Da "La Capitanata 2005 – Quadrimestrale della Biblioteca Provinciale di Foggia"
L’Apricena di Matteo Salvatore nel ventennio fascista è il sole alto della controra, case bianche e sciami di mosche, tante. Strade polverose, uomini seduti sull’uscio delle case, che aspettano, niente. I buoni: la povera gente. I cattivi: ricchi a bordo del king (carozza) che al loro passare alzano polvere e si divertono a gettare soldi ai bambini per vedere come si azzuffano. Ambientazione da Tex-Mex, inscenata negli spaghetti-western. Apricena con le sue cave è la linea di demarcazione tra montagna e tavoliere.
Tra i poveri, i Salvatore soprannominati i Zicozico, sono tremendi. Il padre facchino quando può, la mamma chiede l’elemosina nei vicini paesi. Matteo insieme ai suoi fratelli e compagni di strada vive e gioca scalzo nella piazza. Non ci sono orari da rispettare per il pranzo e la cena, perché non c’è niente da mangiare. Qualche verdura rubata nei campi e poi bollita, la carne ed i maccheroni sono un sogno ad occhi aperti. Una sorella muore per denutrizione.
Il padre va in galera. Al carcere di Lucera viene messo in cella con Giuseppe Di Vittorio. I due insieme compongono Evviva la Repubblica, una marcetta tenera nei testi. Verrà incisa da Matteo Salvatore nel disco “Il lamento dei mendicanti”.
Per noia, di pomeriggio va da un vecchio cieco suonatore di violino per imparare a suonare la chitarra. Servirà ad arrotondare qualche soldo, portando con Vincenzo Pizzicoli, il vecchio cieco, le serenate alle finestre. Fa il garzone in bottega e anche il banditore comunale. Suonerà il corno per annunciare che la carne della macelleria di Pasquale Camicialonga è buona e di diverse qualità per tutte le tasche, tranne che per i poveretti a cui rimane la pelle, la testa e le ossa tutte insieme (bando della carne).
Farà tutti i lavori precari possibili: bracciante, trasportatore di blocchi di pietra, facchino. I giochi d’infanzia, i girotondi, la costruzione dell’aquilone, diventeranno canzoni come Girotondo pugliese e La cometa. Dall’esperienza di bracciante comporrà Lu soprastante. Dalle parole della mamma M’ha ditto mamma mia. L’artista non uscirà più dal suo unico mondo di riferimento, quello della povera gente.
Per lui la scala sociale non ha parole complesse come proletariato, piccola borghesia, borghesia, aristocrazia. Esistono i ricchi potenti e i poveri. Nel mezzo ad indicare il ceto medio, ci sono “gli impiegatucci del comune che non sono né ricchi e né poveri”.
Quando arriva l’età per l’emigrazione, la meta è Roma. Da questo momento in poi nulla più ispirerà le composizioni del futuro cantore. Ogni ballata è un ricordo tra il 1925 e i primi anni ‘50. Poi la cassetta dei ricordi viene sigillata. Lu Pugliese a Roma è l’unica ballata fuori dai ricordi e dalla vita ad Apricena. Persino le ultime composizioni scritte anni fa e che furono incise per Stampa Alternativa, come Lu pensionato, Arrucunete, Sempre poveri sono quella Apricena nella memoria del vecchio cantastorie.
Ritorna ad Apricena con i due figli Lazzaro e Enza e la moglie Ida per un breve periodo. La casa è uno stanzone nella villa comunale, messo a disposizione dall’amministrazione, per la grave indigenza familiare. L’irrequietezza lo porta a vivere in Liguria e poi a Milano, per stabilirsi definitivamente nella Capitale.
A Roma ci arriva con il “traino-stop” e impiega venti giorni. Lì nelle cave di valle Aurelia trova lavoro e casa in una baracca. Una donna del suo paese lo convince a cantare nelle trattorie romane, gli compra una chitarra, dei nuovi pantaloni e gli augura buona fortuna.
