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cantori di carpino

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Rapporto de IlSole24Ore: speciale dedicato alla Cultura della Puglia che conquista le top ten

Nell’inserto Puglia Rapporti de Il Sole 24 Ore alle pagine 10 e 11 speciale dedicato a: Le voci dell’anima, Festival Castel dei Mondi, Puglia Nigh Parade, Carpino Folk Festival, Salento Negramaro Festival, La Ghironda, Festambiente Sud, Festival Internazionale della Valle d’Itria, Ti Fiabo e ti racconto, Teatri di Terra, L’ospite bambino, Maggio all’Infanzia.
E poi il Mezzogiorno che conquista le top ten con: i Cantori di Carpino, Radiodervish, Sud sound system, Negramaro.

La chitarra battente, una gioia solo per chi l’intende

Su la terrazza della cascina in Val delle Rose. Il plenilunio è sereno, tutta una dolcezza argentea si distende intomo Alcuni contadini, chiamati dal mio ospite, sono giunti per farci assistere ad un ballo tipico del paese: il  pizzèca pizzèca. In una panca, messa in disparte appositamente, prende posto l’orchestra. Sono tre individui, tre istrumenti: una chitarra battente, che il Signore conservi sempre laggiù per gioia di chi s’intende; un tamburello e la cupa-cupa, strumento primitivo composto da una pignatta chiusa all’imboccatura da una pelle fortemente tesa. Detta pelle è attraversata, al centro, da un bastoncello. Il suonatore, dopo essersi spalmato le mani di saliva, le fa scorrere lungo il bastoncello e produce un’ armonia che, udita da lontano, potrebbe essere anche gradevole .
Il ballo comincia. Viene intonata una canzone d’amore dalle cadenze malinconiche. Fino ad ora l’orchestra accompagna in sordina; la cupa-cupa pare un armonioso muggito. L’uomo balla di fianco e in tale posizione compie vari giri intorno alla ballerina, la quale pare perplessa e non sa se sostare o fuggire. Fra il pollice e l’indice di ambo le mani tiene sollevato, con un gesto di grazia, il grembiule. E’ un gesto di disimpegno. La scena di seduzione mi rammenta per associazione di idee i miei studi di ornitologia: molti volatili tentano condurre l’amata al loro desiderio precisamente così, girandole intorno. La scena cambia di aspetto all’improvviso; la ballerina si decide; leva un braccio in molle curva sul capo, appunta l’altro sul fianco e con un guizzo si allontana facendo schioccare le dita. Comincia l’inseguimento. L’ uomo tiene il capo arrovesciato all’indietro e manda un suono speciale, un «ha-ha» prolungato, rincorrendo la compagna che con agili scatti e balzi e guizzi gli sfugge continuamente. Poi si calmano e ricominciano. Così per lungo tempo, sotto le cadenze melanconiche della canzone d’amore e i mugolii della cupa-cupa.
E’ una dolcissima serenità che innamora; l’antica anima della terra vive in quest’ora e in questa scena.

Antonio Beltramelli, Il Gargano

Una canzone poveredda, di poveriddi e per poveriddi …

‘LA SCORDANZA’ DI BEPPE LOPEZ
Editore
: MARSILIO
Pubblicazione: 09/2008
Numero di pagine: 378

