//
you're reading...
Tutti i post

La memoria che resta

Memorie di braccianti
La miseria e le lotte sindacali in un volume storico-fotografico di Anna Langone – 12/10/2004 – da La Gazzetta del Mezzogiorno

Discussione

Un pensiero su “La memoria che resta

  1. Avatar di Sconosciuto

    La chiamavano lettèra, ma a vederla sembra lo stanzone di loculi dove dormivano gli internati nei lager. Eppure la lettèra (lettiera) della masseria era ogni sera il dormitorio di decine di braccianti del Tavoliere che, consumata l’acqua sale (fette di pane bagnate con acqua calda salata), rimanevano vestiti, abbandonati su sacchi di paglia, dopo aver lavorato “da sole a sole”, dall’alba al tramonto. Di questa vita che non era vita, fatta di privazioni incredibili, di lontananza dalle famiglie, di fatica “fetente”, di botte da orbi del “soprastante” (il controllore), parla La memoria che resta (Edizioni Aramirè di Lecce, 22 euro) del fotografo-comunicatore Giovanni Rinaldi e dell’antropologa Paola Sobrero, secondo l’Istituto Ernesto de Martino “la più importante ricerca che sia stata fatta su una zona di bracciantato agricolo”.
    La zona è quella di Cerignola, con le testimonianze di uomini e donne raccolte “sul campo” tra il 1974 e il 1980 e pubblicate nell’81 per la prima edizione del volume, ormai introvabile, curata dalla Provincia di Foggia. La riedizione, presentata dalla Cgil foggiana, arricchisce il lavoro di Rinaldi e Sobrero della prefazione del regista Alessandro Piva, delle note bibliografiche di Linda Giuva (archivista, docente universitaria e moglie di Massimo D’Alema), di due cd con 113 fra canti e racconti registrati dalla voce dei braccianti. Nenie e filastrocche che hanno per sottofondo il garrire delle rondini, le voci dei ragazzi nei vicoli, quel mondo di paese quasi intatto negli anni Settanta, quando a Cerignola erano ancora tante le edicole votive con la foto di Giuseppe Di Vittorio.
    Proprio alla vicenda storica del grande sindacalista è dedicata la nota bibliografica di Linda Giuva. Dalla nascita del PCd’I all’impegno nella Cgil, passando per la guerra civile spagnola, per le trattative condotte con socialisti e cattolici per l’organizzazione sindacale unitaria: il lungo excursus di Giuva attraverso gli autori che si sono occupati di Di Vittorio non manca di cogliere il carattere celebrativo di molte opere. Ma “Peppino” per la sua gente era un mito, anzi, di più, una ragione di vita, come racconta Michele Balducci che nel 1921, quando Di Vittorio venne arrestato in casa sua, per coprirlo finì in prigione anche lui. E a Di Vittorio sono dedicate moltissime delle foto del volume, realizzate da Rinaldi, Alberto Vasciaveo e Paolo Longo. Intensi affreschi che raccontano le case contadine, gli scioperi affollatissimi, i volti rugosi delle tante “fonti” della ricerca e quelle feste del Primo maggio con tante bandiere rosse e “secchi” di confetti gettati sui cortei.
    Atmosfere, voci, suoni transitati liberamente in Braccianti, la memoria che resta, lo spettacolo teatrale che Enrico Messina e Micaela Sapienza hanno dedicato alla quotidianità dei braccianti, quelli di cinquant’anni fa e quelli “a colori” di oggi. Un macrocosmo in via di estinzione, che il libro ha il merito di rivitalizzare, come fanno le canzoni del musicista foggiano Umberto Sangiovann: da La memoria che resta ha tratto materia e ispirazione per La controra, il suo ultimo Cd.
    La forza evocativa del libro ha raggiunto Alessandro Piva via internet, poi è bastato un incontro con Giovanni Rinaldi per far nascere il progetto, di un documentario e di un film sul mondo bracciantile degli anni ’50 tra Puglia ed Emilia Romagna, dove vive Paola Sobrero. “Anch’io – confessa l’autore de La capagira – sono affascinato da qualcosa che ci appartiene profondamente, ma che nel giro di un paio di generazioni ci è sfuggito di mano. Una cultura in gran parte travolta dalla “fine del mondo”, quell’apocalisse culturale così efficacemente riconosciuta da Ernesto de Martino, la cultura della terra, della fame solidale”.

