nuove generazioni che sono diventate il soggetto escluso dalla politica. E’ necessario, invece, un tipo di educazione completamente diverso, che abitui le persone, fin dai primi anni della propria vita, a porsi in relazione con gli altri. Questo è certamente un primo passo per far comprendere, in seguito, l’importanza della politica come strumento di aiuto alla collettività.
“Certo, oggi, anche la scuola, nel processo di formazione di una coscienza civica, non ha raggiunto i risultati sperati. Forse il problema principale non sta nelle nuove generazioni ma in quelle precedenti. Genitori, parenti, professori, sembrano sfiduciati, stanchi, non sperano più in un miglioramento della società, non credono più in valori politici e questo fa si che anche i ragazzi crescano con questa indifferenza per ciò che riguarda l’ambiente sociale.
“Il miglioramento della propria condizione, la parità dei diritti, attuabile non solo sulla carta ma nella realtà, dovrebbero essere la ragione per avere una visione nella quale credere, un modello nel quale identificarsi aspettando risposte concrete insieme a proposte che parlino di certezze. Devono essere i giovani a cambiare la politica, e non la politica i giovani. Questo è il nostro futuro, e dobbiamo lottare per assicurarcelo.”
Da Mattinata.it e puntodistella.it
Realizzare un parco eolico al largo di Vieste. Questa l’intenzione di una impresa di Aversa (Ce) che, in tal senso, ha inviato richiesta al Ministero dei Trasporti e della Navigazione e, per conoscenza, al Comune di Vieste. Stante il progetto presentato, il parco eolico off-shore che si intende realizzare si estende dal tratto di mare antistante il Comune di Peschici, sino a raggiungere la porzione di mare antistante la località Portogreco, concentrato esclusivamente, quindi, lungo la costa di Vieste.
La scelta di tale ubicazione, è stata effettuata analizzando vari parametri sia tecnici che ambientali. In particolare: ventosità del sito, caratteristiche geomorfologiche del territorio e della costa, caratteristiche ambientali (vincoli ambientali, archeologici, marini), caratteristiche antropiche.
A detta della società proponente, l’ubicazione del parco eolico in questa zona è imposta soprattutto dalla ventosità dell’area ai fini della producibilità dell’energia. Dagli studi effettuati, risulta che la velocità media del vento a 100 metri sul livello del mare nella zona antistante Vieste è compresa tra 7 e 8 metri al secondo. Velocità ritenuta ampiamente sufficiente affinché il sito sia “cantierabile” economicamente.
Il progetto prevede un impianto costituito da 99 aerogeneratori da 5 MW ciascuno, per una produzione complessiva di circa 500 mega watt. Tali aerogeneratori fanno parte di un complesso di componenti, in particolare la turbina eolica ad asse orizzontale, sostenuta da una torre, realizzata in tubi d’acciaio e cemento armato, su cui sono montate 3 pale le quali hanno il compito di generare energia attraverso processi di trasformazione.
L’altezza della torre di sostegno raggiunge i 90 metri oltre il pelo d’acqua (ulteriori 15 metri di fondamenta in cemento armato), mentre la lunghezza delle pale è di 61.5 metri (diametro 126 metri compresa la turbina). Ogni torre è dotata di ascensore e piattaforma. Da progetto, le 99 torri previste sono allocate a gruppi paralleli di tre, disposti in altrettante file (33 torri per ogni fila) che seguono un andamento ad arco ellittico.
La distanza della centrale dalla costa è di 6 km nel punto più vicino e di 10 in quello più lontano. Si prevede di convogliare l’energia prodotta, attraverso cavidotti marini verso la terraferma con punto di approdo sulla spiaggia detta di San Lorenzo (fronte mare Torre Papagno) e successivo collegamento interrato alla centrale elettrica ubicata in zona “Calma-Palude Mezzane” per essere poi distribuita nella rete nazionale.
Pur condividendo la necessità di ricercare fonti di energia alternative e pulite, appare del tutto evidente che l’eventuale realizzazione di una centrale eolica di fronte la costa di Vieste si rivelerebbe di notevole impatto ambientale, con effetti devastanti per l’economia cittadina che è prevalentemente turistica. Immaginare una barriera di torri a pochi km dall’affascinate costa, in un tratto di mare dove solitamente si svolge l’attività turistica, con l’utilizzo di imbarcazioni da diporto, o peschereccia, appare del tutto fuori luogo.
I vacanzieri scelgono Vieste proprio per l’originalità del luogo, per la bellezza straordinaria della costa fatta di spiagge lunghissime, baie, grotte, anfratti, pinete a picco sul mare. Insomma quasi un ‘unicum’ nel suo genere non solo in Italia. Affiancare a questa paradisiaca visione 99 torri alte 100 metri con eliche del diametro di 120 metri significherebbe distruggere per sempre ciò che madre Natura è riuscita a creare in questo angolo di Puglia.
Kieto scus, posso dira una parol?
di Lazzaro Santoro
foto di Michele Eugenio Di Carlo
[…]“Oggi più di allora, l’aereo è il mezzo più utilizzato per gli spostamenti e non solo per quella categoria definita business community, fatta di uomini d’affari e manager in genere che devono recarsi velocemente da un luogo all’altro in poco tempo, ma anche e soprattutto di vacanzieri di tutto il mondo che desiderano raggiungere i luoghi più belli e remoti della terra senza porsi limiti ed in tempi compatibili con i giorni di vacanza a disposizione. Con la globalizzazione e tutto ciò che siamo abituati ad assorbire dai media, oggi sentiamo di vivere in un unico grande luogo che è la Terra.”[…]
E’ uno stralcio della relazione fatta dall’Assessore al Turismo del Comune di Vieste, Dott. Nicola Rosiello, in seno al Consiglio Comunale il 5 maggio 2008, contenuta nel verbale di deliberazione n. 28 che ha ad oggetto la variante al PRG per la realizzazione di infrastrutture aeroportuali in località Piano Grande.
Leggendo queste righe ho pensato alla City di Londra, da dove manager e vacanzieri, di tutte le nazionalità, nei brevi weekend imposti dalla frenesia globale, decidono di imbarcarsi a Heathrow per trascorrere giornate di relax sulle spiagge di Miami.
Voi vi sentite di vivere in un unico grande luogo che è la Terra?
Benvenuti nell’era della globalizzazione in salsa viestana.
Come tutte le globalizzazioni che si rispettano, anche la nostra è iniziata con un linguaggio globale.
Lo scrittore e giornalista Marco Brando, del Corriere della Sera, abile risolutore di grandi dilemmi, in un giorno d’agosto del 2004 ha scritto un articolo dal titolo: “Ecco Vieste, la vera capitale del turismo pugliese”.