articolo a cura di Antonio Basile

Niudd’ se le ricorda, mo, le ultime tre volte che invece si è mettuto a piangere, qualche mese apprima di venirsene qua.
La prima fu a Carpino. Sì a Carpino, sopr’al Gargano.
Quante volte che l’avevano sentuta insieme, lui e Saverin’, la Tarantella di Carpino, la canzone più bella, la melodì più accorata, la musica più addolorata, la voce più struggente, il ritmo più soave di cui rècchia umana abbia mai goduto. No, non quella della Nuova Compagnia di Canto Popolare o quella di Musicanova. No. Quella è robba di recupero. Ma proprio la Tarantella registrata dal vivo, il trenta dicembre del 1966, da Roberto Leydi e Diego Carpitella a Carpino (Foggia, Puglia): canto e chitarra battente di Andrea Sacco, più le due chitarre francesi di Michelantonio Maccarone e Gaetano Basanisi, e le castagnole di Rocco Di Mauro. Quel dì Andrea e i compagni suoi avevano semplicemente cantato e sonato, come cantavano e sonavano a ogni serenata, a ogni sponsalìzio, a ogni festa paisana. Solo che quel trenta dicembre del 1966 ci stava un registratore. E solo per questo fatto avvenette il miracolo. Quella che era stata per secoli una canzone poveredda, di poveriddi e per poveriddi diventò un monumento, una delle sette meraviglie del mondo che da sola giustificherebbe l’esistenza dell’Unesco, l’aria più celestiale, la ballata più ammagagnata, la poesì più misteriosa, le strofe più arabescate, il ritornello più strascicato, l’intonazione più affatturata che fantasì umana potesse immaginare e alla quale polmone, cannarile, lengua e bocca umana potessero dare fiato.
Il trentatré giri che la conteneva (I Dischi dell’Albatros, Vedette Record, Italia vol. 1, I balli, gli strumenti, i canti religiosi, antologia a cura di Roberto Leydi) era quello più strutto di tutta la collezione sua, che pure ne vantava di capolavori. Da quando Saverin’ teneva appena tre mesi, sino all’ultima volta che stette con lui, apprima di scìrsene a Bologna – che ne teneva oramà ventitré di anni – se la sono sentuta cento, mille, diecimila volte la Tarantella cantilenata da Andrea.
E che gli va a capitare, quando se ne stava già a solo a solo come una mummia dentro a quella grande casa di campagna? Gli va a capitare che un compagno, Alberto, l’ultimo che si ostinava a tentare di tirarlo fuori da quella depressione, gli domandò se volesse accompagnarlo a Rodi Garganico …

Beppe Lopez nato a Bari nel 1947 ha cominciato a scrivere sui giornali, da giovanissimo, nel 1963. E’ iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1968. E’ giornalista professionista dal 1976. E’ stato per vent’anni giornalista parlamentare. Si occupa in particolare di politica interna, di informazione e comunicazione, di progettazione e gestione editoriale, e di giornali locali.
Ha pubblicato inchieste, note e commenti sulle più importanti testate italiane, fra le quali (in ordine cronologico): l’Avanti! e Mondo Operaio diretti da Gaetano Arfè, Il Giorno diretto da Italo Pietra, Tempo illustrato e Affari economici diretti da Nicola Cattedra, Il Ponte diretto da Enzo Enriques Agnoletti, Il Mondo diretto da Antonio Ghirelli, Abc, il Corriere dello Sport, SettimanaTv (1974-75), la Repubblica, il Manifesto, l’Unità, Numero Zero, Galassia, Prima Comunicazione, Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Sicilia, Liberazione, Left, ecc.
Negli prima metà degli anni Settanta, è capo ufficio stampa del Consiglio regionale pugliese per l’intera legislatura costituente (1970-75). Dirige Cronache delle Regione Puglia e dal 1973 al 1982, con Beniamino Finocchiaro, Politica e Mezzogiorno (La Nuova Italia Editrice). Cura la collana “Socialismo e cultura" della Dedalo.
Nella seconda metà degli anni Settanta, si trasferisce a Roma. Partecipa come cronista di politica interna alla fondazione di la Repubblica diretta da Eugenio Scalfari (1975-79). Fonda e dirige il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto (1979-1981), realizzando una formula di successo che avvierà la modernizzazione dei giornali locali.
Negli anni Ottanta, è inviato ed editorialista del quotidiano Il Globo, diretto da Michele Tito (1982). Si dedica ad attività di consulenza e progettazione editoriale, con particolare attenzione al mercato regionale dell’informazione (tra il 1984 e il 1985 partecipa, fra l’altro, come direttore editoriale alla nascita di due nuovi quotidiani in Calabria e Campania).
Dal 1989 al 1997 dirige la Quotidiani Associati, la più importante agenzia italiana di servizi giornalistici (Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Sicilia, l’Unione sarda, Il Secolo XIX, Il Gazzettino, ecc.).
E’ fondatore e direttore del primo quotidiano lucano La Nuova Basilicata (1998-99). Fra il 2002 e il 2005 cura, per Liberazione, un osservatorio quotidiano di critica dell’informazione.

La ‘scordanza’ di Niudd e il ‘senza radici e senza memoria di se’ di un pugliese di Bari emigrato a Roma.
Niudd’ appartiene a una generazione di italiani, nati fra gli anni Quaranta e Cinquanta, che ha attraversato una esperienza storicamente inedita e irripetibile.

