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| Immagini dell’ex campo di concentramento di Manfredonia |
Una memoria dimenticata: il campo di concentramento di Manfredonia
di TERESA MARIA RAUZINO
Il silenzio sulle foibe, e sull’esodo forzato di dalmati e istriani dalle loro terre, è forse la pagina più oscura della nostra storia repubblicana. Ma ancora più oscure sono le pagine che l’Italia ha scritto tra il 1919 e il 1944 in Slovenia e Croazia (sulle quali continua ipocritamente il silenzio), a cui va fatta risalire la feroce reazione degli Slavi di cui si parla in questi giorni.
E’ singolare che a sollevare la questione (solo delle foibe e dell’esodo, ovviamente) siano, anche a Foggia e in Capitanata, proprio gli "eredi" di quel regime che fu il primo responsabile della sanguinosa e sanguinaria reazione slava.
A tutti coloro che vogliono saperne di più su questa storia “dimenticata” consigliamo la lettura di un libro (a cura) di Costantino di Sante: Italiani senza onore (edizioni Ombre Corte, pp. 270) che pubblica documentazione inedita sui crimini compiuti dall’esercito del Duce in Jugoslavia. Ci fornisce una dettagliata, illuminante cronistoria dell’antislavismo viscerale perseguito dal regime fascista nei Balcani, brutto retroscena della bruttissima storia delle foibe. La politica di occupazione italiana si contraddistinse per una serie ripetuta di violenze, angherie e sopraffazioni che non furono il risultato di scelte isolate dei comandi militari, ma componente essenziale della strategia di dominio territoriale dell’Italia fascista il cui scopo era arrivare alla «distruzione totale e integrale dell’identità nazionale slovena e croata».
«Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava – scriveva Benito Mussolini già dal 1920 – non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».
In una lettera spedita in data 8 settembre 1942 (N. 08906) dal generale Roatta al Comando supremo, viene proposta, addirittura, la deportazione dell’ intera popolazione slovena. Nella riunione di Fiume del 23-5-1942, lo stesso Roatta aveva riferito le direttive di Mussolini:
«Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana. Ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. /…/ Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30.000 persone. Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L’azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /…/ Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno».
Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i lager di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Alla fine del Ventennio gli occupanti italiani costruirono nelle terre slave campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze.
Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell’A.N.P.P.I.A. “Pericolosi nelle contingenze belliche”, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini.
Facendo riferimento a uno studio effettuato da Viviano Iazzetti (direttore dell’archivio di Stato di Foggia) sul campo di concentramento pugliese di Manfredonia (che funzionò dal 1940 alla fine dell’estate del 1943), possiamo confermare che un gruppo consistente delle persone ivi internate proveniva dalla provincia di Fiume erano cittadini italiani “slavofili“ ovvero ex jugoslavi sospetti di attività antitaliana.
"Per ex jugoslavi – precisa Iazzetti– si intendevano gli internati originari dei territori dell’Istria annessi all’Italia in seguito allo smembramento dell’impero austro-ungarico conseguente il primo conflitto bellico mondiale".
Nel campo di concentramento di Manfredonia la libertà degli internati era limitatissima. Essi potevano passeggiare liberamente soltanto per alcune ore della giornata, ed esclusivamente nell’ambito della zona delimitata. Quando i reclusi si trovavano in quest’area venivano attivati sei posti fissi di guardia per la loro vigilanza; contemporaneamente degli agenti in bicicletta percorrevano la nazionale per Foggia, lungo il tratto antistante il campo, onde evitare contatti con estranei.
Al rientro degli internati nelle camerate venivano chiuse finestre e porte, applicando a queste ultime dei lucchetti dall’esterno. Durante la notte funzionava un servizio di ronda sia all’esterno che all’interno del campo. Per gli internati non era possibile intrattenere rapporti epistolari con i familiari senza la preventiva autorizzazione ministeriale e subordinatamente al vaglio della posta per motivi di censura.
Gli internati avevano l’obbligo di presentarsi negli Uffici della Direzione, ogni qualvolta invitati, a capo scoperto, abbigliati compostamente e salutando "romanamente". Per poter leggere dei libri italiani occorreva l’autorizzazione della direzione, mentre, per i giornali ed i libri in lingua straniera, quella del ministero. Era vietato usare lingue straniere nelle conversazioni.
