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E Zèzi riportano le tammurriate fuori i cancelli dell’Alfa

 di Emiliana Cirillo

 La storia del gruppo operaio e Zézi è legata all’evoluzione, e spesso all’involuzione, dello stabilimento Alfa Sud di Pomigliano d’Arco. Nel 1974, pochi anni dopo la nascita della fabbrica, un gruppo di lavoratori forma un collettivo musicale e teatrale per cantare le lotte della fabbrica sui ritmi delle tarantelle e delle “tammurriate”.

Discussione

Un pensiero su “E Zèzi riportano le tammurriate fuori i cancelli dell’Alfa

  1. Avatar di Sconosciuto

    Prende così vita la più straordinaria esperienza di fusione tra musica popolare e canzone politica mai avvenuta in Italia. Cadenzate da tammorre battenti le loro canzoni parlano di disoccupazione, di lavoro nero, di morti sul lavoro, di salari da fame e di lotte sindacali. Canzoni di denuncia che attingono dalla quotidiana sopravvivenza nello stabilimento dell’Alfa Sud. Anche oggi che il declino dello stabilimento napoletano sembra sempre più vicino, in un presente che ricorda un passato appena trascorso, i Zézi sono ancora fuori i cancelli di Pomigliano a parlare e a resistere con la gente. «C’è sempre il terrore di questi momenti – racconta Angelo De Falco, percussionista del gruppo – Comincia ogni volta allo stesso modo: una voce comincia a spandersi, si rincorrono le smentite, poi la voce si fa più grande, prende strada e le cose diventano realisticamente amare». Il fantasma della chiusura, della cassa integrazione è una presenza che non ha mai abbandonato la fabbrica di Pomigliano. Di volta in volta, incute maggiore paura, «lo vedi negli sguardi degli operai e sul viso di tutta la comunità. C’è un senso di sfiducia e di rassegnazione aberrante. Le speranze legate ad un definitivo sviluppo, ad un progresso individuale e locale sono perdute. Le cose sono andate diversamente da come le avevamo pensate e abbiamo dovuto farci i conti da vicino. Basta pensare che non abbiamo più potuto reclutare nessuno della componente operaia. Non credono più nel collettivo o forse sarebbe meglio dire che la condizione in cui vivono è in qualche maniera lobotomizzante. Tutte le forme di aggregazione vengono considerate come un lusso, perché questo è un luogo in cui si sopravvive. Anche la lotta operaia ne risente. A Pomigliano si è sempre pensato che la componente sociale fosse la più importante; si era convinti che muovendoci, contestando avremmo ottenuto dei miglioramenti…non è stato così. Quando siamo stati in Belgio, a pochi chilometri c’era la questione Renault, abbiamo incontrato degli operai italiani e parlando del più e del meno, dicemmo che forse in Italia avevamo esasperato un pò delle denunce, ma loro ci hanno risposto: Per niente. Potevate calcare ancora la mano. L’elemento comune a tutti i siti e i lavoratori è l’alienazione. Ciò che varia è solo il grado. L’alienazione e la disgrazia dell’essere proletario, status in cui l’unica cosa che si possiede sono le proprie braccia. La cosa più grave, però, è il fatto che, anch’essendo tutti al capezzale del moribondo, nessuno parla ne di una riqualificazione certa del sito ne di un ricollocamento serio degli operai». Corsi e ricorsi, dunque, affidati ai testi delle canzoni, tra le quali una in particolare, Padrùne cetrùle ripresa nell’ultimo album “Diàvule a quatto” descrive in maniera esemplare il rapporto operaio-fabbrica venutosi a creare nel budello del sud. «Ci sembra molto calzante anche riferita all’attuale situazione, perché senza illusioni e senza mezzi termini denuncia come anche i “padroni” vivono un brutto momento, costretti a difendersi da una mercato concorrenzialmente diabolico. Vi si descrive criticamente, come pé tant’ ann’ hanno pigliàto stra-miliardi dallo Stato e mò’ pé ringraziamento proprio comm’ e delinquenti sbàttono a cassa integràle pate, figli e interinàl, tutt’ quante mmièz’ a’ via ra’ Sicilia a’ Lombardia…».

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    Pubblicato da festival | febbraio 25, 2005, 11:19 am

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