Oggi ci lascia un grande della musica popolare. Italo Calvino disse di lui "Matteo è l’unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere".
Al Carpino Folk Festival arrivò nel 1999 con la trilogia tipica delle sue ballate: canti d’amore, di miseria, ballate allegre e comiche, arricchite dagli aneddoti divertenti che racconto con singolare linguaggio e gestualità. Una serata indimenticabile.
E’ difficile parlare di lui come di un angelo, era difficile anche solo parlare con questo angelo, se puntualmente e improvvisamente egli appena smetteva di cantare come solo lui sapeva fare, passando con divina disinvoltura dai toni profondi al falsetto, e di suonare la chitarra, cioè di fare quello che voleva con la chitarra ti confonde e ti scoraggia opponendoti atteggiamenti, diciamo così, profanatori. Nel senso che profanano e quasi smentiscono quell’angelicità. Ma forse sta proprio qui la persistente grandezza di Matteo: nella sua irriducibilità, anzi nella sua imprendibilità. Così forse lui si è difeso per tutta la vita da un mondo che non è mai riuscito a capire. Matteo è’ rimasto quello di sempre: solo, disperato, intrattabile.
Un’altro grande della terra delle memoria del Gargano, Andrea Sacco in questa circostanza direbbe "chi suona e canta non muore mai". Ecco, Matteo nel salutarti siamo convinti che tu, la tua musica e le tue parole non morirete mai.
Disse ancora Italo Calvino di lui "le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare". Allora come può morire uno le cui parole debbono ancora essere inventate.
Scrivete nei commenti il vostro pensiero sul nostro artista scomparso.
State ascoltanto "lu bene mio".
… Matteo si racconta, al solito, alternando fatti veri e quelle che sembrano a lume di buon senso sbruffonerie. La poverissima infanzia ad Apricena (dove è nato nel 1925). Il papà facchino e la mamma, “camuffata da mutilata”, che va a chiedere l’elemosina a Poggio Imperiale per procurare un po’ di pane ai figli. Fa il garzone di cantina a otto lire l’anno. Gli muore una sorella di quattro anni per denutrizione. E’ tra gli uomini e i bambini di sette-nove anni che stanno “nella piazza del paese per essere venduti”. “Gente, io ci sono stato nei campi di grano a mietere. Sotto il sole cocente, curvo dall’alba al tramonto”. L’incontro storico con il vecchio maestro Pizzicoli, cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra, “portatore di serenate” (quasi esclusivamente canzoni napoletane), dal quale Matteo in tre anni impara a suonare “alla perfezione”. A 20 anni si sposa con Antonietta, che però muore di tumore dopo poco più di un anno. A Benevento, che frequenta per contrabbando di tabacco, conosce e sposa una ragazza, con la quale ha una prima figlia. Finalmente emigra a Roma: ci mette un mese per arrivarci, saltando da un carretto di passaggio ad un altro. Cominciano gli anni vissuti in baracca. Canta con la chitarra canzoni napoletane ai tavoli di “Giggetto er Pescatore”, ai Parioli. Qui lo nota il regista Giuseppe De Santis, che lo incarica di andare a registrare in Puglia canzoni popolari per un film (“Uomini e lupi” con Yves Montand). E’ a questo punto che nasce l’angelotruffatore. “Dopo aver composto quattro ballate, telefonai a de Santis, spacciandole per canti popolari”. Porta moglie e due figli da Benevento a Roma. Qui, in baracca, gli nasce il terzo figlio. Un giorno canta in una trattoria di Trastevere e viene scoperto da Claudio Villa, col quale farà poi tournée all’estero. Incide il primo 78 giri, quattro canzoni per facciata: La morte traditrice, Lu pugliese a Roma, Lu vecchie, Lu limone, Cuncettina, I maccheroni, I capelli neri, Zompa cardille. Verranno poi le incisioni per la Vis radio, la Fonit Cetra, la Cgd. Comincia il successo, Ma anche la sua guerra contro i discografici: lui sospetta sempre che vogliano imbrogliarlo e derubarlo (“non mi consegnavano tutto quanto mi spettava di diritto”) e quindi è lui a imbrogliarli (consegnando le stesse incisioni, in esclusiva, a più etichette). Verranno le trasmissioni radiofoniche, grazie anche all’aiuto di amici ed estimatori come Renzo Arbore. Matteo diventa ricco. C’è poi la lunga e drammatica storia con Adriana, l’amante, ispiratrice e collaboratrice. Lo scoprono gli intellettuali: prima il regista Maurizio Corgnati, quindi Franco Antonicelli e Italo Calvino (per lo scrittore “Matteo è l’unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere”). E’ del 1966 il suo primo lp, inciso a Milano: Il lamento dei mendicanti, accolto trionfalmente dal mondo della cultura. Nel 1968 partecipa al Cantagiro con Lu soprastante. Vive ancora in baracca quando fa la sua prima tournée in Canada. “Ho inciso anche lì. Avevo guadagnato più di due miliardi di oggi”. Nel 1972 arriva il suo capolavoro, Le quattro stagioni, un cofanetto di quattro lp con cinquanta canzoni incise per la Rca-Amico. Ad un certo punto Matteo annota: “La povera Adriana morì d’infarto”. Si tratta in effetti di una vicenda oscura, per la quale Matteo conosce anche il carcere. Dopo, “per quattro lunghi anni sono uscito fuori dall’arte”. Seguono un periodo di tournée e incisioni autogestite, il ritorno a Foggia ma anche i riconoscimenti informali di tutti coloro che praticano la musica popolare nei confronti del Maestro, del Pioniere. Lo venerano in particolare i napoletani: i Barra, i Bennato, Pino Daniele (per il quale Matteo “è il più grosso fenomeno musicale italiano, potrebbe rappresentare la nostra musica nel mondo”).
Beppe Lopez
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Un uomo assolutamente fuori dal comune. Cantautore famoso, ha vissuto una giovinezza di miseria e di analfabetismo, riscattandosi poi con la dolcezza della sua chitarra e la forza poetica delle sue parole. Un riscatto accompagnato da mille straordinarie follie, poiché Matteo Salvatore è uomo che sfugge a ogni regola e a ogni legge, arguto e imprevedibile come ogni lazzarone, geniale e sregolato come un vero artista, ruffiano e incantatore come ogni uomo destinato al successo.
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… non ricorre esplicitamente ad alcuna tradizione: inventa un nuovo stile, staccandosi da qualunque passato e anticipando la generazione dei grandi cantautori italiani che riconoscono nel cantastorie pugliese il loro maestro. Egli trova parole di struggente poesia e suona, anzi arpeggia, la chitarra divinamente, componendo stupende melodie…
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… La poesia di Matteo non è solo moto dell’animo, ma, pur nella non conoscenza delle regole, è anche sapiente e raffinata capacità di piegare la sua lingua alle necessità del verseggiare, con genio, passione ed ironia.