    La memoria dei braccianti patrimonio dimenticato
    Torna in campo una nuova edizione di un fondamentale studio condotto “sul campo” in Capitanata
    di Claudio Gabaldi – 22/11/2004 – dal Corriere del Mezzogiorno

    «Il valore di questa ricerca sta nella sua completezza». È questo il parere di Ivan Della Mea. Cantautore nonché direttore dell’Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino. «Un progetto così compiuto, come quello che viene presentato domani a Bari, è difficile trovarlo».

    Cosa significa “così compiuto”?
    Ci sono i testi, ci sono le foto, ci sono le interviste, ci sono le canzoni… Purtroppo oggi in Italia non si fa ricerca in questo modo. L’etnologo va per conto suo, il musicista pure… e tutti procedono separati. Invece, lavori come questo mostrano che c’è anche una cultura diversa da quella alta; una cultura che esprime un punto di vista differente, e che alle volte è contestazione e rivolta. E che può generare anche nuova produzione culturale.

    A cosa si riferisce?
    Ad esempio al lavoro di gruppi musicali contemporanei, in Puglia ce ne sono molti che non cercano di fare, per così dire, il verso al popolo, pizzicando o tarantando; al contrario, usano le tecniche di queste musiche popolari, e ci costruiscono canzoni nuove. E qualcosa del genere la fa Giovanna Marini. È un’operazione simile a quella che si tentava di fare con Il Nuovo Canzoniere Italiano e I Dischi del Sole . È un progetto politico-culturale al quale, però, manca spesso la parte finale.

    E quale sarebbe la parte finale?
    Quella che consentirebbe di chiudere il circolo virtuoso aperto con gli studi, e, quindi, restituire al ‘popolo’ quello che gli si è preso.

    In che modo?
    Attivando le scuole, i circoli culturali, le istituzioni… insomma, tutto quello che va attivato. Ma è una vecchia polemica.

    La vogliamo rinfocolare?
    Allora, faccio un esempio. Altrove, penso alla Francia, si cerca di sostenere iniziative del genere, pur con mille limiti. Un libro come questo, riconosciuto di particolare interesse culturale, viene distribuito in tutte le biblioteche. Basterebbe acquistarne 2000 copie; e si darebbe la possibilità agli autori di finanziarne un altro. Se non ci pensa lo Stato centrale, possono pensarci la Regione, gli altri enti locali… E invece solitamente questo non accade.

    Di chi le colpe?
    Ah, io non salvo nessuno, né destra né sinistra. Ma se è la destra a trascurare questi studi, mi interessa meno. È grave che lo faccia la sinistra. Basti pensare che Ernesto de Martino, per poter continuare le sue ricerche in Puglia, fu aiutato finanziariamente da Di Vittorio. Lui, il sindacalista di Cerignola, aveva capito l’importanza di certi studi. Chi è venuto dopo, no. Forse perché questi studi mettono in discussione la ragion d’essere di un partito: chiedere voti. Era pericoloso doversi destrutturare, calarsi nella realtà orizzontale della gente alla quale quel voto veniva richiesto. Ecco perché, anche nel Pci, non si teneva conto di come la gente vede quel che le sta intorno, e lo rielabora.

    Ci sono differenze fra la situazione degli studi etno-antropologici nel sud e nel nord Italia?

    Il sud è molto più avanti. Penso a nomi del passato e del presente: oltre a de Martino, Cirese, Di Nola, anche Annamaria Rivera, che ha lavorato a Bari. Nel nord è prevalso un certo neopositivismo che non guardava con particolare favore a questi lavori.

    Ha detto che lavori come questo andrebbero fatti circolare nelle scuole. Ma un sedicenne di oggi può capire discorsi del genere?
    Sì, se non si tratta di un’esperienza occasionale, se poi c’è qualcosa che dia il senso della continuità. Se tutto si riduce all’evento e basta, lascia ben poco.