Per il Sig. Marco Brando, Vieste “dalle spiagge curate e pulite come Dio comanda”, “affollata da molti russi”, è la “capitale sul fronte della qualità e della quantità”, la vera capitale, del turismo pugliese.
Il professore Giuseppe D’Avolio, in un’intervista rilasciata a OndaRadio nel dicembre del 2007, ha affermato raggiante che “Vieste è una capitale europea”.
Addirittura!
L’Assessore al Turismo del Comune di Vieste, Dott. Nicola Rosiello, durante la conferenza stampa di pre¬sentazione della Fiera del Gu¬sto e del Turismo Enogastrono¬mico, svoltasi nel giugno del 2008 presso il Ristorante in Fiera a Foggia, ha sottolineato che Vieste “può così fre¬giarsi di essere la capitale del turismo regio¬nale”.
Per il Dott. Nicola Rosiello non siamo più la vera capitale, siamo semplicemente capitale, regionale e non più europea.
L’ottimismo si sa è di casa a Milano e così, il 24 settembre dell’anno scorso, il Dott. Giuseppe Angelo Gianmario, sottosegretario alla Presidenza della Regione Lombardia, in un’intervista rilasciata a Gianni Sollitto, ha detto: “Vieste rappresenta la punta di diamante del turismo pugliese”.
La punta di diamante!
L’aristocratico Spina Diana, ex sindaco del Comune di Vieste, amante della musica di Fabrizio De André, è stato più cauto, si capisce perché, e in un’intervista rilasciata a l’Attacco nel dicembre 2008, ha affermato: “ Vieste è la capitale del Gargano”.
No!
Spina Diana ha ridimensionato l’importanza turistica di Vieste.
Ma rimaniamo sempre una capitale. E non è poco.
Ci ha pensato Gianni Sollitto a tirarci su e a ricordarci che Vieste è meta turistica mondiale!
Dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, in un articolo del 21 gennaio 2009, intitolato “Nel Gargano il turismo è ko”, ha scritto: “Per la prima volta Vieste può vantare un grande successo, confermato dall’Osservatorio “Buon viaggio sul turismo”, che controlla l’attività di 250 agenzie di viaggio, che ha classificato la cittadina garganica, per il mese di settembre, all’ottavo posto tra le mete turistiche mondiali.”
Stupefacente, sia lui che l’autorevolissimo Osservatorio.
Ma il sindaco del Comune di Vieste, Dott. Ersilia Nobile, ha battuto tutti e dalle pagine del sito del Comune di Vieste ci fa sapere che: “ Vieste occupa nell’ambito del turismo internazionale una posizione di prestigio”.
Prestigio!
Lontani i tempi in cui Riccardo Bacchelli definiva Vieste: ” adagiata sopra il declino di uno scoglio nel mare, bianca, moresca e marina, simile a una bella creatura spossata voluttuosamente dal bagno, che si sia sdraiata sul letto dello scoglio per prendere il sole facendosi baciare i piedi dal mare”.
I tempi e gli uomini sono cambiati.
Come tutte le globalizzazioni che si rispettano anche la nostra è iniziata con i numeri.
Nella globalizzazione in salsa viestana, i numeri menzionati sono quelli relativi alle presenze turistiche.
I dati ufficiali dell’Istat parlano di 1900000 presenze per la stagione scorsa, ma i socialisti europei della sezione di Vieste non ci stanno e hanno affermano dal loro blog che in realtà le presenze turistiche a Vieste per la stagione scorsa sono state 5000000.
Antonio Giuffreda, del coordinamento PD di Vieste, si è limitato, saggiamente, a registrare la guerra dei numeri.
Quella dei numeri è un’ossessione per i viestani.
A Vieste, se incontri un amico ristoratore, la prima cosa che gli chiedi è: ” Quanti coperti hai fatto ieri sera?”.
Se, invece, l’amico è titolare di una struttura ricettiva, il copione prevede la seguente domanda: ”Sei pieno (di turisti) ?”
I viestani hanno piena fiducia nella salute degli imprenditori compaesani. Mai nessuno gli chiede semplicemente: ” Come stai?”
Gli imprenditori a Vieste sono considerati immortali.
Nella globalizzata Vieste, i vincenti non si nascondono dietro multinazionali con nomi esotici e con sede fiscale nel Liechtenstein. I protagonisti sono gli imprenditori viestani attivi nel settore edile e turistico.
Quella del cemento è un’altra ossessione per i viestani.
Gli edili sono molto impegnati nel costruire quartieri esclusivi per turisti e residenti e hanno inventato un modello di costruzione denominato I.T.P. ”Integra Ted Plan”. Il modello, redatto da ingegneri e architetti di fama mondiale in collaborazione con l’Università di Amsterdam, ha previsto, sul modello delle “new towns” londinesi: quartieri giardino, asilo, scuola, palestra e piscina.
Anche al Riccardo Spina c’è un bellissimo giardino che circonda il nuovo manto erboso. Il Riccardo Spina non è una lottizzazione, è il campo sportivo di Vieste.
Grande è l’attesa per l’applicazione del nuovo modello denominato “S.C.E’.L.”, che prevede l’ampliamento delle zone verdi.
I turistici hanno speso le loro ultime energie fisiche e mentali con la riqualificazione, avvenuta con il cemento armato, delle strutture ricettive, una volta abusive e poi condonate, collocate lungo la spiaggia.
Creativi talenti dell’ingegneria e dell’architettura hanno creato modelli di costruzione di villaggi turistici innovati, imitati da San Diego alla Nuova Zelanda.
I modelli sperimentati nella riqualificazione dei villaggi turistici a Vieste sono stati diversi in base alle esigenze degli imprenditori.
Per risolvere problemi di spazio, sappiate che a Vieste è stato sperimentato il modello “St Lorenz’s Beach”, che qualcuno, amante degli animali nostrani, in un’epoca in cui la globalizzazione fa ancora paura, erroneamente si ostina a definirlo modello “Polli in batteria, made in Italy”.
Il modello “St Mary’s Beach”, invece, ha evitato ai coccolati turisti che prediligono Vieste per le loro vacanze, pericolosi e inutili attraversamenti di trafficate arterie stradali.
Il modello “St Crovat’s Beach” ha garantito di evitare il contagio dei turisti con i residenti. Protetti da lunghissime recinzioni, ospitati in lussuosi appartamenti sul mare, coccolati in una meravigliosa piscina, tutelati dalla sbarra all’ingresso, il modello ha garantito notti d’amore ai più. E alti redditi ai proprietari. Tutti godono.