E arriva la fortuna: naturalmente arriva di sera. In una di queste trattorie incontra Claudio Villa. Canta al suo tavolo le canzoni di Roberto Murolo, ma il reuccio si accorge che Matteo non è napoletano. Lo convince a cantare in pugliese,
negli stessi anni in cui Domenico Modugno canta in siciliano. Scatta la sua creatività geniale. Decide di comporre testi e musiche, ballate che nascono ispirate dal ricordo.
La purezza di stile singolare della musica di Matteo Salvatore non sarà più condizionata dai tanti cambiamenti e mode musicali per tutto il corso della sua vita.
Mi minore, Si settimo, La minore. Sono le note delle canzoni più struggenti. Il Do maggiore, il Si per le ballate allegre. La maggiore, Mi maggiore e Re maggiore per comporre una tra le ballate più significative del suo repertorio: Padrone mio ti voglio arricchire.
A proposito del canto politico Vinicio Capossela in una intervista di Silvia Boschero per «l’Unità» del 30 aprile 2003 dice: “Ogni nostra scelta è un atto politico.
C’è una tradizione molto nobile di canzoni politiche, rispetto il lavoro dei cantautori ma ci sono sorgenti popolari molto più interessanti. La canzone più vicina a questo sentimento l’ha scritta Matteo Salvatore – Padrone mio ti voglio arricchire, se mi comporto male picchiami, basta che ho il pane da portare ai miei figli – è una canzone bellissima”.
Matteo incide per Claudio Villa e la Vis Radio i primi 78 giri. Le canzoni sono allegre e a doppio senso. È la prima volta che si sente cantare in dialetto pugliese alla radio. Ad Apricena intanto arriva la notizia che Matteo Zicozico sta diventando famoso. Nei bar del paese risuonano le sue ballate, come in quel struggente 29 agosto 2005, giorno del suo ritorno al paese, dentro la bara. La Discoteca di Stato incide il cantore, le canzoni sono Le serve rivali e Il carrettiere. Partecipa a film come Uomini e lupi.
Iniziano i primi concerti sporadici, sono soprattutto feste dell’Unità nelle province di Foggia e Bari. Va in America tre volte per suonare dinanzi alle comunità di emigranti. Negli spettacoli fa il primo tempo, il secondo è per calibri della melodia italiana come Claudio Villa e Domenico Modugno e anche una giovane Patty Pravo. Lì nella veste un po’ da giullare, si aspettano il comico Matteo Salvatore, una sorta di Totò Pugliese. Le prime incisioni in verità fanno pensare ad un personaggio comico e scanzonato. La lucente brillantezza delle sue composizioni più profonde devono essere ancora scoperte ed apprezzate.
In quegli anni freme per sistemare la sua famiglia. Nascono Franco e Margherita.
La moglie Ida lo aiuta nelle composizioni, sa scrivere, ed è per lui una valida collaboratrice che mette ordine a musiche e parole. Dopo l’esperienza con la Vis radio continua a sfornare e incidere ballate per varie etichette discografiche come la Combo Record, Criket, Tank Record, Universal, Vedette Records, Amico, Cetra, Cicala, Dischi del Sole, Quadrifoglio, Up international, Variety. Matteo ha una compagna, non più segreta. È la sua corista Adriana Doriani. Il successo, la famiglia, l’amore si intrecciano negli anni ‘60. La sua famiglia decide di stabilirla a Milano, lui torna a Roma. Gli anni ‘60 sono gli anni più prolifici non solo per le tantissime incisioni. La RAI dedica interi programmi sia radiofonici che televisivi alla musica del sud Italia, di cui Matteo Salvatore è diventato il protagonista assoluto. Il cantante naif, “poeta dei poveri” come lui stesso si descriveva nei manifesti pubblicitari sarà sempre attento al rispetto della sua terra d’origine. Rispetto anche nelle priorità. Sotto il suo nome scrive: Il cantante di Apricena, Gargano, Foggia, Puglie.
Quando si accorgono di lui Giangiacomo Feltrinelli, Italo Calvino, il senatore del P.C.I. Franco Antonicelli, Matteo è un icona contesa nei salotti intellettuali di Roma e di Torino. Suonava nei salotti Matteo, una sua caratteristica che più avanti negli anni bui lo farà sopravvivere alla penuria di concerti pubblici. Le 4 stagioni del Gargano è la consacrazione massima. Le foto all’interno sono di Ferruccio Castronuovo, aiuto regista di Federico Fellini, originario di Vico del Gargano. Edito da RCA e Sorrisi&Canzoni. Il nobile cofanetto che contiene i quattro 33 giri rimarrà per sempre il pezzo da collezione più ambito tra i suoi fans.
