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E se Il Gattopardo narrasse di Brancaccio da Carpino?

E’ la tesi di Basile, che nel diario del signorotto garganico ha colto strane coincidenze
di Piero Ferrante

Ci sono teorie che solleticano gli ingegni più frizzanti, che concorrono a portare nel mondo emerso della cultura caratteri troppo subitaneamente catalogati. Come un processo che manchi delle prove scottanti e si limita a giudicare l’accusato fondandosi sulle mere testimonianze. Queste teorie, che spesso sono controcorrente, rimangono a lungo celate, adombrate dal tetro apparire dell’ufficialità. Sparare a salve, certo, è facile, spesso soltanto una forma di protagonismo non tenuto che esplode nella megalomania di individui senza volto che, come profetizzò Andy Warhol, vanno alla ricerca del loro “quarto d’ora di celebrità”.
Talaltre volte non è improbabile che in esse possa cogliersi il seme della verità, o del vero. Perlomeno del verosimile.
Ipotesi che aggiungono piuttosto che togliere. E, per questo, meritano l’approfondimento.
L’ultimo lampo viene da Carpino, sponda Carpino Folk Festival, l’associazione promotrice dell’omonimo festival che si consuma ne paesino garganico in estate. Qui pro quo l’ispirazione che ha animato Tomasi di Lampedusa nella composizione del suo celeberrimo “Il Gattopardo”.
Non che di tesi a proposito ne girassero poche. La critica letteraria moderna abbonda in quanto ad arditismo teorico.
Da chi ne fa un simbolo rivoluzionario, una bacchetta sulle mani dei costumi, a chi lo bolla come reazionario, fino a chi dubita della sua essenza di romanzo storico spremendone il succo religioso. Come non mancano i campanilisti che lo trasformarono in romanzo della sicilianità o chi, come l’accademico Luigi Russo scrisse dalle pagine del “Belfagor” che nel Gattopardo “fin dalle prime pagine si avverte il tono amaro e desolato dello scrittore, roso da un profondo ma anche elegante scetticismo”. Vena intimista.
Ma nessuno, fin d’oggi, si era spinto a tentare la stoccata finale.
Quella che porta all’individuazione piena e completa dell’ispirazione dei personaggi.
Uno svelamento complicato dal fatto che si è scelta un’indagine cristallizzata alla realtà sicula dell’Ottocento. Ed invece, a distanza di cinquant’anni dalla sua pubblicazione per Feltrinelli, la spinta propulsiva viene proprio dal Gargano. E, più precisamente, da ciò che Antonio Basile (capo redattore del sito web dell’associazione di Carpino) ha scorto nel diario di Francesco Brancaccio da Carpino, risalente al 1860. Appartenente ad un’antica casata presumibilmente originaria di Napoli che estese i suoi privilegi sulle terre di Cagnano e Carpino nel 1738 in seguito al matrimonio di Giovanni I con Felicia Vargas (Principessa di Carpino e Duchessa di Cagnano), Francesco Brancaccio visse, giovanissimo, per alcuni anni in quel di Palermo. Qui venne in contatto con alcuni altri intellettuali del Regno di Sicilia e, negli anni dell’impresa dei Mille, nutrì simpatie garibaldine.
Anche se, in definitiva, lo stesso Brancaccio scrive nel diario che “non ci interessavamo molto di politica e pensavamo solo a goderci la vita e divertirci”. Impossibile non scorgervi l’esteriorità briosa di Tancredi. Quel modo, ricorda Basile, “di fare la rivoluzione” più per spirito d’avventura e fascino violento che non per vocazione ideale. “Poca battaglia e niente disciplina”. Un’istantanea tipicamente nobiliare, non dissimile da quelle immortalate da altri autori che descrissero gli usi del tempo. Primo tra tutti Alexandre Dumas, che nel suo “Il Conte di Montecristo”, fotografa nobili oziosi presi da feste danzanti e garantiti da vitalizi lussuosi. Contatti letterari che creano soluzioni labirintiche, intrecci di società e storie che danno adito a teorie spesso ignorate. Punti di contatto trasversali che inducono Basile ad ammettere che “dalla lettura e dal diario e dei testi di altri autori si evince subito e in modo chiaro che Giuseppe Tomasi di Lampedusa prima di cominciare il suo libro lesse molte opere su Garibaldi ed i Mille in Sicilia e tra questi anche il diario di Francesco Brancaccio da Carpino”.
Effettivamente di punti di contatto ce ne sono. E di diversi.
Innanzitutto, lo scontro di famiglia. Il conflitto tra il Tancredi ed il Principe di Salina altro non sarebbe, secondo Basile, che il riflesso di quello che emerge, nel diario, tra “Brancaccio, orfano e liberale, e suo zio Francesco De Silvestri, il sostenitore borbone”.
Altro e secondo punto di raccordo è la figura stessa di Tancredi, “verosimilmente il Corrado Valguarnera di Niscemi” del diario del galantuomo carpinese.
A tal proposito sono tre gli elementi che lasciano presupporre questa identificazione.
Primo, “era un nipote di Lampedusa”; secondo, “sposò una ragazza plebea come Tancredi”; e, terzo, come il gattopardesco personaggio “fu un entusiasta sostenitore di Garibaldi”.
Tracce indelebili per chi ne vuol vedere forma e paternità, oscure o inesistenti per chi non vuole. Intanto son lì, a Carpino, in attesa di essere seguite.

Discussione

2 pensieri su “E se Il Gattopardo narrasse di Brancaccio da Carpino?

  1. Avatar di Sconosciuto

    antonio,sai se la cosa è stata presa in considerazione negli ambienti letterali?

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    Pubblicato da Crono88 | gennaio 7, 2009, 7:54 PM
  2. Avatar di Sconosciuto

    dimmi dimmi pure…

    "Mi piace"

    Pubblicato da festival | gennaio 7, 2009, 9:04 PM

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