Più innovativo e audace è stato il modello “La Chianca di El Paso di Gori Guerrero”, che ha previsto straordinarie costruzioni in stile “Texas border wall”, con vista sulla meravigliosa isola della Chianca. Per ricordarci che El Paso è città di confine, l’ideatore del modello, reduce da una vacanza sulle belle spiagge del Marocco, ha ritenuto opportuno blindare la spiaggia con una recinzione che in Europa si trova soltanto a Ceuta e Melilla. Lo sceriffo Minervini osserva silenzioso dalla vicina Corpus Christi.
Nella globalizzazione in salsa viestana, c’è spazio per la tutela dell’ambiente.
In località San Felice, il Comune di Vieste, dimostrando un’eccezionale sensibilità verso le tematiche ambientali, in collaborazione con il titolare del villaggio che si affaccia sulla splendida baia, ha creato, esempio unico in Europa, una spettacolare “ Tartanet Turtle Nursery” per proteggere la riproduzione delle Caretta caretta. L’accesso alla spiaggia per residenti e turisti è giustamente off limits, mentre libero accesso godono i villeggianti della struttura ricettiva che si affaccia sul mare antistante.
L’Università di San Diego e la Google stanno seguendo l’esperimento.
Alla notizia dell’arrivo dei californiani, nella vicina baia di Campi, gli attenti titolari dei villaggi costieri hanno, in via precauzionale, recintato l’area per impedire la violazione della privacy delle numerose Caretta caretta ospiti sulla bella spiaggia. Purtroppo, si registrano tentativi da parte dei maleducati residenti, incuriositi dallo spettacolo offerto dalla natura, di accedere alla spiaggia tramite un sentiero creato dalla capretta Bianchina di “V’Scinz U cambion”.
Per scongiurare il pericolo, il gruppo Facebook “Ambiente, salute e diritti nel Gargano”, si è mobilitata per contattare lo sceriffo Minervini.
Si racconta che Larry Page, la gatta P’trang, il Guerriero del Municipio, Matteji U Cavadd, dopo aver scaricato dal sito di Ondaradio la suoneria “Kieto scus posso dire una parol”, abbiano visitato la necropoli della Salata.
Testimoni oculari hanno invece visto, nella necropoli di San Nicola, uno spossato Matteo Siena che cercava inutilmente di tradurre a Sergey Brin la poesia “Viest: U paes du purch nardon”.
Pare che il geniale Sergey, nonostante la conoscenza della lingua russa, sia rimasto impantanato sulla mitica frase: ”Qua… chi p’r’m c’àl’z, p’r’m c’ càl’z”!
Sconvolto da tanta ricchezza antropologica, l’ex studente di Stanford ha invitato gli studenti della prestigiosa Università di Palo Alto a trascorrere tre settimane di studio sul Faro di Santa Eufemia, appena trasformato, sul modello di Palau, in un Osservatorio delle Coste e dell’Ambiente Naturale Sottomarino.
Nel pomeriggio, scortati dallo sherpa prof. Galimberti dell’Università di Siena, i tecnologici uomini di Mountain View hanno avuto la possibilità di strisciare per terra e visitare l’importante miniera di selce della Defensola.
Pare che i due, abbagliati da tanto splendore e rapiti dalla lettura della poesia Vist: “La cultur… senza ful’tùr”, abbiano deciso di donare al sindaco del Comune di Vieste, Dott. Ersilia Nobile, un museo archeologico capace di raccogliere tutte le testimonianze storiche e archeologiche del territorio di Vieste sparse per il mondo, un avveniristico centro visita per coloro che vogliono visitare la più antica miniera di selce d’Europa, una biblioteca che dovrebbe sorgere a San Francesco sul modello del San Francisco Public Library, il restauro e recupero delle torri costiere di tutto il Gargano.
Nella serata, gli amici Galimberti, Larry, Sergey, Siena, V’Scinz U cambion, Delli Santi, il Guerriero del Municipio, la gatta P’trang, la capretta Bianchina, Matteji U Cavadd della Scuola Gladiatori Roma, hanno incontrato alla Mancina Giuseppe Ruggieri, ispettore onorario dei beni architettonici e del paesaggio e Nello Biscotti, bravissimo botanico dell’Università delle Marche.
Mentre Delli Santi spiegava a Larry il significato ambivalente del termine “ful’tùr”, il diplomatico Nello, dopo aver tramortito Sergey con argomentazioni circa l’inutilità dei convegni, del rischio di perdere la biodiversità e i prodotti tipici del Gargano e della necessità di dichiarare guerra sfrenata all’olio di semi, lo convinceva a finanziare con un investimento di 10.000.000 € la creazione di una vigna di Macchiatello, nelle campagne di Vico del Gargano. Sulle note dei Rione Junno, accompagnati dall’amico Eddie Vedder, Giuseppe Ruggieri si lanciava in una funambolica danza con la sensuale Mina Scarabino. Galimberti, in religioso silenzio, ammirava rapito il Guerriero del Municipio mentre eseguiva delicati esercizi di allungamento.
In lontanza, dove il mare si confonde con il cielo, un leggiadro e bellissimo Angelo, follemente innamorato del mare e della vita, a ricordarci altri tempi e altri uomini, corteggiava una sensuale sirena di nome Vieste.
In alto, tra le nuvole, il partigiano Enrico, rispettoso delle identità di popoli e terre lontane, a ricordarci altri tempi e altri uomini, salutava gli amici promettendosi un giorno di ritornare a trovarli.
Il generale delle legioni Felix, “Matteji U Cavadd”, continuava a ripetere a voce alta: “Se vi ritroverete soli, a cavalcare su verdi praterie col sole sulla faccia, non preoccupatevi troppo, perché sarete nei campi Elisi, e sarete già morti”.
“Al mio segnale scatenate l’inferno”, la legione comandata dal generale decideva di buttarsi a mare “all’angiulichji”.
Sul tardi, esausti dalla faticosa e bellissima giornata, il gruppo decideva di passare la notte sul trabucco vicino. Mentre il Guerriero del Municipio non voleva assolutamente sapere di dormire, il furbacchione Sergey, con l’aiuto di Sant’Antonio, San Giorgio e Santa Maria, raggiungeva a nuoto l’isola di Santa Eufemia, dove la bellissima Venere Sosandra l’aspettava da tempo immemore.
La mattina dopo, i due abbronzati californiani, dopo le continue insistenze di Nicola D’altilia preoccupato della salute di un popolo che non si preoccupa della propria salute, di fronte al silenzio del presidente Vendola, alla latitanza delle banche, ai silenti e avidi imprenditori locali, hanno deciso di donare alla comunità viestana due elisoccorso con sede a Vieste e 4 ambulanze.