Matteo forse, sperpera i soldi; è anche molto generoso, ha voglia di abbondanza e di frigoriferi sempre pieni. Il riscatto è ora, la carne e i maccheroni, mattina e sera.
Vive l’amore passionale con Adriana. Ma i soldi, i tanti soldi non li ha fatti. “Mai li farai”, gli dirà il fratello Umberto, “se continui a farti imbrogliare dalle case discografiche”. Fa i conti e tra diritti e royalties credeva di guadagnare di più. Escogita un piano: ritira i master delle incisioni e li vende a più discografici.
Ognuno di loro ha un contratto di esclusiva con lui firmato. A Matteo non importa niente, anche se lo denunciano. Subirà anche atti di pignoramento.
Ma la sua mobilia non ha valore ed è sempre in case d’affitto. Escono contemporaneamente e per più case discografiche i dischi di Matteo Salvatore con le stesse ballate.
Iniziano gli anni della contestazione. Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini sono i protagonisti del canto politico. Anche Matteo Salvatore, nonostante non abbia mai usato nei testi la falce ed il martello, parole come lotta, cortei, viene identificato in quel filone. Lui il cantante della rassegnazione, di canzoni senza soluzioni politiche sempre con i tre accordi, il falsetto e le semplici parole, canta Lu Sovrastante nel luogo e nel momento sbagliato, al Cantagiro. Lo fischiano, lo criticano per aver abbandonato la sua purezza naif. Matteo era e rimarrà ancora naif, ma sentiva di vivere ai margini del mercato discografico, nonostante le tante incisioni. Il Beat, il canto politico in voga nei ‘60, i concertidibattiti nelle università non erano il suo mondo. Ma non si abbatte; quando finisce di svernare al Folk Studio di Roma torna a Foggia. Questa volta lo fa con la sua Dischi Etichetta di Apricena. Vende personalmente i suoi dischi ai negozianti di Bari e Foggia.
Nel 1972, i CSC (Centro di servizi culturali) finanziati dalla Cassa del Mezzogiorno, decisero di organizzare una serie di recital con Matteo Salvatore. Tra gli animatori un giovane, Gennaro Arbore, responsabile CSC divenuto poi fedele amico di Matteo. A Foggia, il suo recapito è l’Hotel Sarti. Pianificava la sua esistenza professionale a Roma nei periodi invernali per stare vicino alla sede Rai e in primavera, sino all’autunno, a Foggia per eseguire concerti. In quegli anni, anche la Camerata Barese organizza spettacoli nei vari comuni della Provincia di Bari. Lo fa con Matteo Salvatore e Roberto Murolo. Io nel 1994 organizzai il tour di Murolo in Puglia, occasione nella quale i due si rincontrarono e Matteo ricorderà al maestro gli anni della tournèe con la Camerata Barese.
Passato il Beat, in Italia inizia l’era del progressiv dei primi anni ‘70. Nonostante le tante incisioni Matteo non è arrivato al centro della musica. Ma in Italia sta per accadere qualcosa; il folk revival, che servirà a portare l’attenzione musicale verso il sud est Italiano, verso la terra nera, sino alle parole arcaiche di Matteo Salvatore, verso la Capitanata. Napoli aveva i suoi mandolini, i suoi cantori, fraseggi morbidi e parole gentili come mare, amore, cuore, barca. Noi avevamo Matteo, colui che ha avuto il coraggio di intitolare una ballata Brutta Cafona e che un giorno invece di pensare a suonare al San Marino Festival fa una altra cosa. Era il settembre del 1973. Problemi giudiziari terranno il cantante lontano dalle scene, ospitato nel carcere di San Marino. Su Matteo pendeva una grave accusa: l’omicidio di Adriana Doriani.
Anni dopo, grazie ad amici come Renzo Arbore, Mariangela Melato e tanti artisti della RAI, viene organizzata una colletta sostanziosa, che permetterà alla famiglia Salvatore di incaricare un ottimo penalista del forum di Roma a riaprire il caso.