Della traduzione della corrispondenza degli internati serbo-croati e Sloveni si occupava la signora Maria Nannut presso il campo di concentramento di Fabriano. Il campo di Manfredonia fu una “cosa all’Italiana”, non furono uccisi internati come nei famigerati campi nazisti. Ma non dimentichiamo che il 1° luglio 1940 nel campo suddetto giunsero 31 ebrei tedeschi.
Il 18 settembre 1940 gran parte di essi furono trasferiti presso il campo di concentramento di Tossicia in provincia di Teramo. Restarono solo in cinque a Manfredonia che, a loro volta, ad eccezione di un ebreo di cui si perdono le tracce, furono trasferiti nel campo di concentramento di Campagna (in provincia di Salerno) il 26 febbraio 1942.
Viviano Iazzetti si chiede quale sorte sia toccata a queste persone ( di cui comunicò i nominativi alla Comunità ebraica di Roma fin dal 1984-85), invitando gli studiosi ad effettuare ulteriori ricerche.
Lo abbiamo fatto noi, qualche anno fa, attingendo alla banca dati del sito www1.yadvashem.org: ben 16 su 31 ebrei tedeschi risultano periti nei famigerati campi di concentramento nazisti dove si consumò la Shoah.
Oggi, al Comune di Manfredonia chiediamo che sia posta almeno una targa a loro ricordo e a ricordo dei 519 internati, compresi quelli slavi, nel luogo (il macello comunale, oggi dismesso) che li ospitò.

le foibe non si possono giustificare con la vendetta!certo,probabilmente fu l’azione precedente dei fascisti a provocarle ma non per questo articolo merita quel titolo secondo me
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Pubblicato da Crono88 | febbraio 11, 2009, 10:58 amCerto che non si possono giustificare come vendetta.
Ma non si può neanche tacere su quello che avvenne realmente.
Fu una vergogna per entrambe le parti e forse per questo nessuno mai ne ha voluto parlare.
L’articolo della Teresa si giustifica per il fatto che in questi giorni in terra di capitanata si commemora solo una parte delle vittime e questo al solo scopo pretestuoso di mostrare che anche i comunisti di tito si comportarono come i fascisti, ma non per colpevolizzare gli uni e gli altri ma bensì per deresponsabilizzare tutti.
Il punto è che molti di coloro che fanno le commemorazioni per ciò che avvenne al confine slavo, quindi da altri uomini e lontano da noi, sono quelli che tacciono sulle schifezze che vennero compiute in terra nostra a Manfredonia da loro o dai loro padri.
Quindi deresponsabilizzano i loro comportamenti o quelli dei loro padri con ciò che venne compiuto da altri in altri posti.
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Pubblicato da festival | febbraio 11, 2009, 11:45 amCerto che non si possono giustificare come vendetta.
Ma non si può neanche tacere su quello che avvenne realmente.
Fu una vergogna per entrambe le parti e forse per questo nessuno mai ne ha voluto parlare.
L’articolo della Teresa si giustifica per il fatto che in questi giorni in terra di capitanata si commemora solo una parte delle vittime e questo al solo scopo pretestuoso di mostrare che anche i comunisti di tito si comportarono come i fascisti, ma non per colpevolizzare gli uni e gli altri ma bensì per deresponsabilizzare tutti.
Il punto è che molti di coloro che fanno le commemorazioni per ciò che avvenne al confine slavo, quindi da altri uomini e lontano da noi, sono quelli che tacciono sulle schifezze che vennero compiute in terra nostra a Manfredonia da loro o dai loro padri.
Quindi deresponsabilizzano i loro comportamenti o quelli dei loro padri con ciò che venne compiuto da altri in altri posti.
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Pubblicato da festival | febbraio 11, 2009, 11:45 amCerto che non si possono giustificare come vendetta.
Ma non si può neanche tacere su quello che avvenne realmente.
Fu una vergogna per entrambe le parti e forse per questo nessuno mai ne ha voluto parlare.
L’articolo della Teresa si giustifica per il fatto che in questi giorni in terra di capitanata si commemora solo una parte delle vittime e questo al solo scopo pretestuoso di mostrare che anche i comunisti di tito si comportarono come i fascisti, ma non per colpevolizzare gli uni e gli altri ma bensì per deresponsabilizzare tutti.
