«Storie» di Joseph Tusiani : Raccolte tute le sue liriche in vernacolo, dal 1955 al 2005
Tutte le parole che avrebbe voluto pronunciare nella lingua materna e che avrebbero potuto perdersi in tanti decenni di emigrazione in America, Joseph Tusiani le ha affidato al suo fertile mondo fantastico. Dal 1955 al 2005 ha pubblicato ben sedici libri piccoli e grandi di poesia dialettale. Che significato ha mai potuto avere per lui scavare le voci del suo dialetto garganico, inseguire tenacemente l’eco di una «matria» lasciata a 23 anni e restituita in suoni e canti che nulla avevano da spartire con la lingua e la cultura anglosassone? Oggi che abbiamo le coordinate di un’intera vita espressiva si scioglie di più il dilemma delle tante strade percorse, si staglia preciso l’itinerario di uno scrittore che accanto all’inglese e al latino (e al più scontato italiano, quindi in un’attiva dimensione plurilinguistica) ha fatto emergere l’alternativa radicale dell’idioma originario. L’istinto artistico ha portato Tusiani a conservare gelosamente il nocciolo duro della sua identità e a farne uno scudo sentimentale e un ponte flessibile nei tanti frangenti della sua lunga esperienza. Non chiusure o ghetti, bensì orti e giardini di memoria esposti all’ossigeno di altri cieli. Storie dal Gargano. Poesie e narrazioni in versi (1955-2005) raccoglie in quasi 1400 pagine di un’elegante edizione rilegata (edita da Quaderni del Sud, finanziata dalla Comunità montana del Gargano – Parco letterario «J. Tusiani», e curata da Antonio Motta, Anna Siani, Cosma Siani), cinquant’anni di affabulazione e incantamento nella lingua più antica, più segreta. Nel libro c’è, caldo di umori ancor vivi, un intero monumento alla memoria ancestrale, ad una dimensione incoercibile dello spirito, non per questo meno miracolosamente dialogante con le vie perpendicolari e tentacolari di Manhattan. Dalla prima raccolta dialettale di Tusiani, Làcreme e sciure («Lacrime e fiori», 1955), all’ultima (diciassettesima!), rimasta inedita fino ad ora, Li lucernèdde («Le lucciole», 2005), si stende una corrente tutta cristiana di intima pietas, con l’autore che, fatto esule dalla vita e straniero ai suoi monti, certifica ancor più questa sua realtà spirituale, questo saporoso e nutriente pane di certezze e di consolazioni. «Ce sta nu cante che m’unneja ‘mpètte» (C’è un canto che mi ondeggia nel petto), scrive Tusiani in Bronx, America (1991), quando più pressante ormai si fa il richiamo della «matria» e dai viaggi di ritorno distanziati nel tempo (a cominciare dal primo avvenuto nel 1954) egli passa all’annuale appuntamento con Via Palude (la piazzetta del centro storico di San Marco in Lamis, dove aveva abitato da bambino e dove ha preso casa durante il suo soggiorno primaverile). È qui che il nostro ritrova la musica del cuore, l’alfabeto primitivo di un mondo che va ricomponendo idealmente con sottile e tenace legame religioso. Risuscitano i riti, le tradizioni, le credenze, i mestieri, i personaggi piccoli e grandi, le movenze e gli abitanti dell’antica natura: tutto si carica di mito, si colora di sacrale memoria e accresce la coscienza di un viaggio nell’alterità. Queste «storie» garganiche di Tusiani sono, appunto, quasi il reportage da un’altra dimensione dell’uomo, la confessione al proprio io di un’altra lingua. Confermano, infine, un’esigenza, quella di non abolire il proprio passato, portando con sé l’identità popolare fino nei tunnel più intricati e alienanti della metropoli. gazzetta del mezzogiorno – Sergio D’Amaro
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