Dopo circa tre anni, riacquistata la libertà, Matteo Salvatore con la moglie Ida raggiunge Foggia; promuovono un incontro con gli amici di Matteo presso l’Hotel Cicolella. In quella occasione, presentatomi da Gennaro Arbore, lo incontrai per la prima volta. Avevo circa 16 anni ed ero un suo fan. Ancora una volta sono lì Gennaro Arbore, Arnaldo Santoro, vice segretario della Camera di Commercio, nonché animatore principale della Taverna del Gufo a Foggia. Matteo Salvatore ha bisogno di lavorare ed è li per questo. Gennaro Arbore parlò con il presidente della Provincia di Foggia, il dott. Michele Protano. Così, tra piazze e camping del Gargano, riuscì a racimolare soldi per la sua sopravvivenza.
Alla RAI di Roma Matteo non poteva metter piede dopo l’incidente di San Marino. Renzo Arbore gli consiglia di farsi vedere però giù ai bar della strada, salutare i dirigenti e non chiedere di lavorare. Il tempo o forse i tempi addolciranno i rigori di una RAI fortemente clericale.
A Loano (Sv) in occasione del suo ultimo concerto del 29 luglio 2005, io e Matteo Salvatore incontriamo l’amico Enrico De Angelis, direttore artistico del Premio Tenco. Matteo ci partecipò in quegli anni. Io ed Enrico, anche con Vinicio Capossela, si parlava spesso di un suo meritato ritorno.
Gli anni ’80 sono anni difficili per la musica d’impegno. Molti cantautori abbandonano le ballad e curvano verso il commerciale, con band rock e concerti da stadio. È l’epoca delle pop star. Matteo Salvatore vive solo a Roma. Ai primi caldi si trasferisce sul Gargano, alloggiando in piccole pensioni. Non fa concerti pubblici, non c’è richiesta. Sono lontani gli anni del folk revival. Viene invitato sporadicamente a tenere recital in ville private. Tra le ville che lo hanno ospitato anche quella di un giovane Pino Daniele. Tra le rare partecipazioni il Pistoia Blues Festival.
È in gran forma; nel 1985 aveva 60 anni quando lo rincontro. Viveva in una baracca sul lungomare Enrico Mattei, nei pressi dell’Hotel Pizzomunno, a Vieste.
Gli vado incontro e gli dico “Maestro che fai qui ?”. Non credo si ricordasse di me.
E, come se non ci vedevamo solo da qualche ora, confidenzialmente iniziò a comunicare con quella sua parlantina veloce. Aveva un cane che chiamava “onorevole”.
Mi dice che giorni addietro nel chiamare il suo cane si voltò il senatore Cariglia, che camminava più avanti sul lungomare, forse in vacanza all’Hotel Pizzomunno. Lui gli disse “no non dico a Lei senatore, sto chiamando il mio cane”. Questo era un tipico approccio alla Matteo. La gente pur non sapendo chi fosse, gradiva il suo spirito da “capa fresca”.
Negli anni ’90, tra giugno e settembre, Matteo Salvatore viene ospitato all’agriturismo Resega Royal di Vieste. Il proprietario, Valentino Di Rodi, diventa suo amico. In quegl’anni Angelo Cavallo e Matteo Salvatore stringono ulteriormente i loro rapporti di amicizia. Coabitando addirittura in un residence. Frequentandosi intensamente sia d’inverno che d’estate. È una vera amicizia. Matteo si stabilisce prima a Mattinata e poi definitivamente a Foggia. Nel 1992 iniziano le riprese del film Nelle carni del cantastorie, regia di Annie Alix. Quante glie ne ha fatte passare! Matteo era irrequieto ed imprevedibile. Le riprese, iniziate a giugno, si conclusero ad ottobre nella Capitale. In quegli anni esegue una serie di concerti a Piazzetta Petrone di Vieste. Ingaggiato forfetariamente dalla Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo, diretta dall’avv. Enzo D’Onofrio e da Carlo Nobile. Anni comunque di sopravvivenza. Qualche richiesta arrivava dalla Provincia di Bari. Nessun giornale parlava di lui. I dischi erano introvabili. Il suo perenne girovagare non consentiva di rintracciarlo facilmente per chi lo avesse voluto ad un recital.