Raffaele Vescera
DISCOGRAFIA – LP
1963 Storie e melodie d’amore del Sud (Royal – msr A 300/006)
1963 Brutta cafona. 12 canzoni folkloristiche pugliesi
(Galleria del Corso 1963 – POP 1515 )
1966 Puglia (Cetra – LPP 60)
1967 Il lamento dei mendicanti (Dischi del Sole – DS 140/42/CL)
1970 Le Puglie di Matteo Salvatore (Tank Record – DL 133)
1971 Le mie Puglie – Padrone mio ti voglio arricchire (Amico – ZSKF 55038)
1972 Le quattro stagioni del Gargano – 4 LP (Amico – DZSLM 55139-1/2/3/4)
1973 Del caldo Sud – 2 LP (Broadway – BW 13061)
1973 Matteo Salvatore, poeta contadino (Variety – REL SI 19169)
1973 Storie e melodie d’amore del sud (Cicala – BL 7019)
1973 Matteo Salvatore (Cetra – LEL 182)
1973 La Puglia di Matteo Salvatore (Quadrifoglio – VDS 259)
1974 Matteo Salvatore. Canzoni pugliesi (Cicala – BL 7082)
1976 Aria di casa nostra. Storie e fatti di casa nostra Storie e fatti di casa nostra (Record Bazar – RB 69)
1978 Matteo Salvatore (Cetra – LPP 389-390)
???? Matteo Salvatore (Gr – LP HP 3768)
???? Storie e fatti di Puglia – RCA (serie Charter line)
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 2:10 PMUn nuovo disco e un libro per il cantastorie di Apricena
Diceva di lui Riccardo Cucciolla: “riesce a provocare degli incantamenti perché è un gran ruffiano…”.
E Italo Calvino: “Noi dobbiamo ancora inventare le parole che dice”.
Cantastorie e affabulatore, grillo parlante e testimone amaro del tempo che passa, Matteo Salavatore torna alla ribalta con un libro e un cd con 12 ballate inedite (Matteo Salvatore, Stampa Alternativa ed., Speciale eretica).
A 77 anni, ancora nomade di vita e di sentimenti, Salvatore conferma una vena creativa fresca, forse più gioiosa di quella giovanile, quando sfornava
veri poemi sulla fatica nei campi e sulla fatica di vivere, come “Le quattro stagioni del Gargano”, “Il lamento dei mendicanti”, “Poeta e contadino.
Nel nuovo disco si respirano atmosfere etniche, favorite dalla bella voce di Chiara Armento e dagli accompagnamenti di Angelo Pantaleo, Leo Mansueto, Franco D’Isidoro, Mimmo Ricco, Giuseppe Scarati.
Nel libro, una singolare autobiografia per flash e aneddoti raccolti dall’agente Angelo Cavallo con prefazione di Raffaele Vescera, Matteo Salvatore racconta di un’infanzia di stenti, di una vita appresa sulle corde della chitarra di un suonatore cieco, sulle labbra della sorella nutrita con pezzetti di zucchero perché la mamma non aveva latte.
C’è il Gargano più aspro nei racconti e nelle ballate di Matteo Salvatore, il Gargano della guerra, quando i genitori sporcavano la faccia dei figli col succo di pomodoro, perché i compagni credessero che avevano mangiato maccheroni con la carne.
In quegli anni -racconta Matteo- c’era una miseria nera. La fame si poteva tagliare col coltello.
C’erano tre qualità di pasta: la prima la compravano i ricchi, la seconda qualità, mezza bianca e mezza nera, era per gli impiegati del comune, la terza era pasta nera, amara e schifosa. La povera gente non poteva comprare neanche quella”.
E lui, Matteo, è stato sempre dalla parte della povera gente, anche quando, nella canzone “Lu soprastante”, descrive da maestro la cattiveria del capo che controlla i mietitori di grano, impedendo loro persino di bere e di parlare.
Banditore di paese annunciato dal suono del corno, bracciante, garzone di cantina, Matteo Salvatore fa tutti i mestieri nella sua Apricena, prima di approdare a Roma dove vive in baracca e viene scoperto mentre fa il parcheggiatore. I primi tre dischi, ricorda Rocco Forte nel libro, Salvatore li incide nella stessa giornata, complice il magico incontro con Claudio Villa, conosciuto in una trattoria di Trastevere.
Il successo per Matteo ha anche il volto di Giuseppe De Santis, il regista del film “Uomini e lupi”, che il cantante interpretò con il grande Yves Montand.
Chi volesse saperne di più dalla viva voce di Salvatore, può cliccare sul sito http://www.pugliaisland.it per la prima intervista on line al cantastorie del Gargano.
Autrice dell’articolo Anna Langone
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 2:41 PMNegli anni ’70 cantautore (per vocazione).
Negli anni ’80 organizzatore di animazione turistica nei club vacanze (per necessità). In quegli anni scrive testi di cabaret per alcuni artisti, tra cui un esordiente Antonio Albanese.
Nel 1993 (per vocazione) su commissione della casa editrice Books e News scrive il romanzo “Il paese della nave felice” una metafora del sud e forse dell’intera cultura mediterranea. Da allora (per necessità) è organizzatore e produttore artistico, nell’ambito della world music.
Nel 2001 ha lavorato al libro edito da Stampa Alternativa “Matteo Salvatore la luna aggira il mondo e voi dormite, autobiografia raccontata ad Angelo Cavallo” e prodotto il CD “Ogni giorno una storia” allegato al libro autobiografico di Matteo Salvatore.
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 2:42 PMUna folgorazione Eugenio Bennato
Io vidi un concerto di Matteo Salvatore nel 1971 a Napoli, già lo conoscevo ma fu veramente una folgorazione perché l’energia poetica e interpretativa di Matteo Salvatore è qualcosa di unico, qualcosa di straordinario, appartiene ad un passato di favola e di leggenda. Matteo non è solo un grande interprete è anche un grande autore, è un grande ascoltatore di musica della sua terra che poi trasmette in ballate, che con la sua chitarra e con la sua voce diventano momenti grandissimi di poesia. “Le quattro stagioni del Gargano” ma anche tutto il resto “Lu soprastante”, “Don Nicola si diverte” “Va’ lu bene mio, curre a mamma toia” siamo di fronte a dei momenti straordinari di poesia del sud e di musica del sud. Io ho sempre parlato di Matteo Salvatore in giro per il mondo, così come ho fatto per “I Cantori di Carpino”. In questa straordinaria provincia di Foggia c’è una densità poetica altissima. Matteo Salvatore è la musica che sale, sale dai toni bassi al falsetto e sale chissà dove, forse molto in alto per guardare tutta la realtà del mondo. Matteo Salvatore è un crocevia fra la poesia e la terra, Matteo Salvatore ha le mani del contadino, ed ha quindi anche una marcia in più rispetto al comune poeta.
Gli incantamenti Riccardo Cucciolla “Matteo è veramente un’espressione squisita e naturale, non ha regole, non ha nulla, è chiaramente un anarchico, un abnorme ma…questo non toglie nulla al suo estro e alla sua delizia. Ci sono degli incantamenti che lui ti provoca…è un gran ruffiano (nel senso bonario del termine) poiché ti sa agguantare con i suoi drammi, del suo e mio struggente Sud”.
lu Paravise Concetta Barra (attrice-cantante)”Adoravo Matteo, attraverso i dischi di Eugenio Bennato (grande collezionista di Salvatore)…perché lui mi toccava dentro…c’era della rabbia nelle sue storie e poi…quella voce, quel falsetto, quel supplizio de “lu soprastante”…insomma, Matteo quanne piglia ‘a chitarra te fa vede’ u paravise”.
Fusione Mediterranea Pino Daniele “Matteo Salvatore è il più grosso fenomeno musicale italiano, potrebbe rappresentare la nostra musica nel mondo. La sua voce è particolarissima. Ho amato la sua musica sin dall’inizio della mia carriera. Sono stato dalle sue parti, sul Gargano…di lui mi piace tutto il repertorio ma non è un fatto di canzoni e basta…è tutto quello che emotivamente riesce a trasmettere… Matteo ed io siamo un dialogo mediterraneo”.