Il viaggio a Vieste dei fondatori di Google si concludeva con l’offerta di asparagi, capperi e mandorle consegnati loro da Valentino Di Rodi, guru del marketing turistico.Valentino è colui che partecipò alla Primavera di Vieste ( non è un moto rivoluzionario) nel maggio di oltre 20 anni e conquistò la platea turistica nazionale con un mazzo di fiori e un bacio.
Nel pomeriggio, Larry, Sergey, la gatta P’trang, proseguivano il loro viaggio verso Calena, dove, dopo aver incontrato Teresa, salivano in paese per giocare al lotto, presso l’edicola “Mille cose”, i numeri che Mimmo Vecera aveva loro suggerito in una videoconferenza giorni prima: 1,6,7.
Ma adesso la questione si fa seria.
I villaggi turistici sulla spiaggia rappresentano lo spettacolo della Vieste globalizzata. Poche le strutture agrituristiche presenti sul territorio, nessun esempio di Albergo diffuso.
Il villaggio turistico sulla spiaggia è un “non luogo”.
Marc Augé in “Disneyland e altri non luoghi” definisce “non luogo il contrario del luogo, uno spazio in cui colui che lo attraversa non può leggere nulla né della sua identità (del suo rapporto con se stesso), né dei suoi rapporti con gli altri o, più in generale, dei rapporti tra gli uni e gli altri, né a fortiori, della loro storia comune”.
Luoghi stravolti dalla cementificazione e simili a tanti altri villaggi turistici che si trovano in qualsiasi parte del mondo, con l’immancabile aria condizionata e piscina al posto delle dune, costruiti sull’immaginazione dei turisti in modo da permettere loro di trovare quello che si aspettavano, veri e propri ghetti “accuratamente preservati da ogni prossimità indesiderata”, dove la finzione si confonde con la realtà, quest’ultima spettacolarizzata dove i turisti sono gli attori.
La cancellazione di paesaggi, tradizioni locali, umanità, valori sedimentati nel corso dei secoli, l’immancabile sbarra all’ingresso dei villaggi, vero posto di dogana, frontiera sociale, a ricordarci che i muri, nonostante Berlino, resistono ovunque, l’enogastronomia umiliata a favore di menù identici e globalizzati, le caratteristiche dei villaggi sulla spiaggia.
“Spettacolo di un mondo globalizzato”, i villaggi turistici minano l’identità di una comunità, sono espressione della globalizzazione.
A Vieste la storia, le conoscenze, non specificano la dimensione locale; l’offerta d’accoglienza non è legata al territorio. La competitività di Vieste non ha radice in una sua connotazione territoriale.
Nella globalizzata Vieste, la deregulation è vista come una meravigliosa opportunità di sviluppo.
La legge regionale 20 gennaio 1998 n. 3 ha rappresentato una deregulation e ha contributo a una speculazione edilizia.
Nella globalizzata Vieste, i vincenti, legittimati dal voto della maggioranza, fanno le regole.
Le delibere comunali n. 42 del 03.04.1998 e n. 46 del 21.04.1998 hanno recepito la legge regionale 20 gennaio 1998 n. 3. Nell’arco di pochi anni dalla delibera n. 42 del 03.04.1998, il Comune ha rilasciato 48 provvedimenti concessori e d’autorizzazione paesaggistica per altrettanti complessi turistici per la costruzione di 1200 unità ricettive.
Con l’eccezione di pochissimi casi, le 48 strutture ricettive costruite con la legge regionale 20 gennaio 1998 n. 3, non distano dal mare più di 300 metri.
Protagonista è stata l’Amministrazione del sindaco Diana Spina.
Nella via locale alla globalizzazione, i benefici sono concentrati mentre i costi sono diffusi. La collettività non è chiamata alla spartizione dei benefici, che rimangono pertanto privati, ma è condannata a subire i costi, collettivi.
Nel territorio del Comune di Vieste, all’interno del Parco Nazionale del Gargano, insiste la discarica comprensoriale Landa della Serpe dell’ATO FG1, che raccoglie i rifiuti indifferenziati di 16 comuni garganici.
Perché e da chi è stata individuata quell’area resta un mistero, ai più.
Da un’intervista rilasciata a Ondaradio il 4 febbraio 2009, si apprende che l’Assessore Comunale all’Ambiente del Comune di Vieste, Dott. Antonio D’Errico, di fronte all’emergenza (l’esaurimento della capacità ricettiva della discarica di Vieste), presenterà alla Provincia la proposta per l’utilizzo delle residue volumetrie della discarica comunale.
E’ la strategia dell’ampliamento o, se volete, dell’emergenza, che è frutto dell’incapacità delle ultime amministrazioni comunali garganiche e di Vieste di gestire in maniera civile un sistema di raccolta differenziata.
Dalla lettura degli atti della “Commissione Parlamentare D’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse” del 17 dicembre 1998, dieci anni fa, emerge chiaramente come la situazione presso la discarica controllata di Vieste, dove conferivano i rifiuti non differenziati di 18 comuni garganici, fosse di emergenza sin dal 1998 in quanto la situazione relativa alla capacità di smaltimento era di soltanto 60000 mc. Dopo i continui allargamenti della discarica avvenuti nel 2003 e nel 2006, l’Assessore chiederà alla Provincia un ulteriore ampliamento.
La discarica di Landa della Serpe è “l’Op’ra F’Nut”, l’unica opera completata nel Comune di Vieste.
Il sito dell’Assessorato all’Ecologia della Regione Puglia, ci fornisce i dati dei rifiuti solidi urbani indifferenziati e differenziati per l’anno 2007 e per l’anno 2008 collocati nella discarica di Vieste. Sono dati per difetto in quanto diversi comuni non hanno effettuato tutte le trasmissioni e quindi la situazione era più grave.
Con riferimento alla città di Vieste, anno 2007, su un totale RSU di 14242490 kg raccolti a Vieste, 12960320 kg sono stati conferiti in discarica.
Nel 2007 il 90,9% del totale RSU raccolti nel Comune di Vieste è stata conferita nella discarica Landa della Serpe.
Per la città di Vieste, la produzione pro capite di rifiuti solidi urbani conferiti nell’anno 2007 nella discarica di Vieste è stata di oltre 950 kg. a testa (12960320/popolazione residente).
Qualcuno obbietterà che questo conto non prende in considerazione le presenze turistiche. Giusta obiezione.