Il punto è che molti di coloro che fanno le commemorazioni per ciò che avvenne al confine slavo, quindi da altri uomini e lontano da noi, sono quelli che tacciono sulle schifezze che vennero compiute in terra nostra a Manfredonia da loro o dai loro padri.
Quindi deresponsabilizzano i loro comportamenti o quelli dei loro padri con ciò che venne compiuto da altri in altri posti.
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Pubblicato da festival | febbraio 11, 2009, 11:45 amCerto che non si possono giustificare come vendetta.
Ma non si può neanche tacere su quello che avvenne realmente.
Fu una vergogna per entrambe le parti e forse per questo nessuno mai ne ha voluto parlare.
L’articolo della Teresa si giustifica per il fatto che in questi giorni in terra di capitanata si commemora solo una parte delle vittime e questo al solo scopo pretestuoso di mostrare che anche i comunisti di tito si comportarono come i fascisti, ma non per colpevolizzare gli uni e gli altri ma bensì per deresponsabilizzare tutti.
Il punto è che molti di coloro che fanno le commemorazioni per ciò che avvenne al confine slavo, quindi da altri uomini e lontano da noi, sono quelli che tacciono sulle schifezze che vennero compiute in terra nostra a Manfredonia da loro o dai loro padri.
Quindi deresponsabilizzano i loro comportamenti o quelli dei loro padri con ciò che venne compiuto da altri in altri posti.
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Pubblicato da festival | febbraio 11, 2009, 11:45 amCerto che non si possono giustificare come vendetta.
Ma non si può neanche tacere su quello che avvenne realmente.
Fu una vergogna per entrambe le parti e forse per questo nessuno mai ne ha voluto parlare.
L’articolo della Teresa si giustifica per il fatto che in questi giorni in terra di capitanata si commemora solo una parte delle vittime e questo al solo scopo pretestuoso di mostrare che anche i comunisti di tito si comportarono come i fascisti, ma non per colpevolizzare gli uni e gli altri ma bensì per deresponsabilizzare tutti.
Il punto è che molti di coloro che fanno le commemorazioni per ciò che avvenne al confine slavo, quindi da altri uomini e lontano da noi, sono quelli che tacciono sulle schifezze che vennero compiute in terra nostra a Manfredonia da loro o dai loro padri.
Quindi deresponsabilizzano i loro comportamenti o quelli dei loro padri con ciò che venne compiuto da altri in altri posti.
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Pubblicato da festival | febbraio 11, 2009, 11:45 amCerto che non si possono giustificare come vendetta.
Ma non si può neanche tacere su quello che avvenne realmente.
Fu una vergogna per entrambe le parti e forse per questo nessuno mai ne ha voluto parlare.
L’articolo della Teresa si giustifica per il fatto che in questi giorni in terra di capitanata si commemora solo una parte delle vittime e questo al solo scopo pretestuoso di mostrare che anche i comunisti di tito si comportarono come i fascisti, ma non per colpevolizzare gli uni e gli altri ma bensì per deresponsabilizzare tutti.
Il punto è che molti di coloro che fanno le commemorazioni per ciò che avvenne al confine slavo, quindi da altri uomini e lontano da noi, sono quelli che tacciono sulle schifezze che vennero compiute in terra nostra a Manfredonia da loro o dai loro padri.
Quindi deresponsabilizzano i loro comportamenti o quelli dei loro padri con ciò che venne compiuto da altri in altri posti.
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Pubblicato da festival | febbraio 11, 2009, 11:45 amsi…lo so,mi è capitato di persona ricevere risposte da gente “di quella parte” del tipo “e tito?vedi cosa ha fatto tito”
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Pubblicato da Crono88 | febbraio 11, 2009, 11:52 amDa qualche tempo gli eventi che, nel ’900, hanno sconvolto l’Istria sono tornati di attualità e la tragedia delle foibe viene riproposta e artatamente ingigantita in termini strumentali.
Abbiamo piena coscienza che questa vicenda è stata una tragedia e che l’esodo che ne è seguito ha coinvolto la grande maggioranza delle popolazioni istro-venete causando a circa 250.000 persone l’abbandono dei paesi d’origine, la perdita delle loro case e delle loro comunità, sventagliate nel mondo spesso nell’indifferenza e talvolta nell’insofferenza di una madrepatria che le considerava un nuovo problema che andava ad aggiungersi a quelli ereditati dalla guerra perduta.
