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“Bobbio lecture”

Bobbio, gli intellettuali e la missione del Grillo parlante
di Umberto Eco – la Repubblica 28 settembre 2004


Discussione

4 pensieri su ““Bobbio lecture”

  1. Avatar di Sconosciuto

    L¹aver scelto per il titolo un richiamo alla Missione del dotto di Fichte mi
    pone immediatamente in difficoltà. Anzitutto negli scritti di Bobbio a cui
    mi riferirò, scritti nel primo quinquennio degli anni Cinquanta e poi
    riuniti in Politica e Cultura nel 1955, i protagonisti o l¹oggetto del
    dibattito sono gli uomini di cultura, che è qualifica più generica di quella
    troppo impegnativa di dotto. In secondo luogo le polemiche di Bobbio si
    svolgevano in quegli anni Cinquanta in cui oggetto del contendere era
    piuttosto la figura dell¹intellettuale, vuoi impegnato, vuoi organico, vuoi
    clerc traditore alla Benda, e anche qui la qualifica sembra più generica,
    coinvolgendo coloro che fanno professione intellettuale in genere, e
    scrittori o poeti che esiteremmo spesso a definire come dei dotti.
    Il dotto fichtiano avrebbe potuto essere il sapiente o lo scienziato, ma
    dobbiamo pure tenere presente che per la filosofia idealistica tedesca
    l¹unica figura di scienziato degna di questo nome era quella del filosofo.
    Come filosofo Fichte si rivolge nel 1794 ai suoi studenti, disegnando una
    figura che evoca, senza crucciarsene, l¹infelice avventura politica del
    Platone anziano: dove il filosofo appare come l¹unico che possa disegnare un
    modello di Stato. Ancora agitato da fremiti che potremmo definire anarchici,
    Fichte pensava, è vero, che sarebbe potuto venire un momento «in cui tutte
    le aggregazioni statali saranno superflue», ma sapeva che questo momento non
    era ancora venuto, e quando riprenderà a parlare di conduzione del corpo
    sociale penserà in termini di Stato etico e non di congregazione libertaria.
    In assenza di una situazione utopica, Fichte pensava al filosofo come a
    colui che avrebbe dovuto sorvegliare e favorire il progresso reale
    dell¹umanità. Non solo promuovere l¹incremento della scienza, ma anche
    guidare gli uomini alla coscienza dei loro veri bisogni e rivelare loro i
    modi per soddisfarli. Il dotto è per sua missione il maestro dell¹umanità,
    l¹educatore del genere umano, l¹uomo moralmente più perfetto del suo tempo,
    che non solo vede il presente, ma anche l¹avvenire. Fichte di fatto
    preparava la figura del filosofo alla Gentile, che dello Stato etico e della
    sua politica concreta doveva farsi maestro e fondatore. Se così è, questa
    visione del dotto e della sua funzione sociale ha poco a che vedere con le
    posizioni di Norberto Bobbio, che apriva Politica e cultura con
    l¹affermazione: «Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi
    quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze», e nel 1954
    scriveva: «Che gli intellettuali formino o credano di formare una classe a
    se stante, distinta dalle classi sociali ed economiche, e si attribuiscano
    quindi un compito singolare e straordinario, è segno di cattivo
    funzionamento dell¹organismo sociale».
    La prima lezione di Politica e cultura è dunque una nozione di modestia: sin
    dalla prima pagina il libro avverte che il vero problema del tradimento dei
    chierici «si riconnette alla figura romantica del filosofo», che si era
    proposta di «trasformare il sapere umano, che è necessariamente limitato e
    finito, e quindi richiede molta cautela insieme con molta modestia, in
    sapienza profetica». I saggi che Bobbio scriveva nel periodo tra 1951 e 1955
    apparivano in un clima in cui la figura del dotto aveva perso le prerogative
    platoniche che le assegnava Fichte, se da destra gli si rimproverava di
    avere tradito la sua funzione scendendo nell¹agone politico, e da sinistra
    gli si imponeva una militanza al servizio della classe, dove a dettare la
    tabella dei bisogni e la panoplia dei mezzi per soddisfarli era piuttosto il
    partito, interprete della classe, a cui i dotti dovevano legarsi
    organicamente.
    Per questo, abbandonata ogni idealizzazione del sapiente come maestro
    dell¹umanità, ci si chiedeva piuttosto quale fosse il ruolo e il dovere
    degli intellettuali.
    Io credo che dobbiamo fare ora una pausa, vorrei dire di carattere
    semiotico, senza coinvolgere Bobbio in questa mia parentesi, per decidere
    che cosa vogliamo intendere per intellettuale, onde non cadere nelle mille
    trappole in cui ci ha sovente attirato questo termine multiuso. Ne tenterò
    una definizione assai circoscritta, nella persuasione di non allontanarmi
    eccessivamente dal modo in cui anche Bobbio lo intendeva. Persuasione che si
    poggia sul fatto che credo che le poche idee che mi sono fatte
    sull¹argomento nascono proprio dalla lettura che a ventitré anni ho fatto
    del libro di Bobbio.