Gli analisti in questo caso usano un correttivo; aggiungono alla popolazione residente le presenze turistiche dell’anno /365 (popolazione equivalente). Per cui Vieste nel 2007 ha avuto una popolazione equivalente di 18987 abitanti (13430+1700000/365). A titolo di esempio, dal Rapporto annuo 2006 della Provincia di Rimini, si evince che Rimini nel 2006 aveva una popolazione equivalente di 156213 abitanti, di poche decine di migliaia superiore alla popolazione residente.
Ora, 12960320 (RSU conferito in discarica) /18087 (popolazione equivalente), equivale a 716 kg di rifiuti all’anno pro capite conferiti in discarica.
Per il 2008, data una popolazione equivalente di 13430+1900000/365, sono all’incirca 683 kg i rifiuti pro capite conferiti in discarica.
Sono dati molto alti, tra i più elevati d’Italia.
Qualcuno obbietterà che l’uso di questa metodologia non prende in considerazione il “turismo sommerso”. Giusto, ma gli analisti non prendono in considerazione il “turismo sommerso” e i confronti tra città si fanno sulla base delle presenze turistiche ufficiali.
Nel Comune di Vieste nel 2007 la percentuale di raccolta differenziata sul totale di rifiuti solidi urbani è stata pari al 9,1%.
L’anno scorso la percentuale è salita a 10,8%.
Siamo agli ultimi posti in Italia per raccolta differenziata.
Per capire il peso del turismo della città di Vieste sulla produzione di rifiuti urbani, su 12.560.405 kg di rifiuti indifferenziati raccolti a Vieste e conferiti nel 2008 presso la discarica di Landa della Serpe, ben 9181820 kg sono stati conferiti nei mesi da aprile a settembre. Il 65% della RSU conferita in discarica è prodotta d’estate.
La discarica rimarrà lì per sempre, in uno dei posti più belli d’Europa, di straordinaria valenza paesaggistica.
I costi a Vieste sono per tutti.
Nella globalizzazione made in Vieste, Spina Diana ci pone i rimedi.
In un’intervista rilasciata a Paola Lucino della redazione L’Attacco il 18/12/2008, dal titolo “Il diluvio dopo Mimì Spina”, il Dott. Spina Diana ha affermato: “Il disastro ambientale sotto gli occhi di tutti è stato provocato dalla mancanza di vigilanza. Manca il senso della protezione”
Mimì Spina ha prospettato rimedi e si è fatto paladino dell’ambiente.
Gianni Sollitto, dalle colonne della Gazzetta del Mezzogiorno del 21 gennaio 2009, ci ricorda che: “Forse è giunto il momento di sostituire la politica della crescita, intesa come eccessiva espansione urbana, con il controllo e il sostegno, consolidando le attività produttive esistenti e sostenendo le iniziative imprenditoriali e complementari rispetto all’esistente”.
Adesso!
Dopo la riqualificazione con il cemento armato dei villaggi turistici che insistono sulla spiaggia, minacciati dal vertiginoso aumento dei posti letto, i vincenti, per tutelare la competitività delle proprie strutture ricettive, si fanno paladini dell’ambiente!
Nella Vieste lanciata verso il futuro si valorizza l’ambiente con il cemento e si proteggono le vecchie mura urbiche distruggendo la bellissima costa con giganteschi massi di pietra.
Nella Vieste globale, la politica implode.
In un’intervista rilasciata il mese scorso a Matteo Palumbo de l’Attacco, Michele Mascia, presidente del Consiglio Comunale di Vieste, ha detto: “ Ersilia Nobile e gli assessori sono lì solo per curare i loro interessi personali, anziché quelli dei cittadini”.
Ma che roba è?
Sono questi gli amministratori che governano la capitale del turismo europeo?
Dal sito del Ministero della Salute emergono dati non proprio confortanti sulle acque di balneazione a Vieste.Alla voce “Stagione balneare in corso, monitoraggio in tempo reale, divieti di balneazione”, emergono nel mare di Vieste, 6 tratti di costa non balneabile per inquinamento: canale caruso, canale molinella, canale portonuovo, canale torre del porto, foce canale valesano, scarico rete fognante. Alla voce Rapporto 2008 (situazione al 31.12.2007), è una mappa a indicare 6 tratti inquinati. Anche nel Rapporto 2007 (situazione al 31.12.2006), è una mappa a individuare i tratti che dovrebbero essere interdetti alla balneazione.
La collettività ha subito le esternalità negative.
La salute dei bagnanti non è stata tutelata da chi di dovere.
Nella globale Vieste gli esseri umani sono alienati e trattati senza rispetto.
Il segretario dalla Cgil viestana, in alcune interviste rilasciate alla Voce di Vieste nel 2003, ha tuonato: “ Nel settore del turismo ad esempio, ad eccezione dei due grandi gruppi come Marcegaglia e Ventaglio, non c’è nessuno che paghi lo stipendio per intero, versando contributi regolari all’Inps e all’Inail”
Ma come!
Siamo la capitale dell’illegalità.
I figli degli operai vanno a scuola con i figli dei vincenti, le loro mogli fanno la spesa negli stessi supermarket dove si recano le mogli dei vincenti.
Nella Vieste globale i vincenti hanno ammazzato Adam Smith, che non era un comunista. Nella “Teoria dei sentimenti morali”, Smith sottolineava l’importanza per gli operatori del mercato del “rispetto del senso d’onore” che permetteva di “apparire in pubblico senza vergogna”.
Nella Vieste globale i vincenti non si sono vergognati di trattenere il trattamento di fine rapporto dei propri collaboratori. Si sono arricchiti con il lavoro degli operai.
Nella Vieste globale i mutui bancari sono rimborsati con l’indennità di disoccupazione.
La globalizzazione fa si che bisogna proteggere la privacy dei turisti ospiti nei villaggi turistici che insistono sulla battigia marina.
A nord di Vieste, la lunga spiaggia di Santa Maria di Merino conta soltanto quattro accessi pubblici, le spiagge di Chianca e Crovatico sono inaccessibili, Sfinalicchio ha solo un accesso pubblico.
A sud, è difficilissimo accedere alla spiaggia di San Felice, mentre è praticamente impossibile accedere alla spiaggia di Campi ( a meno che non siate una capra e non mettete in conto di spezzarvi il collo).
Chi avvantaggia questa situazione?
La globalizzazione impone la privatizzazione delle spiagge.
Il Comune di Vieste ha venduto gli accessi comunali alle spiagge ai titolari dei villaggi turistici.
Nella globalizzazione in salsa viestana, gli incendi nell’entroterra sono eventi insignificanti.
Sono 30 anni che i boschi di Vieste vanno in fumo!