Genio e sregolatezza Fabrizio Zampa “Per me Matteo è un po’ come un negro nostro. E’ un uomo che viene da una condizione sociale bassissima (era bracciante) e che canta le cose vere. E’ uno dei pochi cantori che non si sono serviti del folk per commercio. Poi è completamente folle. E’ uno geniale…E’ uno che vive come gli pare (genio e sregolatezza) a tutti i livelli, però quando canta…ti prende e ti ammazza perché è stupendo…se fosse nato nel Mississippi…
Il cantare con il cuore Ignazio Buttitta “…Che debbo dire! Che posso dire! io non so come si possa recitare e parlare dopo aver sentito Matteo. Debbo affunnare in un pozzo di lacrime…Se miss’a cantari cu cori, e quannu lu cori si rompe nun se pò parlari più. Come è difficile e come mi trema il cuore a sentirlo cantare e resisto, perché mi sforzo di resistere, e penso al valore del dialetto, anche il dialetto foggiano, come tutti i dialetti, è vivo. Poi dico una cosa che non ho mai detto a nessuno: “tutti i cantanti, tutti i cantastorie si possono copiare, Matteo no, perché inventa sempre…in tutti i momenti…è una creazione continua. Insomma quanno iddu canta ce dona chitarra, l’occhije pe’ chiangi e a vocca pe’ cantari”.
Italo Calvino “Matteo Salvatore è l’unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere. Noi dobbiamo ancora inventare le parole che dice Matteo Salvatore “.
Francesco Guccini “Matteo Salvatore è un artista assolutamente straordinario”.
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 2:46 PME se n’è andato anche un pezzo di cuore mio
ialma@pizzicata.it
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 4:30 PMMatteo Salvatore, i funerali domani in cattedrale
Si terranno domani alle 16.30 nella Basilica Cattedrale di Foggia i funerali di Matteo Salvatore, il cantautore morto questa mattina all’età di 80 anni. “Il cantautore poeta dei poveri”, è scritto nei manifesti funebri affissi in città qualche ora fa. Le esequie saranno celebrate da don Tonino Intiso. Matteo Salvatore sarà sepolto ad Apricena, sua città natale. Domani una rappresentanza dell’amministrazione comunale di Apricena con il gonfalone della città parteciperà alle esequie. Intanto sono numerosi i messaggi di cordoglio che giungono a familiari e amici: tra essi quelli di Teresa De Sio, che domani dovrebbe essere presente ai funerali, di Daniele Sepe e di Renzo Arbore.
Daniela Zazzara
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 4:31 PMLa morte di Matteo Salvatore. Ciliberti: ‘autentico interprete di valori’
Un messaggio di cordoglio per la morte di Matteo Salvatore è stato diffuso anche dal sindaco di Foggia Orazio Ciliberti: “Matteo Salvatore ha saputo trasmettere, con semplicità e calore, in Italia e nel mondo il suo grande amore per la nostra terra e per il meridione, traducendo in parole e in musica storie ed emozioni. E’ stato – commenta con grande rammarico Ciliberti – un autentico interprete di valori ed una straordinaria quanto genuina fonte di cultura. La città di Foggia, che peraltro ha avuto l’onore di ospitarlo in questi ultimi sette anni, è per questo grata ad un uomo che ha dedicato oltre cinquant’anni di attività professionale alla musica popolare quale espressione più vera per raccontare le storie e le tradizioni della Capitanata, della Puglia, del Sud”.
Daniela Zazzara
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 4:32 PMLe canzoni amare e ironiche di Matteo Salvatore e i suoi
racconti di fame e povertà nel film Craj alla prossima Biennale di Venezia.
Craj film nasce ispirandosi all’opera teatral-musicale “Craj”, ideata e diretta da Teresa De Sio e scritta in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, della quale ricalca la struttura principale.
Il film racconta del viaggio del Principe Froridippo (Giovanni Lindo Ferretti) e del suo servo Bimbascione (Teresa De Sio) attraverso la Puglia.
Tutto comincia con uno strano sogno fatto dal Principe, nel quale incontra un grande ragno che lo attira inspiegabilmente verso sud.
Il viaggio dal Gargano al Salento è lungo e i due protagonisti, accompagnati dal cavallo Toledo, si fermano tre volte per riposarsi: a Carpino dove pranzano con I Cantori, a Foggia dove conoscono Matteo Salvatore e a Cutrufiano dove ballano con Uccio Aloisi.
Ogni tappa diventa per una scoperta: i Cantori di Carpino, Matteo Salvatore e Uccio Aloisi, ovvero i principali maestri della musica tradizionale pugliese, testimoni di antiche tradizioni popolari e musicali. Tradizioni che conosciamo meglio attraverso interviste e immagini di vita quotidiana, alternate al “live” dei loro concerti.
Coniugare tre codici espressivi tanto diversi tra loro come il documentario, la fiaba, il concerto mi sembra essere la scommessa di questo “film sullo spettacolo della vita” che nasce da uno spettacolo di successo e diviene cosa altra per la presenza- avvertita, cercata – della macchina da presa. E’ ormai tradizione della selezione concludere con un omaggio al linguaggio universale per eccellenza, la musica, e farlo con attenzione alle radici culturali che sono la nostra bandiera. Craj è tutto questo, e anche l’incontro con quattro uomini straordinari.
(Giorgio Gosetti)
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 4:41 PMLa morte di Matteo Salvatore. Stallone: ‘un punto di riferimento per la nostra cultura’
Vivo cordoglio per la scomparsa del folksinger Matteo Salvatore è stato espresso dal Presidente della Provincia di Foggia, Carmine Stallone. ‘La sua dipartita – si legge in una nota diffusa alla stampa – priva la Capitanata di un punto di riferimento essenziale della cultura, della storia e della tradizione della nostra comunità’.
‘Esprimo a nome della Giunta e del Consiglio Provinciale le più sentite condoglianze, – afferma Stallone – ricordando i sentimenti di stima e di amicizia che hanno sempre legato Matteo Salvatore alla Provincia di Foggia’. Commozione e dolore sono state espresse anche da Geppe Inserra, dirigente del servizio cultura della Provincia: ‘Piango lo straordinario artista, l´impareggiabile cantore delle più genuine radici della nostra terra, di cui è stato una autentica, irripetibile espressione culturale’. ‘Spero che questa terra, la sua terra, la nostra terra sappia essere degna erede dell´immenso patrimonio che Matteo Salvatore ci lascia’.
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 5:56 PML’ho conosciuto la prima volta al carpino folk festival di alcuni anni fa
e poi l’ho seguito altre due volte a milano(insieme a Daniele Sepe e nello spettacolo Craj)
Ricordo a Carpino all’hotel Bellavista la sua gentiliezza nei confronti di mia moglie quasi a baciarle la mano,ma anche tutta la sua vita mentre faceva colazione con cappuccio e cornetto…
A Milano a exPaolo Pini,quando gli ho
ho chiesto di autografare il cd con libro,ho letto nel suo viso una fierezza e una gioia per quello che stava facendo..