Una generazione che ha compiuto un primo passaggio epocale, attraverso il Sessantotto, da un Paese arcaico, innocente e autoritario, a un Paese moderno, in fase di smaniosa «liberazione individuale e collettiva». E poi un secondo, definitivo passaggio, negli anni Ottanta, da un Paese che aveva perso l’innocenza a una società in profonda crisi morale, sociale e politica. Senza radici e senza memoria di sé. Ubriaca di scordanza

Per inseguire i suoi miti e le sue ambizioni, Niudd’ emigra da Bari a Roma per fare il giornalista politico, partecipando a quel clima in cui la liberazione veniva vissuta in prima persona. Tanto per cominciare, nei rapporti professionali e nei rapporti d’amore e di sesso. In quel clima, dopo un paio d’anni dalla nascita di sua figlia Saverin’, Niudd’ sfascia, come da copione, il suo matrimonio con Iagatedd’, la ragazza che per amore lo aveva seguito nella capitale.

Nel 2000 torna nella sua città, nel Sud, nella casa in cui era cresciuto, in attesa di rivedere la figlia. È la seconda parte, "Ritorno": la delusione, la sconfitta, il dolore.
È un romanzo, pieno. Anche amaro. Scritto con una lingua anch’essa piena, di echi dialettali, di espressioni di gergo. Di passato. Una lingua che sa di antico.

Carpino degli anni sessanta raccontato da Francesco Rosso

GARGANO MAGICO

Quando, finita la sconvolta discesa di Cagnano, si aggredisce il rettilineo lanciato attraverso la vasta pianura, l’occhio è attento solo all’asfalto che sfila sotto le ruote e, ingannato dall’uniforme piattezza che nasconde persino il lago, trascura Carpino, alto sul pinnacolo di una collina, mezzo nascosto dal movimentato scenario della stretta valle tagliata come una ferita nelle pietrose profondità garganiche.

Carpino è la risultante di una gara tra fantasie anarchiche, un gioco urbanistico realizzato senza regole che alla fine, benché ciò non rientrasse nelle previsioni, ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Veduto dalla strada statale, sembra una bizzarra costruzione cubista eretta da bambini fantasiosi con dadi variamente colorati. Si potrebbe pensare ad un villaggio di nani, costruito sulla loro misura; eppure gli uomini che lavorano nei campi sono di taglia atletica, nerboruti, bisognosi di spazio anche quando crollano per il riposo.

Infatti, di mano in mano che si sale il colle in cima al quale è arroccato il paese, le prospettive di Carpino si definiscono. Il cilindro giallo che si vedeva in lontananza è il breve torrione di un castello ora trasformato in caravanserraglio per non so quanti nuclei familiari, i cubi azzurri, gialli, bianchi sono case tutte quadrate e uguali, con terrazze, balconi, altane a livelli diseguali che si rincorrono in aeree scalinate verso il cielo.

Le strette viuzze sembrano fenditure d’ombra nella gaiezza policroma delle abitazioni e ci si arrampica con le capre camminando sotto cascate di gerani che traboccano dalle terrazze, dai davanzali di aeree finestre raggentilite da cornici di lineare eleganza, da panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto. Quale immaginoso architetto ha elaborato le improvvise scenografie delle ardite scalinate, le quinte policrome di case disposte con capricciosa asimmetria per limitare la vastità del paesaggio spalancato sulla valle, chiudere nel cerchio di raccolta intimità il villaggio battuto dai venti garganici?

Contadini analfabeti, e muratori altrettanto analfabeti furono gli ignari artefici del miracolo urbanistico; le cornici essenziali che chiudono le finestre, le porte ad arco sulle facciate disadorne, l’aggetto dei terrazzi su povere case, rivelano una civiltà del gusto certo non imparata a scuola, ma dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, svariante fra montagna, pianura, lago e mare. E sono ancora contadini analfabeti ad ornare con festose ghirlande di gialle pannocchie, di peperoni scarlatti, disposte con inconscio gusto della decorazione, le facciate delle case esposte al sole, a chiudere con dorati fondali di granturco i vani terminali di stradette aperte sulla vallata.

Carpino gode immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l’intero Gargano. Il signor Roger Vailland, quando, venne in vacanza da queste parti, raccolse come autentiche ed attualissime antiche vicende sepolte da secoli. Gli uomini che siedono al rezzo sulla quadrata piazzetta dominata dalla chiesa, limitata e definita come un palcoscenico su cui la domenica sì recita la piccola sagra delle modeste vanità locali, sono diversissimi da quelli che lo scrittore francese ha abbozzato nel romanzo « La legge », divulgato poi dal film omonimo.

