L´addio a Matteo Salvatore
Si sono svolti i funerali del cantastorie poeta dei poveri. Presenti in chiesa Teresa De Sio, Eugenio Bennato, e il regista Alessandro Piva.
Si sono svolti questo pomeriggio nella Basilica cattedrale di Foggia i funerali di Matteo Salvatore, il cantautore originario di Apricena, morto ieri mattina nella sua casa foggiana all’età di 80 anni. Erano presenti, oltre a tre dei quattro figli (uno di essi vive in Austria e non è potuto partire per motivi di salute) e agli amici più cari degli ultimi anni, anche alcuni esponenti del mondo dello spettacolo che di recente avevano lavorato con lui e lo stimavano: Teresa De Sio, Eugenio Bennato, e il regista Alessandro Piva. In chiesa anche i gonfaloni della Provincia di Foggia e della città di Apricena; e c’erano anche il vicepresidente della Provincia Franco Parisi, l’assessore alla cultura di Apricena Concetta Pennelli e il sindaco di Foggia Orazio Ciliberti. Il feretro è stato portato a spalla, dalla casa in via Capozzi alla Cattedrale, dagli amici più cari degli ultimi tempi, tra cui il cantante Ninni Maina e il suo agente Angelo Cavallo. La bara è stata accolta dalla musica, diffusa sul sagrato da un impianto stereofonico: un inedito di Eugenio Bennato su alcune canzoni di Salvatore. In chiesa, accanto alla bara, erano deposti la chitarra e il corno, tipico del banditore, protagonista di alcune ballate di Matteo Salvatore. La messa è stata celebrata da don Tonino Intiso che ha ricordato il valore profetico della voce di Matteo Salvatore, voce che sapeva denunciare povertà, miseria e ingiustizia ma anche che sapeva raccontare i valori della sua terra. Al termine della messa Raffaele Vescera, che insieme ad Angelo Cavallo nel 2002 aveva curato la biografia di Matteo Salvatore dal titolo "La luna aggira il mondo e voi dormite", ha voluto ricordarlo così: "Sei stato un grande poeta, hai cantato la vita dei vinti con maestria, talento e naturalezza. Ci lasci in eredità l’umanità e il senso di pietà per la povera gente". E ha letto un brano della biografia, come ha fatto poi anche Gino Caputo, direttore artistico del festival Mediterraneo che il 4 settembre prossimo a Conversano avrebbe dovuto consegnare un premio proprio a Matteo Salvatore. Sulle parole di Caputo Eugenio Bennato ha preso la chitarra di Matteo Salvatore e ha suonato per alcuni minuti. Poi la bara è uscita dalla chiesa tra gli applausi. Matteo Salvatore sarà sepolto domani mattina nel cimitero di Apricena.
Daniela Zazzara
Da PrucnesWebSite il video del corteo funebre nelle strade significative del paese di Apricena e i discorsi finali di chi ha conosciuto Matteo Salvatore. Il video è molto lungo, più di 20 minuti quindi servirà molto tempo per il download, ma credo che ne valga la pena. Per evitare problemi incollate sulla barra l’indirizzo http://prucnes.altervista.org/Video/corteoziczic.avi
Vorrei consigliare il sito www.http://www.prucnes.altervista.org
i ragazzi di questo sito hanno ripreso l’ ingresso della salma di Matteo Salvatore ad Apricena.
Sono molto addolorata per la perdita.
da una apricenese Maria
"Mi piace""Mi piace"
Pubblicato da utente anonimo | agosto 29, 2005, 7:20 PMGrazie molte Maria. Proprio un bel lavoro
"Mi piace""Mi piace"
Pubblicato da festival | agosto 30, 2005, 7:48 amMatteo Salvatore, la voce dal basso
Si è spento ieri all’età di 80 anni l’artista pugliese, poeta di tutti i diseredati e prototipo di tutti i cantautori italiani. Ma unico nel suo genere
di Marco Boccitto – 28/08/2005 – da il manifesto
È morto ieri mattina uno degli ultimi eroi della nostra cultura popolare. Matteo Salvatore si è spento a Foggia, la città in cui ha abitato negli ultimi anni e che oggi ospiterà i funerali, alle 16.30 nella Basilica Cattedrale. Ottantenne, aveva festeggiato da poco il cinquantenario di una carriera atipica, irregolare, scandita da continue rivelazioni e incomprensioni, successi, apprezzamenti, entrate e uscite di scena parimenti discrete, perennemente sull’orlo di quel baratro ingrato che è il dimenticatoio della nostra cultura popolare. Una figura leggendaria emersa a margine del cosiddetto folk revival italiano, ma assai poco riconducibile a qualsivoglia «scuola». Destinato ad essere celebrato in seguito come prototipo del moderno cantautore, Matteo Salvatore inventò di fatto il neo-folk e la ballata neo-realista. Nonostante il legame viscerale con il suo Gargano, una vera e propria tradizione fu costretto a inventarsela, perché ai tempi in cui partì armato di registratore (glielo affidò il regista Giuseppe De Santis perché esplorasse i tesori del folklore locale) tutti in Puglia sembravano aver voce solo per le canzoni napoletane. Per contro «le sue parole – disse una volta Italo Calvino – noi dobbiamo ancora inventarle». Era un linguaggio esclusivo, il suo, di quelli che non si affinano studiando (se non con un maestro ultracentenario cieco) o tendendo l’orecchio ad altri modelli, eppure perfettamente comprensibile a tutti nella sua detonante dimensione poetica e nella sua arguzia, perché privo di qualsiasi compiacimento intellettuale o sentimentale. Tutto quello che cantava, lasciato traspirare dagli arpeggi vaporosi della sua chitarra, lo aveva semplicemente e intensamente vissuto: la miseria nera patita nell’infanzia, la pasta nera voracemente apprezzata, la camicia nera sbeffeggiata a suo tempo, i mille torti e taglieggiamenti subiti poi dall’industria dello spettacolo e i mille espedienti inventati per sopravvivere. Con dolce amarezza e un fatalismo apparente quanto imprecante, che non escludeva la lotta per il cambiamento.