Questo pomeriggio quando l’ho saputo
ho fatto un brindisi a lui dovunque sia
adesso,con grande dispiacere perchè le emozioni che riusciva a dare dal vivo nei concerti non succederà più….Ciao Matteo….Michele Russi
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Pubblicato da utente anonimo | agosto 27, 2005, 6:43 PMun saluto a matteo e alla famiglia compreso
e un abbraccio all’associazione dalla citta di oaxaca messico
spero che nascera un tributo a matteo ( serio)
buon lavoro
elio miniello di
ripalimosani
provincia di campobasso
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Pubblicato da festival | agosto 27, 2005, 9:37 PMRAFFAELE VESCERA
Due mesi fa, il 16 giugno, avevamo festeggiato il suo ottantesimo compleanno a Lucera, nel bel Palazzo D’Auria, recuperato
ai vecchi fasti da Giuseppe Trincucci, medico e storico, che aveva organizzato una festa per il vecchio poeta di Apricena. Matteo Salvatore cantò e suonò alcune delle sue ballate più belle, con voce e mano malferma, lui che aveva, fino a pochissimi anni or sono, la voce acuta e cristallina, dolcissima, e suonava la chitarra come un maestro d’arpa d’altri tempi, ma tant’è, l’ingiustizia della morte aveva già cominciato il suo cammino.
Matteo soffriva di diabete, un male che lo costringeva sulla sedia a rotelle da qualche anno, e di asma, eppure fumava ancora come un turco, nonostante le proibizioni, ma questo era nel suo carattere di uomo libero, non riconducibile ad alcuna regola, poiché il suo punto di vista sull’esistenza era prendere dalla vita e dagli uomini quello che desiderava e ripagarli solo con la grandezza della sua arte.
Il suo manager e amico Angelo Cavallo, produttore musicale di Foggia, nel libro curato insieme a chi scrive sulle memorie di
Matteo Salvatore, ricorda l’aneddoto di quando, dopo una giornata zingaresca passata in giro per il Gargano, a cena Matteo
pagò il conto del ristorante a suo modo, sfoderando la chitarra.
Ma questo è nulla di fronte alle beffe che giocava agli amici «ricchi», quali i foggiani Renzo Arbore, Arnaldo Santoro, l’architetto Telesforo, papà di Gegé, e tanti altri, che avevano preso a cuore il cantastorie analfabeta di Apricena, gli stessi che avevano «brigato» e si erano spesi per tirarlo fuori dalle carceri della Repubblica di San Marino, dove Matteo era stato rinchiuso negli anni Settanta con l’accusa di omicidio passionale della sua compagna, una cantante da lui molto amata, per la quale aveva lasciato moglie e figli.
I quattro anni di carcere «per amore », in quel di San Marino, gli costarono carissimo, la fine di una carriera fino a quel momento impetuosa. Nell’Italietta di allora, era impensabile che un uomo potesse amare una donna «non legittima coniuge» e la televisione di Stato e i produttori decretarono il black out del cantastorie pugliese che si ritirò «in esilio» sul mare garganico, a Mattinata, a vivere da povero, come lo era sempre stato nella sua vita, a parte le parentesi ricchissime di
quando vinse miliardi al totocalcio e di quando raggiunse il successo.
Ma quei quattro anni gli costarono carissimo anche per il conto stratosferico accumulato con un ristorante di San Marino, al quale Matteo ordinava pranzi luculliani per i numerosi artisti ed amici che gli facevano quotidianamente visita da tutta Italia, pare cinquanta milioni di lire di allora, vale a dire cinquecentomila euro, al valore di adesso.E si narra che i soliti grandi amici, pur di farlo uscire, pagarono anche quel conto.
La simpatica aneddotica di e su Matteo Salvatore è sconfinata, ed egli stesso ne narra a centinaia, nelle già dette memorie dal titolo La luna aggira il mondo e voi dormite, pubblicate da Stampa Alternativa nel 2002. A partire dalla sua condizione di bambino poverissimo, eternamente affamato, che un giorno si vede invitato a pranzo dal ricco e avaro medico del paese perché la sua fame colossale avrebbe risvegliato l’appetito perduto del suo figlio anoressico. La guarigione del figlio del dottore avvenne dopo alcune settimane in cui il povero Matteo poteva avere finalmente il suo pasto quotidiano, mitica carne compresa,ma gli costò la fine degli inviti a pranzo e la paura di morire di fame come era già avvenuto alla sua sorellina, tant’è che Matteo andò in chiesa a pregare perché quel bambino si ammalasse nuovamente di anoressia.
Ed è proprio la fame maledetta, il tema costante delle poetiche ballate di Matteo Salvatore, il quale però, raramente affronta il tema doloroso in termini di lamento o di diretta protesta sociale, ma quasi sempre usa il registro dell’ironia, come nella ballata della gatta traditrice che durante la veglia per la morte di un pover’uomo, mangia le salsicce lì appese al soffitto, così procurando un «doppio dolore, marito mio» alla vedova sconsolata. E la sua fine e intelligente ironia gli
servirà dopo da giovane soldatino per farsi beffe della stupidità dei gerarchi fascisti.
Matteo Salvatore, nato nel 1925, padre bracciante disoccupato, madre con vocazione poetica che deve mendicare per sfamare
gli otto figli, accompagna da bambino il centenario maestro Pizzicoli, cieco, suonatore ambulante di violino, mandolino e chitarra, uno di quei personaggi da romanzi di Victor Hugo, usciti direttamente dall’Ottocento per tramandare ai posteri la grandezza della canzone classica napoletana.
Il maestro, morto all’età di 102 anni, fu sepolto con il suo violino, lasciò la chitarra al piccolo Matteo che ne fece buon uso. Nel dopoguerra, passati i vent’anni, tra fame e miseria, Matteo, già sposato ma ancora analfabeta, decide di dare una
svolta alla sua esistenza andando a Roma in carretto-stop, si guadagnava da vivere con la sua chitarra cantando canzoni napoletane nei ristoranti della capitale.
Fu lì, da «Gigetto ar pescatore», che ebbe l’incontro della sua vita con il regista De Santis, il quale ascoltandolo, decise di farlo cantare in un suo film. L’impegno che De Santis affidò a Matteo fu quello di riscoprire la tradizione musicale pugliese, ma Matteo, pur girando la Capitanata e pur spendendo la somma affidatagli, non riuscì a ritrovare le tracce della dimenticata, e ormai segreta, musica tradizionale, riscoperta in seguito in termini di tarantella del Gargano e di pizzica dai musicologi.
Fu così che Matteo decise di creare la sua musica, senza rifarsi ad alcuna tradizione pugliese, raccontando senza retorica, con l’ironia a lui consueta, l’esistenza degli uomini, soprattutto di quelli «vinti» in questa parte del mondo, a quel tempo affamata.
La sua mano arpeggiava sulla chitarra note deliziose, la sua voce cantava parole intelligenti, in lui la poesia era davvero poiesis, come nell’antichità omerica, un tutt’uno tra parole e musica: le parole, così belle, si facevano musica da sole – ci disse una volta – la musica usciva dalle parole stesse.
Le sue canzoni bellissime fecero il giro del mondo,arrivò così il successo e il denaro e imparò finalmente a leggere e scrivere.
Noi crediamo che il grande cantastorie pugliese abbia svolto una funzione letteraria importantissima in una regione come la
Puglia che non ha avuto romanzieri che hanno narrato la storia dei vinti. Non è un caso che, dopo il grande poeta contadino di Apricena, sia toccato ad un operaio come Tommaso di Ciaula dare la stura alla letteratura «sociale » in Puglia, prima di arrivare ai recenti scrittori «colti», finalmente venuti allo scoperto.
Ciao Matteo, poeta grande e filibustiere.
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Pubblicato da festival | agosto 28, 2005, 12:43 PMSalvatore
la Terza rete della Rai, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, c’era ancora la radio e dopo il «Gazzettino» regionale si apriva uno spazio di mezz’ora dedicato ai programmi.