    Se, come talvolta si indulge nel discorso comune, intellettuale fosse colui
    che lavora con la testa e non con le mani (e vigesse ancora la distinzione
    tra arti liberali e arti meccaniche) allora dovremmo ammettere che
    intellettuale non è solo il filosofo o lo scienziato, o il professore di
    matematica nelle scuole medie, ma anche l¹impiegato di banca, il notaio e
    oggi, in un¹epoca di terziarizzazione avanzata, potrebbe svolgere lavoro
    intellettuale persino il neo operatore ecologico (nel passato vile
    netturbino) che inserisca nel suo computer il programma adeguato per la
    pulizia automatizzata di un intero quartiere. Ma questa accezione
    curiosamente lascerebbe fuori i chirurghi e gli scultori, e in ogni caso ci
    indurrebbe ad assumere che chi fa lavoro intellettuale, come del resto chi
    fa lavoro manuale, abbia l¹unica funzione di farlo bene, il bancario di
    controllare che i suoi rendiconti non siano alterati da un virus, il notaio
    stendendo dei rogiti corretti, senza che nessuno di essi debba impegolarsi
    in questioni politiche.
    Parliamo dunque di lavoro intellettuale per definire l¹attività di chi
    lavora più con la mente che con le mani, e proprio per distinguere il lavoro
    intellettuale da quella che chiameremo funzione intellettuale. La funzione
    intellettuale si definisce quando qualcuno, sia lavorando con la testa che
    pensando con le mani, contribuisce creativamente al sapere comune e al bene
    collettivo. Svolgerà dunque funzione intellettuale (magari per una volta
    sola in vita propria) anche il contadino che osservando il susseguirsi delle
    stagioni inventerà una nuova forma di rotazione delle culture, il maestro
    elementare che metterà in opera tecniche di pedagogia alternativa, e poi
    certamente lo scienziato, il filosofo, lo scrittore, l¹artista, ogni volta
    che inventano qualcosa di inedito.
    Qualcuno potrebbe pensare che si sta identificando la funzione intellettuale
    con quella attività misteriosa che chiamiamo creatività, ma anche questa
    nozione è oggi ampiamente inquinata. Se andate su Internet a cercare la
    parola creatività, o creativity, troverete 1.560.000 siti dedicati a questo
    concetto, e nella maggior parte di essi si considera la creatività come una
    capacità industriale e commerciale di risolvere problemi, e la si identifica
    con l¹innovazione, ovvero la disposizione a concepire idee nuove. A tale
    arte sono dedicati molti siti che insegnano come diventare creativi e,
    pertanto, guadagnare molto denaro. Ecco per esempio una definizione: «Per
    molti uomini d¹affari il fine ultimo è il profitto e pertanto l¹innovazione
    riguarda idee che incrementano le vendite».
    Perché troviamo insoddisfacenti queste nozioni commerciali di creatività?
    Perché esse si riferiscono sì alla invenzione di un¹idea nuova, ma non si
    preoccupano che la novità sia transitoria, di breve corso, come potrebbe
    avvenire all¹idea del creativo pubblicitario che trova una nuova formula per
    pubblicizzare un detersivo, sapendo benissimo che sarà subito resa obsoleta
    dalla risposta della concorrenza.
    Vorrei invece intendere per attività creativa quella che produce
    dell¹inedito che la comunità sarà poi disposta a riconoscere, accettare, far
    proprio e rielaborare, come diceva C.S. Peirce, nel lungo periodo – e che
    pertanto in tal modo diventa patrimonio collettivo, sottratta allo
    sfruttamento personale.
    Per essere tale la creatività deve sostanziarsi di attività critica. Non è
    creativa l¹idea sorta nel corso di un brainstorming, buttata là tanto per
    tentarle tutte, e accettata entusiasticamente in mancanza di meglio.
    Affinché sia creativa essa deve essere vagliata e, almeno per la creatività
    scientifica, passibile di falsificazione. La funzione intellettuale si
    svolge dunque per innovazione ma anche attraverso la critica del sapere o
    delle pratiche precedenti, e soprattutto attraverso la critica del proprio
    discorso. Pertanto può non essere creativa la composizione del poetastro a
    proprie spese che addirittura non sa di rimasticare stilemi desueti, e può
    essere creativa la ricostruzione polemica dello storico che semplicemente
    rilegge in modo nuovo documenti già noti. È creativo il critico letterario
    (o il semplice professore di letteratura nei licei) che di suo non ha mai
    scritto nulla ma insegna a rileggere in modo inedito chi ha scritto prima di
    lui e in luogo suo, e contemporaneamente mette a nudo la propria poetica, e
    non sarà creativo né svolgerà funzione intellettuale il nostro collega
    universitario che per tutta la vita avrà stancamente ripetuto le nozioni
    manualistiche apprese ai tempi della laurea, pretendendo che i suoi
    discepoli non le mettano in discussione.
    In questo senso, anche se svolge lavoro intellettuale, non esercita la
    funzione intellettuale chi legittimamente e meritoriamente si arruola come