Nelle ore che precedono il tramonto, quando l’aria estenuata dalla calura sfiora con le prime folate fresche i tetti delle case, i carpinesi si riuniscono in piazza, quelli che non lavorano, s’intende, perché gli altri tornano dai campi a notte piena. Il campionario è completo, tutte le classi sociali del paese sono rappresentate. C’è il ricco possidente, ma senza la iattanza del feudatario; c’è il professionista, ma senza la boria del colto fra gli analfabeti; c’è il maresciallo dei carabinieri, ma non la intimidatrice autorevolezza dell’autorità costituita; c’è il manovale povero e analfabeta, ma senza la falsa umiltà del debole angariato.

Formano una comunità ben definita, non afflitta da stridenti ingiustizie sociali. Anche il ricco, quando vi indicano le sue proprietà, risulta un ben povero nababbo; i suoi poderi sono distese di pietra su cui si affannano le capre in cerca di pascolo. Però, il signor Vailland era determinato a scrivere un romanzo ad effetto sull’Italia Meridionale, e poiché altri filoni erano già troppo sfruttati, si rivolse al Gargano, ancora poco noto alle platee avide di sensazioni forti.

Un vecchio feudatario sensuale, cinico, sterminatore di vergini, spietato sfruttatore di plebi sottomesse gli andava bene per un romanzo a tinte fosche impostato sulle differenze sociali nell’Italia Meridionale. Non si può negare che condizioni simili esistano nel Sud non nel Gargano, dove il ricco autentico non esiste. Sovente la ricchezza è più stracciona della povertà, per cui è difficile distinguere l’aristocratico dal manovale. Eppure, nel romanzo dello scrittore francese non c’è un personaggio pulito; prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto « La legge ».

E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici proprio perché nella sua storia non ci sono tradizione fosche. La gente è pacifica, di indole mite, forse un po’ pigra, aliena dalla violenza e dal delitto. Sono uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d’india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini a mettere le mani su piccole cose che non gli appartengono; capre, giumente, muli sorpresi liberi nel pascolo. Dopo averli conosciuti, si comprende che sarebbero generosi, ospitali, se lo potessero. Non potendo offrire altro, diventano amici di chi li avvicina, persino fastidiosi nelle manifestazioni di eccessiva cordialità non sempre disinteressata.

Bellissimo e scenografico, Carpino è forse il villaggio più povero del Gargano, con poca terra da coltivare, assai lontano, nella pianura sconfinante col lago di Varano, con greggi di capre sparse a brucare la scarsa erba sui petrosi pascoli della montagna. Se gli uomini fossero nati inclini alla violenza, nessuno se ne sarebbe stupito; l’ambiente e le condizioni in cui vivono li avrebbero giustificati.

Invece, come tutti i garganici, sono duri solo in apparenza, subito sciolti con coloro che cercano di comprenderli.

Giocano ancora alla « Legge »? Sì, giocano ancora, ma non nei modi con cui li ha descritti Roger Vailland. Si riuniscono in cinque o sei nell’osteria, ordinano alcune bottiglie di vino, o di birra, ed incominciano a puntare con le dita, chiusi in un cerchio di complicità impenetrabile. Si direbbe che congiurino, e giocano soltanto una specie di morra per eleggere il capo, colui che detterà legge. Egli ha il diritto insindacabile di far bere il vino, o la birra a chi vuole lui, mentre tutti gli altri pagano.

Una sola seduta mi convinse che « la legge » è un gioco noioso per chi, come me, non sa penetrare nell’atmosfera di mistero che i giocatori creano, senza comprendere che quel gioco può essere, per alcuni, l’occasione di bevute gargantuesche quasi gratuite. Inoltre, c’è il piacere della beffa, il sorriso agro degli esclusi, la gioia di risate irrefrenabili quando qualcuno si ribella alla « legge ». E’ un gioco molto diffuso nel Meridione, chiamato talvolta passatella, talvolta tocco, talvolta legge.

Un tempo, chi era eletto capo della piccola assemblea di bevitori, aveva il diritto di offrire il bicchiere a chi voleva, ma anche di processarlo dicendogli tutto ciò che pensava di lui, di sua moglie, dei suoi figli, delle sue sorelle, salvato dall’immunità che gli derivava dalla sua condizione di capo. Accuse di furto, adulterio, violenza carnale, pecoraggine erano pronunciate a mezza voce nel fumoso stanzone dell’osteria: cadevano come macigni sull’accusato cui il vino ricevuto dono si trasformava in fiele. Ma nessuno osava ribellarsi, quella era la legge.