Non c’era più La Caravella, ma si parlava di cultura popolare, letteratura regionale e di riduzione radiofonica di testi teatrali. Erano gli anni in cui Vito Signorile asceso alla notorietà con Primo Nip proponeva folksingers e maestri regionali
del comico, insomma tutto ciò che veniva dalle campagne, dalla strada, dal teatro locale. Matteo Salvatore tra questi.
Veniva da Foggia, in treno, a registrare le sue trasmissioni. Lui e la sua chitarra. Conducevano le trasmissioni alternandosi
Guglielmo Rossini e Marilena Pizzirani. Annunciatrice ufficiale di Radio Bari la Pizzirani era espressiva e calda nel condurre trasmissioni colte. Era bellissima. Salvatore scendeva alla stazione e prendeva una carrozza. Le ultime carrozze che facevano servizio in città. Non veniva mai in taxi. Entrava in Rai, chiedeva della signora Pizzirani e quando appariva al quinto piano dove erano gli studi radiofonici, faceva il baciamano, con un sorriso che non so definire se abituale, una maschera. Quattro parole di convenevoli, lui aveva un linguaggio aulico e pomposo, un frasario fuori del tempo, usava un dialetto italianizzato, da contadino che si affaccia al mondo borghese.
La cultura popolare stava morendo. Per tutti gli anni settanta c’era stata un’esplosione di gruppi e di folksinger, da Maria Carta a Rosa Balistreri ad Otello Profazio e a Matteo Salvatore. C’erano cantanti come Tony Santagata che provavano
a ibridare canzone leggera e canto popolare, ma i veri ripropositori del canto popolare erano altro, legnosi e arcaici e avevano come rappresentanti nobili La Nuova Compagnia di Canto Popolare. A Bari c’erano stati La Compagnia dell’Arco
e la Compagnia dei Musicanti e a Lecce il Grecanico Salentino.
Matteo Salvatore non era amato. Ripeto, troppo legnosa la sua cultura e troppo mielata la voce, retorici i contenuti. Oggi è facile riempirsi la bocca e sostenere che fosse considerato un maestro, il primo cantastorie e cose così. Lui non era amato. Perché non aveva un patrimonio culturale di carattere borghese alle spalle, come i cantautori italiani e stranieri
e perché riproponeva con lamentosità una cultura orale che in quegli anni si tendeva a cancellare. Ma lui era quel mondo, lui era la voce dei carrettieri e dei mietitori, lui era la voce del banditore e del cantastorie che inventa e canta ballate alla maniera antica iniziando magari con «Ascoltate signore e signori».
È che l’oralità aveva funzionato fino agli anni Settanta, come scia delle rivolte sessantottine e come espressione di un proletariato rurale, ma negli anni Ottanta era già tutto finito. Per la foga di scivolare nella modernità e nella cultura borghese. E Matteo continuava a cantare ciò che aveva sempre cantato e si esprimeva in un dialetto che non adoperava ormai
più nessuno, scriveva canzoni e ballate che riconducevano a una oleografia lamentosa o a una immagine eccessivamente arcaica della Puglia e del mondo contadino.Per anni fu se non dimenticato, tenuto ai margini. Come lo era Franco Trincale emigrato a Milano e come non lo fu per fortuna Ignazio Buttitta rimasto in Sicilia.
Salvatore aveva avuto fortuna nei decenni precedenti. La sua era una figura autenticamente contadina e arcaica, figlia come i rovi e le more di quella siepe che è la storia. Una figura di legno, dolce e buzzurra al tempo stesso, fatta di
atteggiamenti affettuosi e garbati e improvvisamente rozzi e respingenti. Era un contadino, come padre Pio, entrambi agivano con naturale brutalità e con naturale trasporto.La sua era la cultura della miseria e delle privazioni e lui si era formato nel tempo in cui l’oralità forgiava gli uomini, perché non c’erano libri, non c’era inchiostro e non c’erano computer.
Per tutti gli anni Ottanta la canzone popolare non ebbe asilo. Anche i grandi folksingers americani avevano lasciato il campo aperto al rock, De Simone lasciò la NCCP e si fece sperimentale e colto, Beppe Barra passò al teatro, fece Viviani e
Scarpetta e non cantò più. Così si chiuse anche il Folk Studio, la Rai non accolse più canti popolari e morirono tutti.
Era proprio finita una cultura, un mondo. Non una stagione, ma un mondo. Negli anni Novanta apparve una nuova generazione. Non conosceva la cultura contadina ma sapeva i McDonald’s e il benessere. Cominciò a pescare nel passato
senza amarlo e senza capirlo. Si riscoprirono il romanticismo di Napoli e Carosone, i salentini riscoprirono la taranta e il tarantismo, il rock si sposò ai ritmi macedoni e serbi e intanto erano spariti la Carta e la Balistreri ed era rimasto Matteo Salvatore.
Fu il momento in cui Vito Signorile pensò alla Piedigrotta barese. Si voleva fare presto, salvare il salvabile. Matteo Salvatore tenne a battesimo quella manifestazione, con Vito Maurogiovanni e con altri dialettali.
Salvatore cantò, me lo ricordo, all’aperto, mugolando e giocando di ugola intorno a un ritmo molto molto arabo.
Cantò, come si diceva una volta, «alla cilentana», la canzone del soprastante, la richiesta del mietitore al fiduciario del massaro, che gli portasse da bere e poi l’altro cavallo di battaglia, li maccarune, quel bene di farina e acqua al quale Pulcinella e con lui tutti i lazzari morti di fame hanno sempre guardato con avidità mai sopita.
Ironia e lirismo si fondevano. Ma non era venuta meno l’arcaicità, la matrice popolare e rurale che rendeva autentica quella voce e quell’interpretazione. La poesia legnosa. Perché Matteo era sempre lui, interprete di una povertà pietrificata
che con la modernità non riusciva a entrare in sintonia e non sapeva cogliere il senso del mutamento, come avveniva a esempio nella tradizione musicale salentina, entrata nel cinema e sposata al rock. Il suo era il canto della memoria e lui si ostinava a vivere con gli occhi a un passato che seppure inviava echi apparteneva alla storia degli uomini morti al sole della pianura.
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Pubblicato da festival | agosto 28, 2005, 12:44 PMLa salute di Matteo Salvatore era malferma già da qualche tempo, ma non c’era malanno che riuscisse a tenerlo lontano dalla sua chitarra. E con le cinque corde e la sua voce un po’ meno acuta e querula negli ultimi anni, Salvatore calcava i palchi di tutt’Italia, dalle piazze ai teatri. Insieme agli altri ottuagenari del folk garganico, i Cantori di Carpino, il cantastorie di Apricena si era imbarcato l’anno scorso nell’avventura di «Craj», il musical scritto da Teresa De
Sio e Giovanni Lindo Ferretti (diventato un film per la prossima Mostra del cinema di Venezia), che aveva fatto tappa in tante città italiane, persino al Leoncavallo di Milano, strappando applausi e consensi a migliaia di giovani.
E proprio da loro, i fan più recenti, Salvatore traeva quell’energia che, ogni volta, gli consentiva di trasformarsi sul palco, di cantare con il sorriso «’Lu soprastante», «Lu bene mio», «Pasta nera» e le altre ballate tristi sulla povertà della gente garganica. Le aveva riproposte con la verve di sempre anche il 26 novembre scorso, nel grande concerto tenuto a Foggia
per i suoi cinquant’anni di carriera, festeggiati in musica con Teresa De Sio e Vinicio Capossela.
