Cos’è Industria 2015
È il disegno di legge sulla nuova politica industriale varato dal governo Berlusconi il 22 settembre 2006, le cui previsioni sono state recepite dalla Legge Finanziaria 2007.
Industria 2015 stabilisce le linee strategiche per lo sviluppo e la competitività del sistema produttivo italiano del futuro, fondato su:
- un concetto di industria esteso alle nuove filiere produttive che integrano manifattura, servizi avanzati e nuove tecnologie;
- un’analisi degli scenari economico-produttivi futuri che attendono il nostro Paese in una prospettiva di medio-lungo periodo (il 2015).
Sono stati ammessi a finanziamento 30 progetti di ricerca e innovazione sugli 86 presentati.
I progetti ammessi agli incentivi coinvolgeranno 234 imprese, 160 enti di ricerca e attiveranno circa 500 milioni di investimenti in attività di ricerca e sviluppo.
Ieri la presa di posizione della Gazzetta del Mezzogiorno
Puglia dimenticata da «Industria 2015»
di Gianfranco Summo
A forza di sentirlo gridare in televisione, si potrebbe finire per credere al proclama del Sud mangiasoldi e finanziato a discapito del povero Nord. Peccato che spesso, poi, i fatti raccontano tutt’altra storia. Prendiamo ad esempio il bando Industria 2015, un progetto del ministero dello Sviluppo economico del secondo governo Prodi, per il quale sono stati scelti 30 progetti sul tema dell’efficienza energetica in collaborazione con la ricerca pubblica.
I progetti ammessi agli incentivi coinvolgeranno 234 imprese, 160 enti di ricerca e attiveranno circa 500 milioni di investimenti in attività di ricerca e sviluppo. In media ogni progetto riceverà un contributo pubblico pari al 35% dell’investimento previsto. Ma quasi l’80% degli investimenti sarà realizzato al Nord, con le piccole e medie imprese, che rappresentano il 54% del totale.
Anche nella scelta dei membri del Comitato non si è tenuto conto della presenza del Sud. Gli esperti sono 11 docenti e ricercatori, tre del Politecnico di Milano, uno della Bocconi, 4 di atenei romani, due dell’Università di Genova, uno del Politecnico di Torino.
Le poche imprese del Sud finanziate sono a Catania, Reggio Calabria e Napoli. Per la Puglia, pur essendo stati presentati progetti, nessuno ha trovato favorevole accoglienza.
Vale la pena evidenziare anche qualche altro aspetto. La procedura originaria prevedeva, per i «giudici» dei progetti, la nomina di esperti internazionali scelti dall’albo europeo, scelta poi negata dal governo Berlusconi che ha optato per una procedura nazionale. Non solo. I criteri di valutazione avrebbero dovuto privilegiare quelli ad alto tasso di integrazione Nord-Sud e con il maggior coinvolgimento possibile di piccole e medie imprese. Il risultato? Una delusione proprio per le imprese meridionali. Un’amarezza che traspare dalle parole di Vincenzo Ciccolella, presidente dell’omonima società florovivaistica quotata in Borsa, esclusa da Industria 2015. «Le imprese pugliesi stanno cercando di resistere alla crisi, cercando, quando è possibile, di evitare perfino la cassa integrazione – dice deluso –. Cerchiamo anche di non delocalizzare per non ridurre i posti di lavoro in un’area fortemente a rischio, ma il Governo privilegia le aziende del Nord. Ci chiediamo, allora, esiste un veto alla crescita del Mezzogiorno?».
L’azienda Ciccolella ha presentato un progetto denominato «Mare» (micro algae renewable Energy) che intende dimostrare la fattibilità e la sostenibilità della produzione di biodiesel per autotrazione e combustione a partire da una biomassa di seconda generazione: le microalghe. L’energia prodotta da tali impianti è classificabile tra le energie rinnovabili di natura solare. Al progetto partecipano anche l’Enea, il Cnr e alcune università italiane, oltre al Centro studi Ricerca e sviluppo «Antonio Meucci».
«Le aziende del Nord ottengono sempre la fetta più consistente e migliore dei finanziamenti – aggiunge Ciccolella – mentre a quelle del Sud viene riservata la piccola progettualità. E anche alle aziende che vogliono fare autoproduzione di energia per le proprie esigenze, vengono creati mille ostacoli. Eppure i privati investono anche senza l’aiuto dello Stato, come abbiamo fatto noi a Candela, dove i 72 ettari di serre sono stati realizzati tutti con i nostri mezzi, senza finanziamenti pubblici».
Quello di Ciccolella non è un caso isolato. Anche Vito Pertosa, fondatore della MerMec di Monopoli, azienda leader mondiale nella settore dei sistemi diagnostici ferroviari (si è appena aggiudicata una commessa di Trenitalia da 88 milioni, battendo concorrenti internazionali), esprime qualche perplessità. Un’azienda del gruppo ha avuto accesso ad un finanziamento ma in un raggruppamento di cui capofila è un’impresa napoletana, la Firema. Bocciata, invece, un’idea da 40 milioni di euro per la quale MerMec era capofila di una progetto al quale aveva aderito anche una società del gruppo Finmeccanica. «Posso solo constatare – allarga le braccia Pertosa – che il ministero dello Sviluppo Economico non ha più valorizzato e rispettato due criteri inizialmente considerati come premiali e cioé l’integrazione Nord-Sud nei progetti e il coinvolgimento delle piccole e medie imprese».
6/2/2009
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