Ciò accadeva un secolo addietro, anche i più anziani ne ricordano le movimentate notti invernali trascorse nel gioco della « legge », trasformatosi ora in modesto antagonismo bibitorio. Sempre più raramente, distratti da altri intere (il cinema, la televisione, una certa facilità di amoreggi con le ragazze), si seggono attorno al tavolo, eleggono il capo e attendono la designazione col pomo d’adamo che gli guizza sotto la pelle del collo, tutti in succhio nella speranza di bere quasi gratuitamente alcuni bicchieri di vino.

La sera quando gli uomini tornano dal lavoro nei campi, il palcoscenico della piazzetta si anima d’improvviso. Seduti sui bassi scranni, gli anziani che hanno trascorso le ore in silenzio, cacciando con pigre mani la molestia aggressiva delle mosche, si risvegliano dal letargo per commentare la vita di tutti coloro che sfilano sotto i loro occhi distratti, uomini di pelle scura, conciata e arrostita dal sole, gli sguardi allucinati dal lungo riverbero luminoso, la schiena stroncata dalla fatica della mietitura.

Nelle ore torride della canicola Carpino sembra un paese ubbriaco di luce, un paese stordito dalla vampa, reazioni con le viuzze deserte e la piazza devastata dal spietato. Sono le ore che preferisco in questo fantasioso villaggio, mi eccita il pensiero di camminare sul sonno della gente abbandonata alla siesta, fra le galline che chiocciolano razzolando fra la spazzatura della strada, fra gli asini legati al muro e con le frange inerti a sfiorare il suolo.

Tutto è immobile nella luce arroventata, il silenzio è profondissimo, il ronzìo delle mosche instancabili rimbomba con fragore. Da un’altana, dal terrazzo di uno scoglio, l’occhio ha tutto l’orizzonte per sé, domina la dilagante pianura gonfia di umori caldi. Dal torrioncino di pietra gialla del castello, su cui sventola l’afflitto pavese di povera biancheria intima stesa ad asciugare, il lago di Varano appare come sommerso dalla cateratta di luce che crolla dal cielo sterile.

L’acqua si stempera in tonalità grigio-azzurre, diversificandosi dall’Adriatico non per il sottile istmo di sabbia gialla ma per il variare dei colori; verde fondo il mare, grigio spento il lago.

Tra i campi gialli di stoppie, le cicale si eccitano stridendo con frenesia monotona, ubbriache di sole. Splendono i pomidoro come vampe nell’aria infuocata; sulle pale immense dei fichi d’india, un freddo metallico che non dà ristoro all’occhio abbacinato, gonfiano i frutti spinosi, grossi, polposi, dolcissimi.

Folgorato dal sole, Carpino attende il brivido delle prime ombre serali per ridestarsi; allora il «Caffè Vittoria» e la piazza incominciano a popolarsi per i quotidiani, pigri pettegolezzi, cui il cantilenante dialetto toglie ogni asprezza.

Dopo tanto sole, non si ha più l’energia necessaria alla cattiveria autentica; gli antagonismi, le avversioni, si esauriscono in placata maldicenza, tutti hanno coscienza di essere simili agli altri nei difetti e nelle qualità, di condividere un destino poco benevolo che tutti eguaglia.

Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell’ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L’esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole.

Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo.

Teresa de sio e la tarantella di Carpino

Presentazione 2008 – Tutti gli Eventi sono ad Ingresso Libero

Carpino Folk Festival ‘08

Una valanga di artisti sta per scendere nuovamente sul Gargano questa estate per l’annuale festival della musica popolare e delle sue contaminazioni.

Presentazione per la Stampa

Giunto alla sua 13a edizione, la nove giorni di festa si annuncia ricca di esibizioni dal vivo originali e piene di energia per esortare nuovamente ad esplorare la ricchezza e la diversità musicale tradizionale e neo-tradizionale.  

Una popolare e contemporanea avventura artistica

Fondato nel 1996 da Rocco Draicchio, il Carpino Folk Festival è oggi uno dei più importanti eventi della musica popolare d’Europa.

Ogni anno nel mese di Agosto, Carpino diventa una città-teatro che accoglie decine di migliaia di amanti di musica tradizionale di tutte le età. Il suo leggendario spazio è "Piazza del Popolo", il cuore degli spettacoli all’aperto. Gli spettatori, spesso in vacanza e lontani da casa, trascorrono diversi giorni a Carpino per vedere gratuitamente alcuni dei concerti in calendario; la maggior parte di loro partecipa alla performance dei propri idoli e balla con loro creando una originale alleanza. Carpino Folk Festival è soprattutto uno stato d’animo, una festa popolare dove gli spettatori/attori per una settimana frequentano gli stessi eventi, discutono e condividono le loro esperienze di vita e di cultura.