Nell’Ariston stracolmo di gente, Matteo Salvatore aveva introdotto le canzoni con il tono affabulatorio che aveva appreso da
ragazzo, ad Apricena, dal suo maestro di musica cieco Vincenzo Pizzicoli, poi perfezionato con l’attività di banditore e proposto anche al cinema, diretto da Giuseppe De Santis in «Uomini e lupi», con Yves Montand. La sua arte musicale semplice
e profonda, fatta di poche note e della grande saggezza dei «detti» popolari, era stata citata in una canzone di Eugenio Bennato, che considera Matteo Salvatore una delle più autorevoli fonti del folk.
A Matteo Salvatore ed alla sua vasta produzione discografica (con la ricerca di alcuni suoi dischi ormai introvabili) sono state già dedicate alcune tesi di laurea.
Anna Langone
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Pubblicato da festival | agosto 28, 2005, 12:45 PML’arte muore solo quando muore la voce». Sono le parole del cantastorie Matteo Salvatore, scomparso ieri, nell’ultima sua intervista concessa alla «Gazzetta» qualche tempo fa, ma la sua arte e la sua voce resteranno per sempre nelle sue poetiche
composizioni. «Noi scrittori dobbiamo ancora inventare le parole di Matteo Salvatore» diceva Italo Calvino.E Matteo ricordava: «All’inizio non ho capito cosa volesse dire Calvino, anche se gli amici mi dicevano che era un autore importantissimo. Lo incontrai a Torino dalla Contessa Camerano. C’erano Adriano Olivetti, molti medici e quelli della Torino bene e Massimo Corniati (il marito di Milva) e altri ospiti intellettuali».
Il cantastorie di Apricena cantava la fame con ironia, con una gioia di vivere che solo artisti come lui potevano raccontare. Un uomo che aveva conosciuto la fame, ma anche il successo artistico, riconosciuto da molti autori italiani, come Pino Daniele, Francesco Guccini, Vinicio Capossela che lo riteneva il suo maestro.
La sua Puglia gli ha regalato la tenacia e la forza di vivere anche nei momenti più tristi della sua vita, come gli ultimi anni di malattia. Ma nonostante le avversità, l’artista di Apricena ha continuato a raccogliere l’affetto del suo pubblico esibendosi (anche in carrozzella) negli ultimi concerti.
Tracciare un bilancio sulla sua attività artistica è quasi impossibile, ad iniziare dal trasferimento a Roma negli anni Cinquanta, quando il regista Giuseppe De Santis, lo chiamò a partecipare come cantore e chitarrista nel film Riso amaro.
Dopo quella sua partecipazione Salvatore fu invitato dal regista a cantare in pugliese e a ricercare canti della tradizione. «Con De Santis – ricordava Salvatore – ho lavorato, dopo Riso amaro del 1949, anche a Uomini e lupi nel 1957. Stavo chiuso dalla mattina alla sera in una baracca a Roma. Uscivo solo per comprare il pane e un po’ di cipolle. Poi, mi sono ricordato di una ballata che mia nonna cantava a mia madre e mia madre a me. La canzone era La femmina del ’700. Un giorno, nella villa di De Santis, durante una riunione con gli attori, il regista, dopo avermi ascoltato, mi disse: “Queste sono le canzoni che devi cantare”. Ricordo che era presente anche Claudio Villa.
Fu così che presi la mia strada». Vanno altresì ricordate le sue partecipazioni a numerosi festival e tournée con alcuni grandi della canzone italiana come Claudio Villa, compagno di «fame» nelle osterie romane, e Patti Pravo, oltre a un lungo
soggiorno in casa di Pino Daniele. «Ritengo che Salvatore sia un grande musicista, si tratta di una personalità che ha fatto la storia della musica» – ha dichiarato Daniele.
Il manager Angelo Cavallo, suo amico sin dagli anni Ottanta, lo ricorda così: «Ha vissuto da maledetto e cantava da angelo». E Salvatore ottenne riconoscimenti da grandi artisti come Capossela che lo ha definito «lo sciamano del folk italiano», come Moni Ovadia che ne parla come una delle ricchezze della Puglia, mentre Renzo Arbore lo definisce «il mitico cantore del Gargano».
Ma i ricordi del grande «sciamano» non finiscono, e indimenticabile resta una sua intervista realizzata nella redazione barese della «Gazzetta », nel 1995, quando Salvatore improvvisò un vero e proprio concerto per tutti i presenti. Il suo vero incubo è stata la fame, spesso raccontata nelle canzoni: «Nella mia vita – diceva Salvatore – ho incontrato una cosa sola, la fame».
Gli anni duri del dopoguerra gli erano rimasti impressi, ma anche alcuni momenti di gioia: «Negli anni Settanta ero molto contento, perché lavoravo molto. Erano gli anni del folk, quelli nei quali ho trovato amicizia, fratellanza, pubblico».
Della sua arte, oltre ai due film di Giuseppe De Santis, restano le immagini di due recenti produzioni cinematografiche:
Craj (presente alla Mostra del Cinema di Venezia) e Le Storie cantate – Viaggio tra i Cantastorie di Puglia.
Nicola Morisco
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Pubblicato da festival | agosto 28, 2005, 12:45 PMSpenta la voce del cantastorie
Addio a Matteo Salvatore,il «guascone triste» del folk garganico
La miseria, la sopraffazione dei ricchi sui poveri, ma anche la rassegnazione alle ingiustizie, la profonda conoscenza della vita di chi la vita l’ha vissuta con fatica: era questo e molto altro Matteo Salvatore, un eterno guascone dal sorriso triste, pronto a rianimarsi davanti a un microfono. Da ieri mattina Matteo Salvatore non c’è più, se n’è andato dopo una vita avventurosa, cominciata nella povertà più nera ad Apricena, dove imparò la musica dal suonatore di violino
Vincenzo Pizzicoli, un non vendente che Salvatore accompagnava durante le serenate.
Ma tirare avanti in una famiglia numerosa era difficile e così Salvatore fece tanti altri mestieri, compreso il «banditore», l’uomo che annunciava al «popolo de lu’ pajese» che cosa sarebbe accaduto durante la giornata. E la sagacia, la saggezza delle storie imparate e cantate nei vicoli garganici, Matteo Salvatore l’avrebbe trasportata nelle sue canzoni, ballate cantate con la voce querula, strimpellando quella chitarra che nel dopoguerra, insieme all’attività di posteggiatore presso i ristoranti, l’aiutò a sopravvivere. Il successo arrivò negli anni Sessanta, quando incise la maggior parte dei suoi dischi, fra cui quel vero e proprio monumento del folk che è «Le quattro stagioni del Gargano».L’omicidio della convivente Adriana, nel 1973 e i cinque anni di carcere successivi furono uno stop importante nella carriera del «cantastorie» del Gargano, che per il suo volto fiero e particolarissimo aveva recitato accanto a Yves Montand in «Uomini e lupi» di Giuseppe De Santis. Un titolo quasi profetico, per lui che nelle canzoni cantava la miseria, quella degli uomini e quella umana, fino ad esprimerne con la voce la sofferenza, ma era un vero lupo in quanto a fierezza del proprio mestiere, che aveva incantato nomi della folk internazionale come Eugenio Bennato e Teresa De Sio. Entrambi lo consideravano, insieme ai Cantori di Carpino, la vera fonte del folk garganico e proprio con la De Sio ed i Cantori, non più tardi di un anno fa, Matteo Salvatore aveva incendiato le platee giovanili più esigenti della penisola (fra cui il Leoncavallo di Milano) con il musical folk «Craj» (domani), scritto da Teresa De Sio con Giovanni Lindo Ferretti. La salute di Matteo Salvatore era da tempo malferma, negli anni scorsi aveva
anche reclamato una sistemazione abitativa che gli consentisse di convivere meglio con gli acciacchi, ma nonostante una sorta di passaparola su internet, non se n’era fatto niente, perchè l’artista e il suo agente Angelo Cavallo temevano che mostrarsi debole avrebbe danneggiato la carriera di Matteo. E Salvatore aveva molti concerti fissati anche per questa estate. L’ultima
grande performace a Foggia il 26 novembre scorso, all’Ariston, nel concertone organizzato per i suoi 50 anni di attività:
a festeggiarlo, con Teresa De Sio, anche Vinicio Capossela, che duettò e scherzò a lungo con lui.
a.lang.