Matteo Salvatore cantava tra l’altro È proibito, Lu bene mio, Sempre poveri, Pasta nera, Faciteve li cazza vostra, Li chiacchiere di lu paese, Fra me e te, Cane e gatto… Melodie scolpite nella pietra e fatte volare da un lirismo profondo, una voce orientata verso il registro alto ma mai sguaiata, velata anzi da una garza di disperazione, una sfumatura dolce e dolente, di incurabile tatto e consapevolezza. Canti d’amore e di sdegno, di miseria e di rivolta, ballate aneddotiche innervate da un’ironia contundente. Si portava tutto dentro con aggraziata indignazione, l’orgoglio dei diseredati, le disillusioni del nostro Meridione, la fame «che si poteva tagliare col coltello», i pochi soldi guadagnati in fretta con la tv e ancor più frettolosamente sperperati, le foto ricordo, i premi e i tradimenti, le brucianti storture sociali di una Puglia che all’epoca era molto poco conosciuta, il destino di emigrazione e sfruttamento.
Fu definito di volta in volta poeta-contadino, artigiano del folk, genio analfabeta, cantastorie informale. Per Ignazio Buttitta tutti si potevano copiare tranne lui, «perché è una creazione continua». Concetta Barra adorava «quella voce, quel falsetto, quel supplizio de lu soprastante… Insomma – diceva – Matteo quanne piglia `a chitarra te fa vede’ u paravise». Eugenio Bennato lo definì «un crocevia fra la poesia e la terra», autore di una musica «che dai toni bassi sale molto in alto per guardare tutta la realtà del mondo». Per Pino Daniele era semplicemente «il più grosso fenomeno musicale italiano», interlocutore ideale per quello che lui definisce «dialogo mediterraneo». Goffredo Fofi ha descritto le sue interpretazioni in termini di «esperienza indimenticabile: il confronto diretto con un poeta antico e modernissimo, che ha saputo cantare i riti e le stagioni, l’amore per la vita e le sue gioie, la fatica e l’ingiustizia….».
Tra quelli che hanno avuto orecchie per le sue canzoni, parole importanti per la sua arte e sentimenti di profonda amicizia per la persona ci sono anche Vinicio Capossela, Teresa De Sio, Daniele Sepe, Francesco Guccini, Otello Profazio, Renzo Arbore e tanti altri. Tutti pazzi di lui e del suo irriducibile stile libero. Oggi, chiunque lo abbia amato, non può non associare all’immagine della sua scomparsa quella di un’antica biblioteca che se ne va, divorata dalle fiamme.
"Mi piace""Mi piace"
Pubblicato da festival | agosto 31, 2005, 2:24 PMSi è spento a Foggia il 27 agosto 2005 a 80 anni
M A T T E O S A L V A T O R E
LA VOCIA DE LA MUNTAGNA
di Giovanni Scarale
E’ il 28 agosto. I funerali sono per le ore 16,30 in Cattedrale.