Il Carpino Folk Festival 2008 vuole essere sobrio e prezioso di espressioni musicali, sedentarie o vagabonde, a volte tumultuose, vuole anche essere libero di sperimentare e di rimanere fedele.

 

Nato per omaggiare i Cantori del Gargano col fine di valorizzarne i suoni tramandati di generazione in generazione, le tecniche musicali sviluppate con attenzione e i ricordi vivi e sottili, spesso complessi, a volte epidermici… per preservare e trasmettere la conoscenza, rituale e tradizionale, incorporata nella memoria di quest’angolo di Puglia, il Carpino Folk Festival è aperto alle influenze e alle innovazioni musicali ma non alle formule prefabbricate o alle semplificazioni abusive troppo ansiose di world music.

Il festival della musica popolare e delle sue contaminazione, promosso dall’Assessorato al Mediterraneo di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dall’Assessorato al Turismo della Regione Puglia, dalla Provincia di Foggia, dal Comune di Carpino, dalla Comunità Montana del Gargano, dal Parco Nazionale del Gargano in collaborazione con l’Azienda di Promozione Turistica di Foggia e il GalGargano, è prodotto ed organizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival.

Sponsor Ufficiale 2008 : Birra Peroni S.p.A

Da quest’anno il Carpino Folk Festival ha scelto di entrare in F.F.S.S. il brand nato da un’idea dell’Azienda di Promozione Turistica di Foggia con la partecipazione della Regione Puglia e della Provincia di Foggia, per rafforzare, non solo la comunicazione ma, soprattutto le relazioni con le altre manifestazioni del territorio affinchè durante tutto l’anno si sviluppino azioni  che favoriscano la ricerca e la creazione artistica oltre che la risoluzione di problemi tecnici comuni.

Il Promontorio del Gargano, pur essendo una delle prime terre emerse in tutta Italia, fino a poco tempo fa era costituito da un inaccessibile e misterioso gruppo di montagne circondate da zone paludose e inabitabili.

Arroccato nel suo isolamento viveva una sua vita stenta e piena di lotte continue con la sua terra arida e brulla che favorì localismi che ancora oggi rallentano ilunlentaronolismi che impedirono sano e fisiologico sviluppo economico.

Questo aspetto selvaggio e primitivo e la mancanza di facili vie di comunicazione tennero lontano i viaggiatori e resero i commerci umani e culturali molto radi e casuali, ma allo stesso tempo permisero ai suoi abitanti di coltivare le proprie tradizioni e i propri miti come fonti esclusive della propria maturazione civile e culturale.

 

Il Gargano, la terra sperduta che fino a poco tempo fa pochi sentivano nominare, la terra delle selve, dei giardini, degli aranceti e dei limoni, la terra della chitarra battente e della tarantella d’amore e di disprezzo, la terra schiva, refrattaria a confidenze, che spesso nasconde il meglio di sè sotto coltri di pudore primitivo, col Carpino Folk Festival si vuole aprire al mondo e svelare le sue bellezze segrete e i suoi preziosi tesori, pur sapendo che solo pochi occhi e pochi cuori ne potranno godere, quelli che hanno la giusta predisposizione. Gli altri, per quanto impieghino tutti i mezzi a loro disposizione, fotografie, telecamere, ipod, interviste o altro, per quanto prolunghino il loro soggiorno o lo ripetano come un rito magico, difficilmente riusciranno a scoprire l’anima e il cuore di questo promontorio.

Vi aspettiamo, artisti e spettatori questa estate al Carpino Folk Festival, di modo che si perpetui la testimonianza di Antonio Piccininno e Antonio Maccarone e continui la vitalità del canto di Andrea Sacco.

Presentazione on line della XIII edizione

IL CARPINO FOLK FESTIVAL AL NASTRO DI PARTENZA

Tutto quello che c’è da sapere. Per avere tutte le informazioni sulla
XIII edizione del festival della musica popolare e delle sue contaminazioni,
l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival vi dà appuntamento a domani

Mercoledì 23 Luglio

su www.carpinofolkfestival.com

Piero Giannini dal Quotidiano di Puglia

Il Cantore Piccininno e le sue Serenate

"Quando vedo una bella donna mi viene subito di dedicarle una serenata. I giovani d’oggi non hanno idea di cosa possa significare una dichiarazione d’amore in sonetti". Ha 92 anni ed è riconosciuto in tutto il mondo come l’ultimo cantore di Carpino dopo la scomparsa nel 2006 di Andrea Sacco (all’età di 94 anni), il custode di una storia popolare che non perde occasione per ricordare i tempi della sua gioventù e fare paragoni con quella odierna.