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Pubblicato da festival | agosto 28, 2005, 12:46 PMVENEZIA: TERESA DE SIO,’CRAJ’ PER RICORDARE MATTEO SALVATORE
‘Se mondo cultura fosse meno ingrato oggi lo celebrerebbe’
(ANSAweb) – ROMA, 28 AGO – La proiezione di ‘Craj’ alla 62esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia sara’ l’occasione per ricordare Matteo Salvatore, uno dei principali maestri della musica tradizionale pugliese, scomparso ieri a Foggia all’eta’ di 80 anni. Teresa De Sio, che lo ha volto al suo fianco per le riprese del film, lo ricorda come ”un vero uomo del Sud, che della vita ha conosciuto la durezza e la dolcezza, l’aspro e il passionale, e queste cose le ha sempre trasformate in musica’. ‘Se il mondo della cultura del nostro paese fosse meno volubile, ingrato, disattento e mercenario – aggiunge – Matteo oggi sarebbe celebrato da molte piu’ persone. Io lo saluto, alzando a lui il mio brindisi (come gli sarebbe piaciuto). Continuero’ a cantare le sue canzoni, perche’ sono belle e perche’ so che le cose che hanno radici cosi’ forti, col tempo, non possono che fiorire di piu”. ‘Craj-Domani’ e’ l’opera prima di Davide Marengo, che racconta lo spettacolo di Teresa De Sio con Giovanni Lindo Ferretti (ex leader dei C.S.I) dedicato alla musica salentina e al tempo stesso celebra quattro grandi cantori della ‘pizzicata’ e della ‘taranta’ (tra cui Salvatore), che doveva essere protagonista anche di un concerto all’interno della rassegna. (ANSAweb)
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Pubblicato da festival | agosto 28, 2005, 3:07 PMAddio Matteo, il poeta del folk
GIOVANNA MARINI
«La nott´è bella soli soli a stu pajese…» canta Matteo Salvatore. E ne canta tanti, tanti di distici bellissimi, sembra un antico poeta greco, quando uno ascolta la sua voce fievole, acuta, tutta in falsetto, declamare e salmodiare i suoi testi, chiude gli occhi, immagina gli olivi, e si ritrova in un tempo passato. Passato da tanto tempo. Ma Matteo è vissuto oggi, tanti anni, e li ha passati a cantare. Fino alla notte scorsa, quando se n´è andato in punta di piedi da Apricena, la città dov´era nato ottant´anni fa
Una volta molto tempo fa, saranno stati i primi anni ´80, era stato chiamato a partecipare al Cantagiro in televisione, ci andò felice, perché appena poteva cantare Matteo Salvatore era felice, e cantò di paese in paese, ma non sempre il pubblico capiva di essere di fronte ad un grande poeta – cantore, un aedo che andava ascoltato con silenzio, rispetto. Allora lui si stancò e uscì dal giro per aspettare in silenzio che qualcuno di diverso, di più «sincero» diceva Matteo, lo stesse ad ascoltare. Arrivò una giovane francese giornalista di Antenne Deux che restò colpita da Matteo Salvatore, dal suo cantare la propria vita, e ne fece un ritratto che io vidi una sera in Francia, un magnifico film che guardavo piangendo e pensando «Ma perché da noi uno veramente grande come Matteo Salvatore non può essere capito?»
Forse non era facile capire la grandezza di Matteo. Nato ad Apricena, di famiglia poverissima, ma figlio di un cantastorie che girava tutti i paesi cantando. E il “ma” significa: povero, sì, di mezzi di sussistenza, ma non di quella cultura che viene dal conoscere profondamente un´arte. Una grande arte come quella del cantare le storie. Matteo crebbe poeta. Poeta e cantore. Lo conobbi nel 1965. Venne a Roma, fu avvicinato da Bosio e Straniero, che allora insieme a Leydi costituivano il nucleo dirigente delle Edizioni Avanti, Dischi del Sole, che poi si chiamarono Edizioni musicali Bella Ciao.
Matteo si installò a Roma perché cercava di cantare in Rai aiutato dal maestro Potenza, conosciutissimo musicista dell´ambiente romano, il quale aveva colto il valore di Matteo Salvatore e voleva proporlo in Rai. Così Matteo incominciò a frequentare il Folk Studio di Roma, ritrovo che animò le serate di molti romani per una quarantina d´anni, tenuto dal mitico cultore della tradizione orale e del jazz Giancarlo Cesaroni. Matteo cantava e ci faceva conoscere non solo il suo paese, ma la storia, cantava la prima e la seconda guerra mondiale, cantava e raccontava gli usi del suo paese,e la cosa straordinaria era che mai usava forme retoriche, mai un termine demagogico, sempre i suoi versi erano di grande qualità. Liriche brevi, descrizioni di ambienti. «Lu furastere dorme stanotte sull´aia, dorme sull´aia. Pé coperta, na raganella, pé cuscine, na sacchettola…» oppure «Quann´è fernute de laurà, je m´assette ‘nnanze alla porta, passa lu Kinghe di lu patrune lu polverone me fa murì…» e ancora «Mo vè la bella mia da la muntagna, porta le mele a spalle a ju pajese…». Immagini, ricordi, racconti dell´Italia contadina. Senza una morale finale, senza commenti, nessun noioso fine didascalico,ma sempre una grande poesia.
E la musica: poche note, essenziali, pochi accordi, elegantissimi. A quanti è venuto in mente di riutilizzare quei brani di Matteo Salvatore, di farne canzoni di successo? Per fortuna non ho sentito mai questi stravolgimenti. Sepe ha usato, sì, il bellissimo Patrune mie ti voglio arrecchire, ma l´ha lasciato intatto, da ottimo musicista qual è. Perché Matteo Salvatore non era molto conosciuto, e ci teneva alle proprie composizioni e a quelle di suo padre, che unite alle sue, Matteo cantava. E avrebbe amato poter continuare a cantare per le strade, nelle piazze. Spesso, quando eravamo tutti e due a Roma mi chiedeva: «Trovami una bella piazza, io mi metto lì e canto, non dò fastidio a nessuno, canto e basta». Era difficile spiegargli che ci volevano permessi, firme, licenze, preferiva non capire. Il complesso delle poesie cantate di Matteo dovrebbe diventare materia di studio per i bambini delle scuole, dovrebbe essere insegnato ai nostri piccoli, che prima di essere rovinati dalla cultura massificata e bassa che ci propone certo mercato, certa televisione, sono ancora in grado di capire la bellezza e la poesia e amarle. Matteo aveva solo bisogno di essere capito ed amato. Ma questo non riesce facile ai grandi poeti. Nemmeno quando nascono e vivono in ambienti in cui l´arte della poesia viene apprezzata. Matteo era nato in campagna ed era molto povero e il passaggio in città l´aveva sconvolto, chi lo ha conosciuto e amato sa di avere avuto vicino un grande poeta e non lo dimenticherà. Ora che Matteo è morto è scomparso l´ultimo grande poeta popolare. Se ce ne sono altri, nascosti come lui, cerchiamo di farli conoscere per non perdere la poesia, che è un´arte straordinaria e gratuita che queste persone ci sanno regalare. Ci sono per fortuna alcuni dischi di Matteo, bisognerà richiederli con insistenza nei negozi di dischi: così a mente posso dire Il lamento del mendicante dei Dischi del sole, edizioni Bella Ciao-Ala bianca, e altri prodotti dalla Albatros. Andateli a cercare.