Nel momento in cui gli incendi hanno toccano alcuni villaggi turistici sulla costa, nel luglio del 2007, la politica viestana è entrata in soccorso e ha definito gli incendi imprevedibili.
Ma come!
Hanno dimenticato il rogo di Pugnochiuso!
E hanno detto che non sarebbe successo mai più niente di simile. Nell’agosto del 2007, a un mese dal terribile incendio di luglio, dei vigliacchi hanno incendiato la pineta di San Felice.
Se venite in vacanza a Vieste accertatevi che il vostro villaggio sia munito di un valido sistema antincendio. Perché a Vieste è successo, in occasione dello spaventoso incendio del luglio 2007, che importanti strutture ricettive fossero sprovvisti di un sistema antincendio.
Vi rendete conto della gravità?
Non hanno protetto gli ospiti, loro stessi e il patrimonio ambientale!
E’ l’avidità dei più ricchi.
Il denaro a Vieste è un’altra grande passione.
Blindati in mostruosi SUV, come se abitassero nella giungla amazzonica, ghettizzati nei loro villaggi, appaiono in pubblico elegantissimi e tristi e parlano sempre di soldi. E sono immortali. Diversi sono accomunati dalla passione per gli orologi. L’immortalità e il tempo, abbinamento curioso!
Nella globalizzazione dal sapore di mare, l’Onorevole Michele Bordo presenta un’interrogazione al Ministro dell’Ambiente per “la presenza di elevati profili problematici e di criticità dell’Ente Parco”, e il Presidente del Parco nazionale del Gargano conquista riconoscimenti nella Federparchi.
In data 29 gennaio 2009, l’Onorevole Michele Bordo ha presentato un’interrogazione a risposta in Commissione (5-00917) al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per chiedere, tra l’altro : “Quali iniziative e provvedimenti urgenti il Governo intenda assumere per ripristinare l’immediata funzionalità di indirizzo programmatico e gestionale dell’Ente Parco Nazionale del Gargano”:
Pochi giorni fa, il Presidente del Parco nazionale del Gargano, Dott. Gatta, è stato eletto nel consiglio direttivo della Federparchi, la Federazione italiana dei parchi e delle riserve naturali.
In un’intervista rilasciata a l’Attacco nel mese di dicembre, il Presidente del Parco nazionale del Gargano ha parlato di molti progetti, dal piano antincendi alla mobilità interna, sicuramente importanti, ma non ha fatto nessun riferimento al Piano del Parco, strumento fondamentale di pianificazione territoriale dell’area protetta.
Nei processi di globalizzazione, non mancano mai gli uomini del Nord ricco e civilizzato.
Uno stimato signore del Nord, nel presentare un’idea progettuale che riguarda il nostro territorio, ha detto recentemente che i viestani, di fronte a uno straordinario progetto e di fronte a capitani coraggiosi, dovrebbero togliersi il cappello!
Voi vi immaginate uno che sulla soglia di casa vostra vi chiede di togliervi il cappello?
Non immagino cosa potrebbe chiedervi se voi lo lasciaste entrare.
A toglierci le mutande ci pensarono, negli anni ’80, politici potenti, molto potenti, che stuprarono il territorio con la promessa di un “Progetto di sviluppo integrato del turismo”, ci lasciarono il pacco chiamato “Centro Pilota” e non pagarono il conto con la giustizia.
Nella costruzione del complesso sono state violate più leggi rispetto all’altro mostro di Punta Perotti e nessuna menziona la quantità di esplosivo necessario per abbatterlo.
La società globale viestana è molle.
Giovani con elevate competenze e acute intelligenze si sono nascosti negli uffici pubblici, negli studi professionali, nei villaggi e nei partiti; tutti hanno accettato, per paura di compromettere gli affari, di inimicarsi il politico di turno, o semplicemente per omertà, lo status quo.
Dove stanno i giovani leoni, di qualsiasi formazione politica, di destra, di sinistra, di centro (di Giove, di Saturno, di Mercurio) della politica locale?
Dove stanno i taciturni rampanti rampolli dell’economica globalizzata viestana?
Pensate che questi ragazzi discuteranno sulla stampa, senza nascondersi dietro dei nickname, le tematiche dell’immondizia, dell’inquinamento del mare, degli accessi alle spiagge, del lavoro nero, dell’emigrazione dei giovani viestani?
I leoncini della savana prenderanno posizione pubblicamente con documenti scritti?
E così capita che a spiegare agli elettori cosa succeda a Vieste è uno studente disoccupato, che resterà, disoccupato, ancora a lungo.
Vieste va alla rovescia e vedrete cari lettori che chi diffama l’immagine del paese sono io con questo articolo.
Paola Lucino, de l’Attacco, in un recente articolo dal titolo “Vieste, il diluvio dopo Mimì Spina”, ha affermato:” la potenza economica in un paese marino si misura dalla ricettività”.
Ha ragione. A Vieste è la ricettività che rende ricchi.
Da uno studio dell’Università di Foggia intitolato “Stima della Capacità di Carico dei flussi turistici nel Parco Nazionale del Gargano”, emerge che nel 2003 Vieste aveva 3980 posti letto nel settore alberghiero e 41343 nel settore extra alberghiero, quest’ultimo costituito in prevalenza da campeggi e villaggi turistici, essendo pochissime le aziende agrituristiche.
E’ ragionevole supporre che a Vieste 10 famiglie soltanto gestiscono quasi il 50% della ricettività totale, oltre 20.000 posti letto.
Due famiglie controllano il 24% della ricettività totale.
L’eccesso di offerta di posti letto nei villaggi turistici ha comportato l’impossibilità per i possessori di seconde case, svantaggiati rispetto ai villaggi per la posizione non proprio a ridosso del mare e per le oggettive difficoltà di relazionarsi con i clienti nella fase di prenotazione, di affittare i propri immobili ai turisti. Quello che per 30 anni è stato una preziosa fonte d’integrazione del reddito familiare, e che ha permesso a tante famiglie viestane di mandare a studiare i propri figli o di comprarsi una casa, e che costituiva una forma di redistribuzione del reddito, improvvisamente è venuto meno a vantaggio dei titolari dei villaggi.
In questo contesto chi trarrà i maggiori vantaggi dalla costruzione di un aeroporto?
Le 10 famiglie di cui ho parlato e i costruttori di seconde case per turisti.
E chi subirà le esternalità provocate dall’inquinamento acustico e dell’aria?
Tutta la collettività residente. Anche coloro che dal turismo non traggono nessuna forma di beneficio dovranno sostenere dei costi sociali.
Magari, un giorno, la collettività sarà chiamata a sostenere i costi per la costruzione di scogliere artificiali per proteggere i litorali in erosione sui quali insistono i villaggi turistici delle 10 famiglie.