Chi non conosce Antonio Piccininno, classe 1916, potrebbe anche non sapere cosa vuol dire cantore di Carpino. E’ il canto popolare garganico più famosa ed incontaminato, originale ed inimitabile, fatto dalla improvvisazione e dall’amore dei suoi interpreti verso quello che è a tutti gli effetti un modo di comunicare, di raccontare, la terra rocciosa, fino ad un tempo impenetrabile, del Gargano. Antonio Piccininno è interprete della musica popolare, suonatore di nacchere, ma anche cabarettista e show man. Un trascinatore, capace di condurre lo spettatore fino al gran finale senza poter distogliere l’attenzione anche per un solo istante. E si, perchè dentro quella filastrocca c’è la vita quotidiana di quel popolo, le sue abitudini, usi e costumi che si possono rivedere solo in quei momenti, in cui dal 2 al 9 agosto, si dà vita al Carpino Folk Festival, una incredibile kermesse di interpreti, sostenitori o successori di quel filone così amato da personaggi come quel giovane ricercatore americano, Alan Lomax, che, accompagnato da Diego Carpitella, nel 1954 fece un viaggio alla scoperta dell’Italia sonora ponendo il primo mattone per la salvaguardia dei cantori di Carpino e della tarantella del Gargano. In pochi anni questo genere musicale riesce a scalare le vette più impenetrabili del panorama musicale italiano finendo anche al teatro lirico di Milano nel 1967. Da quel momento in poi sono stati tanti gli appassionati di quest’arte di raccontare la vita a non poter fare a meno di vivere il trasporto di quelle sonorità. Da Giovanna Marini a Francesco Nasuti, Teresa De Sio, Carlo d’Angiò, Robert Fix, Pino Gala, Salvatore Villani, Ettore de Carolis, Eugenio Bennato, Carlo d’Angiò e tanti altri ancora. Ma perchè queste sonorità sono diventate così famose in tutto il mondo e di un fascino straordinario. la spiegazione la si può trovare nella "serenata di Carpino", una composizione vocale-strumentale, a struttura semplice e carattere popolare, che secondo un’antica usanza veniva eseguita di sera o di notte sotto le finestre della propria bella per corteggiarla e per manifestarle i propri sentimenti o per rendere pubblico un rapporto di fidanzamento, che in una comunità maschile come quella carpinese dei decenni scorsi aveva anche l’ulteriore funzione di consentire il controllo sociale del rapporto da parte della comunità. "Ci sono stati tanti episodi in cui a Carpino nel dedicare una sereneta alla propria fidanzata (a volte non sapeva di esserlo già) -racconta Antonio Maccarone, il cantore di soli 88anni- si è corso il rischio di finire sotto le mazzate di padri poco sensibili e disponibili". A Carpino la composizione della serenata comprendeva oltre quattro sonetti che talvolta andavano anche oltre i dieci. Il tipico organico strumentale era costituito da chitarra battente, chitarra francese, castagnole e tamburello. Nello specifico il repertorio era frequentemente iniziato dal sunettë con cui si chiedeva licënzë a cantare e finiva con il sunettë della bonasërë.
Pochi sanno che la parte centrale della serenata di Carpino è costituita dalla Canzonë che nulla ha in comune con lo stile vocale e musicale dei sunettë, ossia con la mundanara, la rodianella e la vestesana. La Canzonë infatti è costituita da un brano lirico come testo e di stile vocale modale, con sillabe che corrispondono anche a parecchie note cantate, molto ornato, ritmicamente molto libero e con una emissione vocale spesso forzata e tesa nel registro dell’acuto. La sua esecuzione veniva musicata dalla sola chitarra battente che nell’occasione non viene battuta ma pizzicata. Ecco la struttura minima della serenata dei Carpinesi. "Sunettë della licënzë; Primë arruvatë e ti cerchë licënzë; se a qustu lochë ce pozze cantà; ji cë so’ vënutë pë la cunfidënzë; non la ‘ntënnitë na mala crijanzë;l’acquë corrë addovë c’è l’appënnenzë; ‘stu ninnë venë addò che tenë li spëranzë ". Ed ancora: "La Canzonë; Di primë amorë ti venë a salutà; di novë ammantë bellë stativ’ a sintirë; së c’ha lu piacerë ti vole sentirë; dalli nu ventë che po’ ‘ddà jì a navëgà; questa barchettë dall’portë avev’ascì; quannë p’nnantë a vui ven’a passà; falli nu segnë d’amorë mittëtë a rirë ".