Nel mondo della musica qualcosa sta cambiando. Fabrizio De Andrè, con l’album “Cruza de mar” dà il via al filone etnico sull’onda di ciò che accade nel mondo. La scoperta o riscoperta della musica alle periferie della terra. Gli Agricantus, i Tenores De Bitti, gli Al Darawish sono tra i primi fermenti italiani. Matteo Salvatore ignaro, persevera a crearsi manifesti e lettere pubblicitarie di scarsa levatura, dirette a destinatari ormai privi di ogni potere decisionale.
L’Amministrazione Provinciale con a capo il prof. Antonio Pellegrino e l’Assessorato alla cultura diretto dalla prof.ssa Valeria de Trino Galante puntano sulla cultura quale valore intrinseco della crescita della Comunità di Capitanata. L’identità culturale locale è l’investimento primordiale. Tra le varie iniziative viene omaggiato Matteo Salvatore nel settembre 1995. Dinanzi ad una Piazza XX Settembre stracolma di gente. Ospiti della serata artisti della musica partenopea, tra cui Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello, Daniele Sepe.
In seguito, gli artisti lo omaggeranno nei loro dischi e spesso il nome di Matteo Salvatore verrà da loro citato nelle piazze italiane, quale fonte di inesauribile cultura popolare. Io e Matteo, qualche periodo dopo, decidiamo di metterci a lavorare insieme. Mi rendo conto dello spessore musicale che ho ereditato.
Matteo Salvatore. La Luna aggira il mondo e voi dormite. Autobiografia raccontata ad Angelo Cavallo, in allegato il CD con ballate inedite, edito da Stampa Alternativa e patrocinato dalla Amministrazione Provinciale di Foggia e dalla Agenzia per la Cultura, è il gradino che permetterà a Matteo Salvatore di ritornare a far parlare di sé. Si accorgono di lui giornali musicali giovanili. Riscrivono di lui testate giornalistiche importanti. Inizia un periodo felice.
Giriamo per librerie ed auditorium in Italia, tra cui quello di Renzo Piano a Roma. Ogni data è un trionfo. La comunicazione sul libro permette di attivare i canali giusti. Sergio Staino, il papà di Bobo, il mitico personaggio fumetto de «l’Unità », lo vuole per chiudere la rassegna etnica della città di Firenze. Napoli: agli spalti del Maschio Angioino, Matteo Salvatore è in rassegna con Gilberto Gil (cantautore e Ministro della cultura brasiliana). Radio popolare dedica un’intera trasmissione, poi omaggia l’artista con un suo concerto a Milano. A “Storienville”, programma Rai Radio Tre, un’intera settimana è dedicata al libro e a Matteo Salvatore. A Bari Matteo rincontra alla Facoltà di Lingue i suoi vecchi compagni di lavoro in Rai, tra cui un commosso Vito Signorile; memorabile fu il concerto serale. A Tivoli la presenza del maestro è richiesta da appassionati di jazz. “Sono cresciuto a pane, John Coltrane e Matteo Salvatore” mi confesserà il critico jazz Enzo Pavone.
Era “sciamano” Matteo. Quando diceva una cosa raramente non si avverava.
L’acquazzone a Barletta del 2002 alle 20.30 lasciava poche speranze al recital che avrebbe dovuto tenere. Ma lui per niente preoccupato mi dice che non aveva mai piovuto ad un suo concerto e mi tranquillizza dicendomi che sarebbe uscito il sole.
Fece il concerto in perfetto orario. La casa editrice Stampa Alternativa mi comunica che probabilmente riceverò una telefonata dalla redazione del Maurizio Costanzo Show. Matteo sarebbe dovuto andare in trasmissione per pubblicizzare il libro. Lui mi disse: “Vedrai che non andremo, ho litigato anni fa con Maurizio, non mi chiama”.