Per 10 famiglie Vieste è indubbiamente un diamante (altri, legati ai valori di una volta, direbbero che Vieste è per loro la “gallina dalla uova d’oro”).
Le strutture ricettive a Vieste sono state riqualificate per far fronte al presunto oceano di pellegrini e turisti attratti da Padre Pio.
Poveri turisti religiosi. Sono stati chiamati in causa per giustificare la necessità di riqualificare i villaggi turistici di Vieste.
Voi avete visto masse oceaniche di turisti religiosi nei villaggi turistici viestani?
Anche il Dott. Giuseppe Angelo Gianmario, uomo politico, presidente di un comitato apolitico, in una video intervista presente sul sito dell’associazione INFRAsudGARGANO, ritiene che il turismo religioso su San Giovanni Rotondo possa spiegare la fattibilità economica della costruzione dell’aeroporto a Vieste.
Le infrastrutture sono molto importanti nei processi di globalizzazione.
I porti turistici sono per l’Italia del XXI secolo quello che le autostrade furono nel secolo scorso.
A Vieste, le menti raffinate del Comune, ubriachi di liberalismo tatcheriano, appreso nelle università di Sua Maestà Elizabeth Alexandra Mary, hanno deciso di privatizzare il porto turistico delle ricche consulenze, costato ai contribuenti un mare di denaro.
Benefici privati nelle mani di pochi e costi collettivi a carico dei contribuenti. Appunto.
Il Comune di Vieste ha da poco redatto un progetto “per la costruzione di nuovi tronchi di fognatura nera e risanamento di alcuni esistenti nella zona nord del centro turistico abitativo interessata da insediamenti turistico-ricettivi” dal costo di € 2.500.000,00 e un progetto di riqualificazione territoriale dal costo di € 7.000.000,00. E a pagare saranno i contribuenti, molto spesso ai margini della crescita economica indotta dal turismo. Misure che diventano necessarie agli occhi dell’opinione pubblica e che favoriscono i proprietari dei villaggi turistici.
La globalizzazione non prevede di implementare a livello di destinazioni turistiche studi sulla capacità di carico.
La capacità di carico indica il numero massimo di visitatori che un’area territoriale può sopportare senza che si creino ripercussioni negative sull’ambiente naturale, sociale e culturale.
In uno studio intitolato “Stima della Capacità di Carico dei flussi turistici nel Parco del Gargano”, Pasquale Pazienza e Vincenzo Vecchione, ricercatori presso il Dipartimento di Scienze Economiche, Matematiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Foggia, hanno condotto una ricerca sulla capacità di carico della città di Vieste riferita agli anni 2003 e 2004. Nello studio i vincoli presi in considerazione per individuare la capacità ricettiva ottimale di Vieste, oltre il quale si determinano inefficienze della destinazione turistica e disservizi per gli ospiti, sono: totale dei posti letto nel settore alberghiero ed extra alberghiero, capacità di smaltimento dei RSU (in KG/giorno), capacità di depurazione delle acque reflue (in mc/giorno), totale delle piazzole di parcheggio auto e bus. Dallo studio emerge: l’offerta di posti letto è di 3980 nel settore alberghiero e di 41343 per il settore extra alberghiero, la capacità di contenimento della discarica per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani a disposizione delle attività turistico ricettive è pari a 9.717 kg/giorno, la capacità di depurazione delle acque reflue a disposizione dei turisti è di 2.059 mc/giorno, la disponibilità di aree di parcheggio per auto e bus è di 1820 piazzole di sosta. Tramite l’applicazione di un programma di matematica lineare i ricercatori concludono lo studio affermando che il numero massimo di turisti giornalmente ospitabili a Vieste nel 2003 e 2004 era pari a : 3980 per il settore alberghiero e 285 per il settore extra alberghiero!
A distanza di pochi anni dai loro studi, a dimostrazione delle competenze degli studiosi, Vieste, per via del numero elevatissimo degli ospiti presenti d’estate, ha una discarica quasi esaurita e il mare inquinato in alcuni tratti. La difficoltà di trovare parcheggio d’estate è sotto gli occhi di tutti.
Per non parlare degli incredibili disagi che abbiamo registrato anche l’anno scorso quando frequenti sono state le interruzioni della fornitura di acqua potabile per i residenti.
Sono le esternalità negative che la collettività è destinata a subire in silenzio.
Loro, i vincenti, incassano i denari.
Per pochissime famiglie Vieste è un diamante, per altri, la maggioranza, invece, è miseria, frustrazione, emigrazione, inquinamento.
Grazie ai mass media, i vincenti sono capaci di veicolare all’esterno l’immagine di una Vieste paradisiaca. Ma quell’immagine non rappresenta la comunità di Vieste, fotografa soltanto la loro avidità.
dalla Redazione Fuoriporta
Direttore resp. Michele Lauriola
Effetto sabato, il magazine di informazione e intrattenimento in onda ogni sabato pomeriggio su Rai Uno dalle 14.30 alle 17.00, dedicato ai personaggi del nostro tempo e ad una "lettura", riflessiva e inusuale, di fatti ed effetti del contemporaneo, si occuperà in diretta della festa di San Valentino a Vico del Gargano, il prossimo 14 febbraio.
Effetto sabato è giunto quest’anno alla sua seconda edizione affidata alla conduzione di una giovane coppia della tv, formata da Lorella Landi, giornalista ed ex-inviata de "La vita in diretta", e Luca Calvani, attore e vincitore della quarta edizione de "L’Isola dei famosi".
A loro il compito di accogliere ed intervistare, nello stile del programma sobrio e diretto, 5 ospiti che, di settimana in settimana, si alternano in un mix di incontri per comporre una speciale galleria di ritratti e istantanee che parlano di cinema, musica, televisione, ma anche di attualità, costume, colore ed impresa. Nel segno di un linguaggio ricco di suggestioni ed "effetti" per offrire al pubblico nuovi orizzonti compositivi e critici.
Rai Cinema: per la prima volta un programma televisivo sta portando in giro per l’Italia tutta la magia del grande schermo. Così, ogni settimana,"Effetto sabato" fa tappa in un piccolo centro della penisola per regalare ai suoi abitanti la visione di un film scelto tra i grandi titoli della nostra cinematografia contemporanea grazie all’allestimento di un vero e proprio "cinema viaggiante".
Grande spazio è dedicato alla musica con una sequenza che vede esibirsi sulla ribalta del pomeriggio di Rai Uno alcune giovani promesse del cantautorato italiano per una "rilettura" di grandi canzoni che hanno segnato e raccontato la nostra storia.