Posteggio nel parcheggio di Via Altamura del tutto deserto e mi avvio verso Piazza Giordano con la speranza di raggiungere in tempo la stradina dell’abitazione ma non riesco a trovarla. Non c’è anima viva. Tutto è fermo. Mi affretto verso la Cattedrale. Sulla breve piazza qualche persona, un paio di operatori tv con gli aggeggi davanti ai piedi. Mi affaccio nella chiesa: nessuno. Mi rassegno ad attendere. La domenica, l’afa e l’ora producono un’assenza allucinante. Una macchina funebre senza bara si ferma , scende un uomo per sistemare nell’atrio uno sgabello con un quaderno per le firme e un mucchietto di foto del cantautore. Nel silenzio surreale avanza da Palazzo Dogana il corteo: tre labari ( della Provincia, dei Comuni di Foggia e di Apricena), la bara a spalla, i congiunti e un mucchietto di gente. Sistemazione in chiesa. Celebra Don Tonino Intiso. Dopo la lettura del Vangelo parla all’insegna della concretezza e della verità. E basta solo questo come omaggio a Salvatore che della verità aveva fatto l’alimento di vita e d’arte. La sostanza del suo discorso: il nome Matteo gli è stato dato col battesimo; il travaglio esistenziale (povertà, ingiustizie, angherie di ogni genere) lo hanno fatto anticlericale e cantore di una condizione sociale a dir poco precaria.; non è stato ascoltato e accolto da chi doveva e perciò gli si devono delle scuse; davanti al Signore sta vivendo il momento fondamentale della sua esistenza; il Signore lo sta accogliendo e con la sua misericordia gli restituisce quel che gli uomini gli avevano tolto; resta la sua ereditità artistica che va letta e interpretata nella sua giusta tensione etico-sociale e umana, nella sua ansiosa richiesta di giustizia; sarebbe fargli torto considerare il patrimonio artistico, che ha lasciato,sotto l’aspetto del mero godimento estetico. Don Tonino si esprime con il tono di chi è profondamente convinto di quel che afferma, rimuovendo l’aura di forzatura che si potrebbe respirare nelle esequie religiose. La bara ha sulla sua sinistra la chitarra e sul davanti una sorta di corno inglese, una di quelle trombette con cui un tempo nei paesi si faceva precedere un bando pubblico. Terminata la Messa, si leggono brani della sua biografia con il sottofondo della chitarra. Poi la sistemazione sull’auto che resta ferma per l’ultimo concerto trasmesso davanti alla porta con una corona di persone (qualcuno piange). Sono tre canzoni. Si finisce con il Soprastante e il ritornello … qua nen ce po’ vève, nen ce po’ parlà, ce à da sule fatià. Un applauso lungo fino a quando l’auto svoltò imboccando via Arpi. Non ho mai battuto le mani tanto in vita mia. Si disperde la gente, si avvertono l’afa e il vuoto, raggiungo la macchina risentendo i miei passi. Dice la radio: l’A14 è bloccata da Foggia per 60 km a causa del blocco dei produttori di Capitanata. Il pomodoro e l’uva cinesi hanno annullato le fatiche e il frutto di un anno. Mentre torno alla montagna vedo drappelli di lavoratori stranieri annaspare attorno a grossi contenitori di pomodori. I braccianti, i terrazzani, i piccoli coltivatori di Matteo Salvatore hanno solo cambiato colore e linguaggio; il vero padrone non va più in sciarabbà, ma in aereo e fa affari con i Cinesi! E l’urlo e il lamento flautato di Matteo fanno parte del repertorio della musica popolare. Ho scritto di getto appena sentito della morte la seguente poesia nella lingua che uno di Apricena comprende bene. L’ho recitata mentalmente sulla bara, perché là nen ce putèva parlà.
LA VOCIA DE LA MUNTAGNA
A Matteo Salvatore
Ive la vocia de na strata longa
chièna de lota o pòlleva a seconda
de la staggiona calla o jacculosa,
e lu patrone cu lu sciarabbà
che passava de corsa squiccejanne
o mpulluvranne e cugghièva a dole
tuccanne lu cavadde a scrujatate.
Pe quèdda strata tu si’ jute a pède
cu na catarra che ballava sotta
li dite to’ sapute e cercajule
come unnèja na chianura de `rane
a lu favugne a magge e alleggestrive
parole de fatia e de strapazze
e l’accurdive a cante, e la campagna
ce ruspugghiava tutta a tarantalla
o doce doce ce `ntruntulejava
come nu vagnulèdde che ce addorma
a cuddu salamone de la mamma
che nàzzeca ciuccanne la navicula.
E la muntagna chiagne quèsta sèra
de fin’aùste che te si’ scasate.
Come nu fatiatore appugghièse
nen t’ive fatte li solde. Lu cante
se ajasce da lu contrafunne d’ànema
arrecchisce la fantasia e lu core
e rèsta pòvre e pe cunte so’.
A’ purtate pe li paìse strànnie
l’allucche de `sti prate e `sta chianura
che lu sole cuciante àve scunfatte.
Chisà se jènne asciute a deversive,
ma tu l’allucche l’à’ menate forte
cu la vocca e na catarra e na vita
che lu destine à’ mazzejate assà’.
Giovanni Scarale
Matteo Salvatore, il principe del canto popolare pugliese, è morto oggi, 27 agosto 2005. Era nato ad Apricena 80 anni fa (Fonte
Garganopress).
"Mi piace""Mi piace"
Pubblicato da festival | settembre 1, 2005, 4:47 PM