La storia del confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa e difficile da portare a conoscenza della pubblica opinione.
In considerazione di tale complessità, continuare a deprecare la tragedia delle foibe isolandola dal contesto storico che l’ha originata, contribuisce solo a mistificare la storia per poter fare del revisionismo a buon mercato, o peggio significa strumentalizzare cinicamente questa vicenda per
usarne politicamente la memoria, o se preferite il ricordo.
Le dimensioni di una tragedia non vanno mai misurate solo dal numero delle vittime, ma è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto mediatico. In questa ottica, sul numero dei morti delle foibe si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono esorbitanti, sparati alla cieca, solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:45 PMDa qualche tempo gli eventi che, nel ’900, hanno sconvolto l’Istria sono tornati di attualità e la tragedia delle foibe viene riproposta e artatamente ingigantita in termini strumentali.
Abbiamo piena coscienza che questa vicenda è stata una tragedia e che l’esodo che ne è seguito ha coinvolto la grande maggioranza delle popolazioni istro-venete causando a circa 250.000 persone l’abbandono dei paesi d’origine, la perdita delle loro case e delle loro comunità, sventagliate nel mondo spesso nell’indifferenza e talvolta nell’insofferenza di una madrepatria che le considerava un nuovo problema che andava ad aggiungersi a quelli ereditati dalla guerra perduta.
La storia del confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa e difficile da portare a conoscenza della pubblica opinione.
In considerazione di tale complessità, continuare a deprecare la tragedia delle foibe isolandola dal contesto storico che l’ha originata, contribuisce solo a mistificare la storia per poter fare del revisionismo a buon mercato, o peggio significa strumentalizzare cinicamente questa vicenda per
usarne politicamente la memoria, o se preferite il ricordo.
Le dimensioni di una tragedia non vanno mai misurate solo dal numero delle vittime, ma è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto mediatico. In questa ottica, sul numero dei morti delle foibe si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono esorbitanti, sparati alla cieca, solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:45 PMDa qualche tempo gli eventi che, nel ’900, hanno sconvolto l’Istria sono tornati di attualità e la tragedia delle foibe viene riproposta e artatamente ingigantita in termini strumentali.
Abbiamo piena coscienza che questa vicenda è stata una tragedia e che l’esodo che ne è seguito ha coinvolto la grande maggioranza delle popolazioni istro-venete causando a circa 250.000 persone l’abbandono dei paesi d’origine, la perdita delle loro case e delle loro comunità, sventagliate nel mondo spesso nell’indifferenza e talvolta nell’insofferenza di una madrepatria che le considerava un nuovo problema che andava ad aggiungersi a quelli ereditati dalla guerra perduta.
La storia del confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa e difficile da portare a conoscenza della pubblica opinione.
In considerazione di tale complessità, continuare a deprecare la tragedia delle foibe isolandola dal contesto storico che l’ha originata, contribuisce solo a mistificare la storia per poter fare del revisionismo a buon mercato, o peggio significa strumentalizzare cinicamente questa vicenda per
usarne politicamente la memoria, o se preferite il ricordo.
Le dimensioni di una tragedia non vanno mai misurate solo dal numero delle vittime, ma è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto mediatico. In questa ottica, sul numero dei morti delle foibe si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono esorbitanti, sparati alla cieca, solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:45 PMDa qualche tempo gli eventi che, nel ’900, hanno sconvolto l’Istria sono tornati di attualità e la tragedia delle foibe viene riproposta e artatamente ingigantita in termini strumentali.
Abbiamo piena coscienza che questa vicenda è stata una tragedia e che l’esodo che ne è seguito ha coinvolto la grande maggioranza delle popolazioni istro-venete causando a circa 250.000 persone l’abbandono dei paesi d’origine, la perdita delle loro case e delle loro comunità, sventagliate nel mondo spesso nell’indifferenza e talvolta nell’insofferenza di una madrepatria che le considerava un nuovo problema che andava ad aggiungersi a quelli ereditati dalla guerra perduta.