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Pubblicato da festival | agosto 29, 2005, 8:05 amUn angelo che lascia la terra e’ una stella in piu’ che brillera’ nel cielo.
Condoglianze sentite.
Carmine S. Mercolino – Jerusalem (Palestine)
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Pubblicato da festival | agosto 29, 2005, 9:17 amDa habanera
Matteo Salvatore (foto) definito da Italo Calvino unica fonte di cultura popolare nel mondo e nel suo genere e da Beppe Lopez su Repubblica il solo, l’unico vero cantante popolare italiano ha ottant’anni suonati e una situazione di vita che ha dell’incredibile, con una malattia come il diabete mellito e costretto in carrozzella, vive in un indigente pian terreno a Foggia, con il solo ausilio di una pensione sociale, pochi, pochissimi diritti d’autore e qualche concerto ogni tanto.
Qui di seguito pubblichiamo volentieri la lettera che il suo amico Angelo Cavallo (col quale la nostra associazione ha collaborato in passato) ha scritto in occasione… del concerto che Matteo Salvatore avrebbe dovuto tenere al Folk Club di Torino il 21 di Febbraio.
Gentile Franco Luca’, con rammarico comunico la seconda disdetta del concerto di Matteo Salvatore. Le condizioni di salute non permettono di affrontare un impegno artistico. Questo, sarebbe il minimo, se fosse un malanno passeggero. Purtroppo Matteo sta facendo una brutta vecchiaia. La chitarra e il canto sarebbero per lui antidoti contro la solitudine, la povertà e i malanni. Personalmente mi vergogno di non poter fare di più di quello che io, Ninni Maina, Nicola Briolo, Mimmo Rendine, Gennarino Arbore, gli amici fraterni, stiamo facendo. Ogni concerto che il maestro regala a questo Paese è un momento di grande crescita, coscienza, cultura. Ci sono pero’ ostacoli insormontabili come la forte carenza di affetto che porta alla somministrazione di psicofarmaci, il diabete mellito che lo sta logorando. Lui sorride, non l’ho mai visto piangere. Si rammarica e dice che un giorno rivedremo i due cavalli bianchi. E’ il nostro segnale di fortuna.
Faccio invece appello a tutti gli amici del folk club ai soci, a quanti vorrebbero assistere al suo concerto affinche’ gli enti locali della capitanata, la regione Puglia, decidano: visto che un grande artista, padre della cultura popolare musicale italiana, vive in condizioni disagiate, sia che economicamente che assistenzialmente, visto che non puo’ usufruire della legge Baghelli (Bachelli ?) per problemi giudiziari legati al suo passato, facciano qualcosa per quest’uomo, non targhe e trofei da depositare nei cartoni, ma un protocollo di intesa dove venga stabilito assistenza sanitaria, sussidio per valori artistici, qualsiasi cosa purche’ non debba ossessionarsi per la insicurezza del futuro, che puo’ affannare un giovane disoccupato italiano, ma non un uomo stanco, sulla sedia a rotelle e con grandi disagi, alla eta’ di ottanta anni. Paghiamo un grande scotto, noi pugliesi… quello di arrivare sempre tardi.
Angelo Cavallo
P.S. – Divulgate questa e mail e agite Voi, perche’ qui, nel Sud, nessuno e’ profeta in patria, a noi non ci ascoltano.
Matteo Salvatore vive solo, in un pianterreno a Foggia, ha la pensione sociale, pochi diritti di autore all’anno e vorrebbe fare concerti per pagarsi la assistenza sanitaria. Il 20 febbraio passera’ l’ultima visita per l’invalidita’ permanente. Questo gli permettera’ di avere una tranquillita’ economica per affrontare le spese sanitarie. Spero di non essere stato patetico, ma qui la situazione è drastica!
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Pubblicato da festival | agosto 29, 2005, 9:21 amDUE CAVALLI BIANCHI
Viviamo un’epoca particolarmente ingrata, in cui il benessere ci illude di potere tutto, in cui ognuno di noi vive una vita spesso non sua, imposta da qualcuno che vuol farci credere che il denaro oltre all’avere possa darci la dignita’ dell’essere. A meno di notevoli sforzi piscologici e di scelte di vita forti e traumatiche, non abbiamo possibilita’ alcuna, di emanciparsi da questa situazione, di aprire gli occhi.
In una situazione del genere gli idioti appaiono sempre piu’ spesso e in alto (messi lì da qualcuno per propria comodita’), mentre gli intelligenti, i capaci, i valorosi, i dignitosi rimangono sempre piu’ relegati nell’ombra; i primi onorificati, glorificati in vita e dimenticati presto, prestissimo dopo la morte (anzi spesso appena scomparsi dal teleschermo); i secondi raramente considerati in vita, compaiono post mortem quali alfieri di valori portati avanti per tutta la vita, una vita magari vissuta solo per quello scopo, oscuro ai piu’.
Angelo Cavallo
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Pubblicato da festival | agosto 29, 2005, 9:23 amMeravigliosa Giovanna, che con la sensibilità che la contraddistingue ha ricordato una delle figure fondamentali della nostra musica popolare.
Ed è stata l’unica…
Se n’è andato Matteo Salvatore e se n’è andato anche un pezzo del mio cuore.
“…quest’è lu destine nostre de nuie poverette, tanta guaie adda passà chi nun tene na lira pe magnà…”
da pizzicata.it-Ialma
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Pubblicato da festival | agosto 29, 2005, 1:49 PMLa Notte della Taranta si sarebbe dovuta aprire con un minuto di silenzio in memoria di Matteo Salvatore, o ancora meglio direttamente con l’esecuzione di una canzone di Matteo Salvatore. Ma così non è stato. Veramente grande Giovanna Marini, l’unica ad offrire il suo modesto, doveroso tributo per la scomparsa di uno degli ultimi grandi poeti della musica popolare.
Carlo Trono da pizzicata.it
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Pubblicato da festival | agosto 29, 2005, 1:49 PME’ morto un poveraccio, un uomo del Sud.
E’ morto il Sud, è morto nella partenza degli emigranti, nella partenza degli studenti, nel restare dei disperati, è morto tanti anni fà è morto con i Piemontesi e morto ogni giorno nell’ingiustizia, nella delinquenza nelle opportunità che non ci sono, nella disperazione, è morto un poeta di questa terra maledetta e bella, amata e odiata è morta ogni minuto che passa ogni anno che sfugge, è morta nelle rughe dei vecchi, e morta nei visi delle donne sedute sull’uscio di casa, visi nobili, visi mediterranei.
E’ morto uno di noi, è morta la denuncia della povertà
Ciao poeta bandito
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Pubblicato da utente anonimo | agosto 30, 2005, 4:46 PMIl mio Grande Amico del Cuore .Matteo ti ricorderò sempre per le serate Goliardiche dopo le tue esibizioni in quel di Roma Folk Studio e tante altre serate all’Aquila . Ci Manchi tanto
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Pubblicato da Aldino Sassano | Maggio 18, 2022, 12:21 PM