    Ma la ricerca presentata domani risale agli anni Settanta. Non è datata?
    No. Ho visto, insieme a Cofferati, il lavoro teatrale che ne è stato tratto, Braccianti , di Enrico Messina. Non è passatista: usa la modernità per raccontare una storia, una sofferenza, uno stato d’animo che c’è anche adesso. La fame, dico: c’è anche adesso.

    Lei vede tutto nero?
    È difficile vedere rosa. Ci vorrebbero occhiali particolari.

    La nuova edizione de “La memoria che resta” sulle storie dei braccianti nel Tavoliere di Puglia
    di Sergio Torsello – 08/03/2005 – da Nuovo Quotidiano di Puglia – Cultura e Spettacolo

    Ecco il grande libro dei braccianti del Tavoliere. Quattrocento pagine costruite attorno a sessanta narrazioni di lavoratori della terra, cinquantatre canti di lavoro e di protesta, centoquaranta foto. Testimonianze che raccontano storie di vita ai limiti della sussistenza, memorie di una lunga stagione di lotte per la conquista di migliori condizioni di lavoro nelle campagne. È uno straordinario spaccato di storia sociale quello che emerge dalle pagine de “La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia” (Aramirè, 2004, pp.396, libro più 2 CD, euro 22,00) di Gianni Rinaldi e Paola Sobrero che meritoriamente le leccesi edizioni Aramirè di Roberto Raheli rimandano in libreria in una nuova edizione a più di vent’anni dalla prima pubblicazione.

    Apparso originariamente nel 1981, sulla scia del nascente movimento di storia orale che privilegiava il campo di indagine della soggettività e delle storie di vita delle classi subalterne, il libro ha avuto un destino per molti versi simile a quello delle storie che racconta. Vicende di una memoria “sommersa e ignorata”. Che s’inabissa e riemerge, rivive e si rinnova nella narrazione. Solo recentemente, infatti, i fertili incontri con musica e teatro (dal libro sono tratti un’opera teatrale, “Braccianti”, e l’ultimo, raffinato disco di Umberto Sangiovanni) avevano contribuito a far riaffiorare dall’oblio il libro e le storie che raccoglie. Storie che partono da lontano, a cavallo tra Otto e Novecento, quando l’“innovazione” capitalistica delle campagne trasformò masse di contadini in braccianti salariati. E raccontano una vicenda culturale “che ci appartiene profondamente — scrive nell’introduzione Alessandro Piva, il regista della ‘Capagira’, annunciando il progetto di un film – ma che nel giro di un paio di generazioni ci è sfuggita di mano”.

    Per ricomporre in un quadro unitario i frammenti di una memoria smarrita nella diaspora dalle campagne, i due autori hanno condotto, tra il 1974 e il 1980, nell’ambito di un progetto per la costituzione di un Archivio della cultura di base della Provincia di Foggia, una lunga ricerca sul campo. Hanno raccolto decine e decine di testimonianze di protagonisti di quella stagione che quasi mai avevano trovato spazio nella pur abbondante bibliografia sull’argomento. Braccianti, militanti di sindacati e di partiti della sinistra che rievocano le disumane condizioni di sfruttamento nelle masserie, l’affacciarsi sulla scena del sindacalismo rivoluzionario, il mito di Giuseppe Di Vittorio (in cui si riversano istanze di classe e “attributi sacrali “), l’immaginario simbolico e ideologico che si mobilita attorno alla “liturgia laica” del Primo Maggio, l’opposizione al fascismo, i fatti del dopoguerra. E poi la ricerca sul canto popolare bracciantile (con l’apporto di Franco Coggiola), le foto di Paolo Longo, le note bibliografiche di Linda Giuva a completare un libro corale in cui si incrociano magistralmente storia orale, storiografia locale e indagine etnoantropolgica.

    Così, attraverso le “voci narranti” dei protagonisti, “La memoria che resta” scava nello spazio equidistante tra dimensione individuale e grande esperienza collettiva, tra microstoria e grande storia. Quello spazio dell’esperienza sociale (e politica) dell’individuo all’’ntemo del quale prende corpo l’elaborazione di una memoria comune, di un’identità condivisa. È la memoria che sopravvive all’oblio. Memoria che resta, appunto.

    "Mi piace"

    Pubblicato da festival | Maggio 28, 2005, 6:33 am

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Archivi