La storia del confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa e difficile da portare a conoscenza della pubblica opinione.
In considerazione di tale complessità, continuare a deprecare la tragedia delle foibe isolandola dal contesto storico che l’ha originata, contribuisce solo a mistificare la storia per poter fare del revisionismo a buon mercato, o peggio significa strumentalizzare cinicamente questa vicenda per
usarne politicamente la memoria, o se preferite il ricordo.
Le dimensioni di una tragedia non vanno mai misurate solo dal numero delle vittime, ma è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto mediatico. In questa ottica, sul numero dei morti delle foibe si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono esorbitanti, sparati alla cieca, solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:45 PMDa qualche tempo gli eventi che, nel ’900, hanno sconvolto l’Istria sono tornati di attualità e la tragedia delle foibe viene riproposta e artatamente ingigantita in termini strumentali.
Abbiamo piena coscienza che questa vicenda è stata una tragedia e che l’esodo che ne è seguito ha coinvolto la grande maggioranza delle popolazioni istro-venete causando a circa 250.000 persone l’abbandono dei paesi d’origine, la perdita delle loro case e delle loro comunità, sventagliate nel mondo spesso nell’indifferenza e talvolta nell’insofferenza di una madrepatria che le considerava un nuovo problema che andava ad aggiungersi a quelli ereditati dalla guerra perduta.
La storia del confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa e difficile da portare a conoscenza della pubblica opinione.
In considerazione di tale complessità, continuare a deprecare la tragedia delle foibe isolandola dal contesto storico che l’ha originata, contribuisce solo a mistificare la storia per poter fare del revisionismo a buon mercato, o peggio significa strumentalizzare cinicamente questa vicenda per
usarne politicamente la memoria, o se preferite il ricordo.
Le dimensioni di una tragedia non vanno mai misurate solo dal numero delle vittime, ma è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto mediatico. In questa ottica, sul numero dei morti delle foibe si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono esorbitanti, sparati alla cieca, solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:45 PMDa qualche tempo gli eventi che, nel ’900, hanno sconvolto l’Istria sono tornati di attualità e la tragedia delle foibe viene riproposta e artatamente ingigantita in termini strumentali.
Abbiamo piena coscienza che questa vicenda è stata una tragedia e che l’esodo che ne è seguito ha coinvolto la grande maggioranza delle popolazioni istro-venete causando a circa 250.000 persone l’abbandono dei paesi d’origine, la perdita delle loro case e delle loro comunità, sventagliate nel mondo spesso nell’indifferenza e talvolta nell’insofferenza di una madrepatria che le considerava un nuovo problema che andava ad aggiungersi a quelli ereditati dalla guerra perduta.
La storia del confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa e difficile da portare a conoscenza della pubblica opinione.
In considerazione di tale complessità, continuare a deprecare la tragedia delle foibe isolandola dal contesto storico che l’ha originata, contribuisce solo a mistificare la storia per poter fare del revisionismo a buon mercato, o peggio significa strumentalizzare cinicamente questa vicenda per
usarne politicamente la memoria, o se preferite il ricordo.
Le dimensioni di una tragedia non vanno mai misurate solo dal numero delle vittime, ma è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto mediatico. In questa ottica, sul numero dei morti delle foibe si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono esorbitanti, sparati alla cieca, solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:45 PMPubblico qui un saggio che uno dei massimi storici contemporanei italiani, Enzo Collotti, scrisse nel 2006, due anni dopo l’istituzione della “giornata del ricordo”. Vi chiarirà, con solide argomentazioni storiografiche, quello che ho scritto io sulla questione istriana.
GIU’ LE MANI DALLE FOIBE
I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce – come fa il discorso del presidente Napolitano – a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento – di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.
Enzo Collotti
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:49 PMPubblico qui un saggio che uno dei massimi storici contemporanei italiani, Enzo Collotti, scrisse nel 2006, due anni dopo l’istituzione della “giornata del ricordo”. Vi chiarirà, con solide argomentazioni storiografiche, quello che ho scritto io sulla questione istriana.
GIU’ LE MANI DALLE FOIBE
I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce – come fa il discorso del presidente Napolitano – a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento – di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.