A 92 anni Piccininno partecipa al Festival di Carpino

E’ considerato l’ultimo cantore di Carpino dopo la scomparsa nel 2006 di Andrea Sacco (all’età di 94 anni) e custode di una storia popolare: Antonio Piccininno, 92 anni, parteciperà al ‘Carpino Folk Festival’, in programma dal 2 al 9 agosto. Per Piccininno è l’occasione per ricordare i tempi della sua gioventù e fare paragoni con quella odierna. ‘Cantore di Carpino’ vuole dire – ricorda una nota – rappresentante del canto popolare più famoso ed incontaminato del Gargano. ‘Quando vedo una bella donna – è solito dire Piccininno – mi viene subito di dedicarle una serenata. I giovani d’oggi non hanno idea di cosa possa significare una dichiarazione d’amore in sonetti’. Piccininno è interprete della musica popolare, suonatore di nacchere, ma anche cabarettista e show man capace di condurre lo spettatore fino al gran finale dela sua esibizione. Il ‘Carpino Folk Festival’ è una kermesse di interpreti e sostenitori di quel filone amato da personaggi come il ricercatore americano Alan Lomax che, accompagnato da Diego Carpitella, nel 1954 fece un viaggio alla scoperta dell’Italia sonora ponendo il primo mattone per la salvaguardia dei cantori di Carpino e della tarantella del Gargano.
Ma perchè qualcuno aveva dei dubbi?

Francesco Nasuti ‘padre’ del folklore della Puglia

SPEZZANO ALBANESE (CS),  Assegnato a Spezzano Albanese il riconoscimento della FITP (2/07/2008)
Francesco Nasuti, studioso di Monte Sant’Angelo, è il "Padre" del folklore per la Puglia. Il premio "I Padri del Folklore", ideato per celebrare quanti si sono impegnati a promuovere e tutelare il folklore e le tradizioni popolari, è stato consegnato a Spezzano Albanese (Cosenza). La manifestazione, organizzata dalla FITP (Federazione Italiana Tradizioni Popolari) presieduta dal maestro Benito Ripoli, ha visto protagonisti cultori delle seguenti regioni: Piemonte, Veneto, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata e Sicilia. Sessantotto anni, laureato in Giurisprudenza, è stato tra i membri fondatori del Centro di Studi Garganici e ne è diventato presidente nel 1977, anno in cui ha dato vita alla rivista "Gargano studi". Nel 1974 ha fondato il gruppo "Teatromonte" e il Gruppo folclorico "Li Sammecalere". Ha prodotto varie opere teatrali originali tra le quali "Na Speranza Nova" (Grenzi Editore), vincitrice nel 1987 del primo premio quale migliore opera inedita al Festival Nazionale del Teatro Dialettale, e ha scritto numerosi saggi tra i quali "L’Arcangelo e il Pellegrino". Ha curato la pubblicazione di molte opere e ha tenuto vari corsi di laboratorio teatrale, e nel 1997 è stato nominato Coordinatore Scientifico del progetto "Educazione al teatro" organizzato dal Provveditorato agli Studi di Foggia e dal Ministero della Pubblica Istruzione per la formazione teatrale dei docenti. Nel 1999 ha pubblicato il CD "Canti della memoria" con il quale, nel dicembre 2000, ha ottenuto il premio "Pitrè" – Salomone Marino del Centro Internazionale di Etnostoria "Città di Palermo". Nel 2001 gli è stato conferito il Premio "Fenicottero Rosa" promosso dall’APT di Foggia per il rilevante contributo dato alla cultura pugliese. Dal 1998 è Consigliere Nazionale della FITP. Nel 2005 ha pubblicato l’opera ed il CD di canti popolari "Alla carpinese – Il sonetto nella tradizione popolare garganica". Con l’Università degli Studi di Bari e, in collaborazione con lo scrittore e drammaturgo Vito Maurogiovanni, ha scritto e diretto e lo spettacolo "Odore di Santi, Pellegrini e di Briganti". Da giugno 2007 è assessore alla Cultura del Comune di Monte Sant’Angelo.
da Teleradioerre

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