SONETTI GARGANICI
I.
Ecco ritorna, biondo nume, il sole,
su le campagne il sol di primavera ;
spuntano gigli e crescono viole
a l’aure profumate de la sera.
Una musica arcana di parole
mormora l’acqua ne la mia peschiera,
e, su le acacie o tra le verdi aiole,
sento spesso cantar la capinera.
O sorrisi de ‘I cielo, o di natura
caste bellezze di tramonti e d’albe,
fonti giulivi, amori susurranti,
qui vengo a ritemprar l’anima impura,
tra le giunchiglie in fiore e le vitalbe
vengo ad esprimer l’ansia de’ miei canti.
II.
Si stende il lago placido e turchino,
da nugolette candide baciato,
e, sovra il monte, vedesi Carpino,
ne’ crepuscoli ancora addormentato.
Tra ‘I verde de la siepe un passerino
pispiglia, allegro, un canto interminato:
ne ‘I sangue l’aria fresca de ‘I mattino
desio d’amor, di vita ha ridestato.
Ne ‘I verziere il leandro è già fiorito,
danno profumi acuti le verbene,
de’ belati lontan sento venire.
E qui mi siedo, mesto, intenerito:
provo un languore blando ne le vene,
una vaghezza calma di morire !
III.
Sta sopra un monte ed ha l’aspetto umile:
con le sue mura in parte screpolate;
si scorge, grave e ritto, il campanile
in mezzo a tante case agglomerate.
Ma un non so che di semplice e gentile
ha per l’anime caste e innamorate,
sia che di foglie lo rinverdi aprile,
sia che di messi il faccia biondo estate.
L’onda de ‘I lago mobile e turchina,
la cappelluccia de la Croce Santa
di Pastromèle in cima a la collina,
gli orti solinghi, i teneri segreti,
a l’ombra molle di boschiva pianta,
ispirano gli artisti ed i pöeti.
IV.
Bisbiglia a ‘I vento un melograno in fiore,
ne le fragranze de’ dischiusi calici,
e, ne gli amplessi d’un selvaggio amore,
la vite su ‘I suo tronco vi s’inerpica.
O che lusso di foglie, o che candore
di gigli e di narcisi odorosissimi!
che vita d’armonie, che dolce odore
di nascoste viole e di basilico!
Ne le brezze, d’intorno mormoranti,
vola la pioggia de’ rosati petali,
volano baci misteriosi e canti.
E, sopra, in un color bello di mare,
schiudesi il cielo inconturbato e limpido,
e par che inviti l’anima ad amare.
V.
Mormora il fiumicello e par che canti
mille cose d’amor l’acqua giuliva,
che dolcemente insinuasi ed avviva
le verdi canne a ‘l cielo bisbiglianti.
Laggiù, laggiù, lontano da la riva,
s’inseguono ne l’acqua le bagnanti :
salgon da ‘I bosco i cori stornellanti,
i cori accompagnati da la piva.
Di qua, di qua, bianchi gabbian, volate,
fidi cantando a’ venti de ‘I Gargano,
ch’eleva le sue cime immacolate;
volate, salutando il bel Varano,
le mie valli di timo profumate,
l’erte colline, e ‘l verde esteso piano.
VI.
O floride pianure d’aranceti,
o d’acque fresche inargentati rivi,
o folti, interminabili boscheti,
poggi tranquilli e solitari clivi,
io torno a rivedervi… Ne’ roseti
l’aura trasporta i pollini lascivi,
di nuove foglie vestonsi gli abeti,
e parlano d’amore i verdi ulivi.
Io torno a rivedervi, o del Gargano
terre feconde, un giorno decantate
da l’immortale bardo Mantovano.
Ride il Vernon, da aprile ingiovanito,
ridon de ‘I lago l’acque inargentate,
ride, tra il verde, il paesello avito.
VII.
Stridono le cicale tra le rame,
protese ne la fervida caldura,
e, ne la serra, intisichite e grame
stanno le piante senz’alcuna cura.
Di passeri emigranti un folto sciame
si vede spigolar ne la radura :
da ‘I ciel säetta il sole, come lame
ardenti, i raggi suoi su la natura.
Oh, dove sono gli orti e gli agrumeti,
i rivi zampillanti de ‘I Gargano,
de l’Umbro folto l’invocata ombria?
Che io quell’aure, a quell’acque mi disseti,
ch’io torni sotto il rezzo d’un ontàno
a far sonetti con la bimba mia.
VIII.
A far sonetti con la bimba mia
ch’io torni a quelle piagge rifiorite
ove ogni luogo esprime un’armonia,
ove cresce a l’ulivo insiem la vite.
Le vive fonti da la poesia
qui sento in cor seccate, isterilite,
lontano ognor da la casa natia,
I che va dicendo a l’anima: venite!
O ardente estate, o sol canicolare,
aride terre fuse nel giallore,
rami di acacie in atto di preghiera,
quanto discordi siete da ‘I mio mare,
da ‘I mio ciel di berillo,
e da l’amore che ispira la mia florida riviera!
Ligustri : versi
Torremaggiore : tip. V. Caputo [Caputo, Vincenzo], pref. 1929
Domenico Augusto Turchi – Giornalista e poeta, nato a Carpino l’1.2.1869. Morto il 15.5.1938. a S. Severo fondò e diresse «Il Vaglio» – Questa la lapidaria descrizione che Pasquale Sorrenti offre a proposito di Domenico Augusto Turchi, nel suo Repertorio Bibliografico degli Scrittori pugliesi contemporanei. Come giornalista lo ritroviamo a Bari, verso la fine degli anni ’80, a collaborare con la «Gazzetta» e con l’«Avvenire». Sue opere sono: Fili d’erba, sonetti (Bari, GSV& Avellino, 1887), Farnesia, scritti in polemica con P. Farnese (Bari, Pausini, 1888), Ligustri, versi (Tipografia Vincenzo Caputo, Torremaggiore, 1929).

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