Enzo Collotti
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:49 PMPubblico qui un saggio che uno dei massimi storici contemporanei italiani, Enzo Collotti, scrisse nel 2006, due anni dopo l’istituzione della “giornata del ricordo”. Vi chiarirà, con solide argomentazioni storiografiche, quello che ho scritto io sulla questione istriana.
GIU’ LE MANI DALLE FOIBE
I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce – come fa il discorso del presidente Napolitano – a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento – di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.
Enzo Collotti
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:49 PMPubblico qui un saggio che uno dei massimi storici contemporanei italiani, Enzo Collotti, scrisse nel 2006, due anni dopo l’istituzione della “giornata del ricordo”. Vi chiarirà, con solide argomentazioni storiografiche, quello che ho scritto io sulla questione istriana.
GIU’ LE MANI DALLE FOIBE
I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce – come fa il discorso del presidente Napolitano – a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento – di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.
Enzo Collotti
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:49 PMPubblico qui un saggio che uno dei massimi storici contemporanei italiani, Enzo Collotti, scrisse nel 2006, due anni dopo l’istituzione della “giornata del ricordo”. Vi chiarirà, con solide argomentazioni storiografiche, quello che ho scritto io sulla questione istriana.
GIU’ LE MANI DALLE FOIBE
I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce – come fa il discorso del presidente Napolitano – a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento – di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.
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GIU’ LE MANI DALLE FOIBE
I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce – come fa il discorso del presidente Napolitano – a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento – di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.
Enzo Collotti
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Pubblicato da URIATINON | febbraio 11, 2009, 5:49 PMMa che vi aspettavate? dopo l’equiparazione dei repubblichini ai Partigiani.
La storia non và mai decontestualizzata e il revisionismo storico è tipico delle democrazie in crisi.
Ma avete sentito? la costituzione bolscevica. I Padri costituenti Democristiani si stanno rivoltanto nella tomba.
E’ in atto una deriva Fascista e Razzista per non dire di peggio, il grave è che tutto sta avvendendo senza che nessuno abbia il coraggio di dirlo (TV _ Giornali ecc.) tutti omologati o peggio chinati
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Pubblicato da utente anonimo | febbraio 13, 2009, 8:43 amMa che vi aspettavate? dopo l’equiparazione dei repubblichini ai Partigiani.
La storia non và mai decontestualizzata e il revisionismo storico è tipico delle democrazie in crisi.
Ma avete sentito? la costituzione bolscevica. I Padri costituenti Democristiani si stanno rivoltanto nella tomba.
E’ in atto una deriva Fascista e Razzista per non dire di peggio, il grave è che tutto sta avvendendo senza che nessuno abbia il coraggio di dirlo (TV _ Giornali ecc.) tutti omologati o peggio chinati
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Pubblicato da utente anonimo | febbraio 13, 2009, 8:43 amMa che vi aspettavate? dopo l’equiparazione dei repubblichini ai Partigiani.
La storia non và mai decontestualizzata e il revisionismo storico è tipico delle democrazie in crisi.
Ma avete sentito? la costituzione bolscevica. I Padri costituenti Democristiani si stanno rivoltanto nella tomba.
E’ in atto una deriva Fascista e Razzista per non dire di peggio, il grave è che tutto sta avvendendo senza che nessuno abbia il coraggio di dirlo (TV _ Giornali ecc.) tutti omologati o peggio chinati
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Pubblicato da utente anonimo | febbraio 13, 2009, 8:43 amMa che vi aspettavate? dopo l’equiparazione dei repubblichini ai Partigiani.
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Ma avete sentito? la costituzione bolscevica. I Padri costituenti Democristiani si stanno rivoltanto nella tomba.
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Pubblicato da utente anonimo | febbraio 13, 2009, 8:43 amMa che vi aspettavate? dopo l’equiparazione dei repubblichini ai Partigiani.
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Pubblicato da utente anonimo | febbraio 13, 2009, 8:43 amMa che vi aspettavate? dopo l’equiparazione dei repubblichini ai Partigiani.
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Ma avete sentito? la costituzione bolscevica. I Padri costituenti Democristiani si stanno rivoltanto nella tomba.
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Pubblicato da utente anonimo | febbraio 13, 2009, 8:43 am
Pubblicato da Anonimo | marzo 3, 2009, 3:44 PM