Ad affiancare i conduttori, alternando la diretta in studio e i collegamenti esterni, tornano per il secondo anno, il giornalismo sportivo di Giampiero Galeazzi, i viaggi di Paolo Notari e gli interventi graffianti di Lina Sotis.
E sarà proprio Paolo Notari a collegarsi da Vico del Gargano, per “raccontare” la festa, i misteri, le tradizioni, i segreti e inedite storie che giungeranno dalla piazza, che si prepara ad accogliere Raiuno, con il calore e lo stile che ha sempre contraddistinto i garganici.
Ospite fisso il comico Pino Campagna a cui è affidato il compito di rileggere l’attualità in chiave ironica.
Anche quest’anno gli incontri in studio saranno commentati in diretta da "quelli dei Caterpillar", il popolare programma di Radio2, che seguiranno da casa collegati al telefono il programma "radio-televisivo", interferendo con esso.
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| Immagini dell’ex campo di concentramento di Manfredonia |
Una memoria dimenticata: il campo di concentramento di Manfredonia
di TERESA MARIA RAUZINO
Il silenzio sulle foibe, e sull’esodo forzato di dalmati e istriani dalle loro terre, è forse la pagina più oscura della nostra storia repubblicana. Ma ancora più oscure sono le pagine che l’Italia ha scritto tra il 1919 e il 1944 in Slovenia e Croazia (sulle quali continua ipocritamente il silenzio), a cui va fatta risalire la feroce reazione degli Slavi di cui si parla in questi giorni.
E’ singolare che a sollevare la questione (solo delle foibe e dell’esodo, ovviamente) siano, anche a Foggia e in Capitanata, proprio gli "eredi" di quel regime che fu il primo responsabile della sanguinosa e sanguinaria reazione slava.
A tutti coloro che vogliono saperne di più su questa storia “dimenticata” consigliamo la lettura di un libro (a cura) di Costantino di Sante: Italiani senza onore (edizioni Ombre Corte, pp. 270) che pubblica documentazione inedita sui crimini compiuti dall’esercito del Duce in Jugoslavia. Ci fornisce una dettagliata, illuminante cronistoria dell’antislavismo viscerale perseguito dal regime fascista nei Balcani, brutto retroscena della bruttissima storia delle foibe. La politica di occupazione italiana si contraddistinse per una serie ripetuta di violenze, angherie e sopraffazioni che non furono il risultato di scelte isolate dei comandi militari, ma componente essenziale della strategia di dominio territoriale dell’Italia fascista il cui scopo era arrivare alla «distruzione totale e integrale dell’identità nazionale slovena e croata».
«Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava – scriveva Benito Mussolini già dal 1920 – non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».
In una lettera spedita in data 8 settembre 1942 (N. 08906) dal generale Roatta al Comando supremo, viene proposta, addirittura, la deportazione dell’ intera popolazione slovena. Nella riunione di Fiume del 23-5-1942, lo stesso Roatta aveva riferito le direttive di Mussolini:
«Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana. Ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. /…/ Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30.000 persone. Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L’azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /…/ Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno».
Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i lager di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Alla fine del Ventennio gli occupanti italiani costruirono nelle terre slave campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze.
Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell’A.N.P.P.I.A. “Pericolosi nelle contingenze belliche”, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini.
Facendo riferimento a uno studio effettuato da Viviano Iazzetti (direttore dell’archivio di Stato di Foggia) sul campo di concentramento pugliese di Manfredonia (che funzionò dal 1940 alla fine dell’estate del 1943), possiamo confermare che un gruppo consistente delle persone ivi internate proveniva dalla provincia di Fiume erano cittadini italiani “slavofili“ ovvero ex jugoslavi sospetti di attività antitaliana.
"Per ex jugoslavi – precisa Iazzetti– si intendevano gli internati originari dei territori dell’Istria annessi all’Italia in seguito allo smembramento dell’impero austro-ungarico conseguente il primo conflitto bellico mondiale".
Nel campo di concentramento di Manfredonia la libertà degli internati era limitatissima. Essi potevano passeggiare liberamente soltanto per alcune ore della giornata, ed esclusivamente nell’ambito della zona delimitata. Quando i reclusi si trovavano in quest’area venivano attivati sei posti fissi di guardia per la loro vigilanza; contemporaneamente degli agenti in bicicletta percorrevano la nazionale per Foggia, lungo il tratto antistante il campo, onde evitare contatti con estranei.
Al rientro degli internati nelle camerate venivano chiuse finestre e porte, applicando a queste ultime dei lucchetti dall’esterno. Durante la notte funzionava un servizio di ronda sia all’esterno che all’interno del campo. Per gli internati non era possibile intrattenere rapporti epistolari con i familiari senza la preventiva autorizzazione ministeriale e subordinatamente al vaglio della posta per motivi di censura.
Gli internati avevano l’obbligo di presentarsi negli Uffici della Direzione, ogni qualvolta invitati, a capo scoperto, abbigliati compostamente e salutando "romanamente". Per poter leggere dei libri italiani occorreva l’autorizzazione della direzione, mentre, per i giornali ed i libri in lingua straniera, quella del ministero. Era vietato usare lingue straniere nelle conversazioni.
Della traduzione della corrispondenza degli internati serbo-croati e Sloveni si occupava la signora Maria Nannut presso il campo di concentramento di Fabriano. Il campo di Manfredonia fu una “cosa all’Italiana”, non furono uccisi internati come nei famigerati campi nazisti. Ma non dimentichiamo che il 1° luglio 1940 nel campo suddetto giunsero 31 ebrei tedeschi.
Il 18 settembre 1940 gran parte di essi furono trasferiti presso il campo di concentramento di Tossicia in provincia di Teramo. Restarono solo in cinque a Manfredonia che, a loro volta, ad eccezione di un ebreo di cui si perdono le tracce, furono trasferiti nel campo di concentramento di Campagna (in provincia di Salerno) il 26 febbraio 1942.
Viviano Iazzetti si chiede quale sorte sia toccata a queste persone ( di cui comunicò i nominativi alla Comunità ebraica di Roma fin dal 1984-85), invitando gli studiosi ad effettuare ulteriori ricerche.
Lo abbiamo fatto noi, qualche anno fa, attingendo alla banca dati del sito www1.yadvashem.org: ben 16 su 31 ebrei tedeschi risultano periti nei famigerati campi di concentramento nazisti dove si consumò la Shoah.
Oggi, al Comune di Manfredonia chiediamo che sia posta almeno una targa a loro ricordo e a ricordo dei 519 internati, compresi quelli slavi, nel luogo (il macello comunale, oggi dismesso) che li ospitò.