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Il Mondo magico dello Scazzamurredde

La porta cigola appena la spingi, e subito senti un fruscio leggero, come di paglia che si muove. Dalla penombra del camino, una piccola sagoma si aggira silenziosa, alta poco più di un bottino di vino. Ha occhi vispi e scintillanti, e un volto grottesco e buffo, metà umano e metà animale, con un’espressione che sembra dire “ti osservo… ma non ti faccio niente… ancora”.

Si muove rapido tra le travi e i mobili: a volte si arrampica sul tavolo, altre volte sparisce dietro le tende, lasciando dietro di sé piccoli rumori metallici o il ticchettio di rametti. Non è cattivo: ama fare piccoli dispetti – sposta il cucchiaio, fa cadere una chiave, nasconde un fazzoletto – ma se lo rispetti e gli lasci qualche briciola di pane o un piccolo dono di paglia, diventa custode della casa, proteggendo te e i tuoi raccolti dagli spiriti maligni.

I vecchi del paese dicono che, durante le notti di Natale o di Sant’Antonio, lo scazzamurredd può cantare con voce sottile, quasi un sussurro, mentre gira tra le stanze, annunciando fortuna o avvertendo di piccole disgrazie. La luce tremolante delle candele fa brillare i suoi occhi e, se lo guardi attentamente, puoi notare che ride sottovoce, come un bambino dispettoso ma benevolo.

E mentre ti siedi vicino al camino, senti che la sua presenza rende la casa viva: ogni oggetto sembra avere una storia, ogni ombra un movimento. Lo scazzamurredd è lì, invisibile e presente, piccolo guardiano del Gargano, a ricordarti che in quelle antiche case le leggende non sono mai solo storie: sono compagne di vita, birichine e protettive.

Lo Scazzamurredd appartiene alla grande famiglia degli spiriti domestici europei: esseri invisibili che abitano le case e convivono con gli uomini. Nel Gargano, però, assume caratteristiche molto precise.
Non vive nei boschi né nelle grotte, ma dentro la casa: tra il camino, le travi e i sacchi del grano. È un abitante antico quanto le abitazioni rurali stesse.
Nella tradizione orale raccolta nell’area intorno a Carpino, il folletto non è un demone ma una presenza ambigua:

  • dispettosa ma non malvagia,
  • invisibile ma concreta,
  • capace di proteggere quanto di disturbare.

La sua natura dipende dal comportamento degli abitanti: rispetto e ordine lo rendono benevolo; trascuratezza e arroganza attirano i suoi scherzi.

Le descrizioni tramandate coincidono con l’ambiente delle antiche abitazioni garganiche:

  • focolare sempre acceso,
  • paglia e utensili agricoli presenti negli ambienti domestici,
  • vita familiare raccolta nelle ore serali.

Lo Scazzamurredd nasce proprio lì, nelle lunghe veglie invernali, quando raccontare storie serviva anche a spiegare rumori misteriosi, oggetti scomparsi o sogni agitati.

Non era solo intrattenimento: era un modo per insegnare ai bambini regole implicite: non lasciare in disordine, rispetta la casa, non sfidare ciò che non comprendi.

Il termine Scazzamurrèdde contiene il tipico diminutivo garganico -èdde, segno linguistico che colloca il racconto nel nord del promontorio.
Secondo interpretazioni popolari, il nome richiamerebbe:

  • capelli arruffati,
  • movimenti rapidi,
  • natura irrequieta.
    È un folletto nervoso, quasi infantile. Ride, corre, osserva. Non spaventa davvero: educa attraverso il dispetto.

Le notti in cui si fa sentire sono quelle di passaggio, quando — secondo la mentalità contadina — il confine tra visibile e invisibile diventava più sottile.
Il suo canto leggero non era considerato un presagio terribile, ma un avvertimento: la casa è viva e va rispettata.

La versione narrativa dello Scazzamurredde garganico è stata trascritta all’interno di raccolte di tradizione orale studiate da Natina Mascolo Vaira, che documentò racconti provenienti da narratrici popolari del Gargano.

A differenza di molte figure folkloriche europee, lo Scazzamurredd non rappresenta il male.
È piuttosto un equilibrio: tra ordine e caos, tra visibile e invisibile, tra uomo e casa.

Dicevano che sparisse quando le case diventavano troppo rumorose, quando nessuno raccontava più storie o quando il rispetto lasciava posto alla fretta. Perché i folletti, come le memorie, abitano solo dove qualcuno sa ancora ascoltare.
E forse è per questo che oggi non lo incontriamo quasi più.
Non perché sia scomparso, ma perché abbiamo smesso di riconoscere i piccoli segni.

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