Telefonò dalla redazione una signora la quale mi espose le sue perplessità nell’ospitare Matteo, poiché la trasmissione aveva bisogno di personaggi brillanti. Io le dissi che più brillante di Matteo e della sua età è difficile trovarne altri. Gli dico “signora il maestro è qui con me, ora glielo passo”. Matteo prese la cornetta e il corno e gli fece il bando. La signora rise. Noi di più perché assistevamo alla scena;
Matteo era in piedi sulla sedia. Quando finì le disse: “Se avita capisciuta avita capisciuta e se n’avita capisciuta, non capiscite chiù”. Non partecipò al Maurizio Costanzo Show.
Più giriamo più mi accorgo di quanti appassionati della sua musica ci sono in giro. Quanti giovani lo conoscono per la prima volta. L’esperienza con Vinicio Capossela ha il suo apice nel concerto di “Chi tiene polvere spara”, eseguito il 9 luglio del 2004 al Parco della Pellerina di Torino. Dinanzi a 25.000 spettatori sul palco ci sono: Matteo Salvatore, Flaco Jemenez (Buena Vista Social Club), Roy Paci, Vinicio Capossela, Marc Ribot & Mistery Trio, Shane Mac Gowan & the Popes.
“Craj”, lo spettacolo sulla musica Pugliese, ci viene proposto da Teresa De Sio quando Matteo Salvatore è ridotto a utilizzare la sedia a rotelle per via di un ictus. La sua volontà è di proseguire a fare concerti “sino alla fine come Modugno”, mi diceva. Aveva smesso di farci ridere, di raccontare aneddoti, aveva ovvie ragioni.
Nella sua casa di via Capozzi, le sere ci riunivamo attorno al tavolo. Era consuetudine e abitudine andare lì. Io, Ninni Maina, paziente “burocrate” delle sue carte e quasi un toccasana nell’espletamento delle procedure per il riconoscimento dei diritti previdenziali ed assistenziali a favore del grande Maestro. Gennaro Arbore, i giovani Mimmo Rendine (mio cognato) e Nicola Briuolo unici allievi di Matteo.
Tanti ricoveri, un diabete che lo tormentava, la bronchite cronica, insufficienza respiratoria.
Chi ha influenzato quel modo di verseggiare e suonare che accomuna un primo Domenico Modugno (Polignano a Mare), prima maniera, Enzo Del Re (cantastorie di Mola di Bari) e Matteo Salvatore (Apricena)? La tradizione musicale orale contadina pugliese ha riferimenti completamente diversi. Si canta in sonetti, si usano tammorra, chitarre battenti e castagnole. Strumenti e melodie mai entrate nel repertorio di Matteo Salvatore. Antonio Infantino, musicista ed etnomusicologo conferma il mio sospetto. C’era un vecchio cantastorie cieco che tra gli anni ‘30 e ’50; girava i mercati della provincia di Foggia e Bari. È però storia troppo recente per appassionare i dotti della etnomusicologia come Roberto Leydi, più attenti in quegli anni ‘50 a fenomeni arcaici come il tarantismo e la tarantella del Gargano.
Matteo Salvatore è senza dubbio la letteratura pugliese. È la singolarità geniale di un artista che ha saputo raccontare al suo pubblico “il lamento dei mendicanti”.
Aveva saggia conoscenza musicale, chi lo invitava a fare un recital. Lui che non faceva tarantelle e bisognava ascoltarlo in rigoroso silenzio. Che richiedeva attenzione, come tutte le grandi cose.
LA NOTTE È BELLA
(Matteo Salvatore)
La notte è bella sola sola
al paese non c’è nessuno
si azzuffano i gatti con i cani
la gatta graffia, la gatta vince
si sente da lontano il lupomannaro
per la paura io mi sono spaventato
poi il rumore dell’acqua delle fontane
mi ha fatto compagnia
la notte è bella, la notte è bella
All’ultimo concerto di Loano (Sv) del 29 luglio 2005, era felice per aver ricevuto il premio alla carriera voluto da una giuria di cinquanta giornalisti. Di Matteo Salvatore e dei nostri giorni felici mi rimarrà il seguente ricordo: un saggio amico che mi ha dato tanta compagnia per un lungo tratto della mia vita. Tutto quello cheè rimasto in sospeso, che non abbiamo fatto, che avremmo voluto fare, si cristallizzerà nei miei sogni.
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