    propagandista della propria parte: ottimo funzionario di un partito politico
    come si è ottimi creativi di un¹agenzia pubblicitaria, il propagandista
    politico non potrà mai dire, come non potrà mai dirlo il pubblicitario, che
    il detersivo per cui lavora lava meno bianco dell¹altro.
    Credo che questa distinzione tra lavoro intellettuale e svolgimento della
    funzione intellettuale corrisponda abbastanza a quella proposta da Bobbio
    quando parlava della differenza tra politica della cultura e politica
    culturale, e scriveva nel 1952: «La politica della cultura come politica
    degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di
    sviluppo della cultura, si contrappone alla politica culturale, cioè alla
    pianificazione della cultura da parte dei politici».
    Alla luce di questa distinzione Bobbio dunque si domandava che cosa
    dovessero fare gli uomini di cultura, e che la sua domanda risentisse
    dell¹idea dell¹impegno politico e sociale dell¹intellettuale era
    inevitabile, perché questo era il punto del dibattito degli anni Cinquanta.
    Nell¹affermare che era segno di disfunzione sociale l¹idea che gli
    intellettuali avessero funzione straordinaria, profetica e oracolare, Bobbio
    teneva conto della situazione storica in cui parlava. Osservava che il
    nostro paese non era una società funzionale, emergeva dalla convulsione
    della guerra e della Resistenza, e operava in quegli anni come se una nuova
    convulsione fosse imminente. Nelle società non funzionali le varie parti non
    si ordinano a un fine (forse inconscio riferimento all¹utopia fichtiana del
    dotto), si disarticolano e cozzano le une contro le altre.
    In questa situazione dilaniata Bobbio si trovava di fronte a due aut aut di
    cui rifiutava l¹inevitabile dogmatismo. Se ci rileggiamo i suoi dibattiti di
    quel periodo vediamo che essi ruotavano sempre intorno a due
    contrapposizioni, quella tra Oriente e Occidente (ovvero tra mondo
    socialista e mondo liberal-capitalista) e quella tra engagement politico e
    fuga dall¹impegno.
    Bobbio ricordava la funzione che aveva avuto la rivolta intellettuale, anche
    se talora silente, nel periodo della dittatura, e riconosceva un «processo
    rivoluzionario in atto». Da un lato era affascinato da questo processo
    rivoluzionario e non intendeva demonizzarlo, dall¹altro riteneva che di
    fronte a qualsiasi processo rivoluzionario in atto la missione degli uomini
    di cultura fosse quella di conciliare la giustizia con la libertà. Pertanto
    tutti i suoi dibattiti con Bianchi Bandinelli o con Roderigo di Castiglia
    alias Togliatti vertevano sul fatto che la funzione politica della cultura
    era la difesa della libertà. Riaffermava a più riprese, seguendo Croce, che
    «la teoria liberale non è una teoria politica, ma metapolitica», un ideale
    morale che sostanzia di sé «il partito degli uomini di cultura». Ma, mentre
    questo ideale opponeva ai suoi interlocutori comunisti, criticava lo stesso
    Croce perché a guerra finita aveva identificato questa “forza non politica”
    con uno dei tanti partiti sorti in quegli anni.
    Ma se il partito degli uomini di cultura doveva battersi per riaffermare il
    principio della libertà, chi militava in questo partito metapolitico non
    poteva sottrarsi a un impegno politico. Il problema è che i suoi
    interlocutori di allora intendevano l¹impegno politico alla luce dell¹idea
    di intellettuale organico. E qui si scavava una nuova frontiera di
    discussione, poiché credo che Bobbio consentisse con lo slogan del secondo
    Vittorini, per cui l¹intellettuale non poteva e non doveva suonare il
    piffero alla rivoluzione.
    Come prendere parte senza suonare il piffero? Bobbio riteneva gli
    intellettuali non solo come suscitatori d¹idee ma anche come guide del
    processo di rinnovamento in corso, e faceva in parte proprie le parole di
    Giaime Pintor secondo le quali «le rivoluzioni riescono quando le preparano
    i poeti e i pittori, purché poeti e pittori sappiano quale deve essere la
    loro parte». Dico in parte, perché il problema era quale dovesse essere la
    parte dell¹intellettuale, se essa non poteva essere identificata né con la
    cultura politicizzata («che ubbidisce a direttive, programmi, imposizioni
    che provengono dai politici») né con la cultura apolitica del ritiro nella
    torre d¹avorio.
    Ed è qui che egli rifiutava al tempo stesso gli slogan del tipo al di sopra
    della mischia, né di qua né di là, oppure e di qua e di là, richiamandosi a
    una politica della cultura come compito della sintesi, capacità di critica
    di entrambe le posizioni, non tentativo di una terza via a tutti i costi.
    Bobbio non era come diremmo oggi un “terzista”, proponeva un impegno da una
    parte, ma accompagnato dal dovere, perseguito a ogni costo, di mediare
    criticando, ponendo sempre non solo gli avversari ma soprattutto gli amici
    di fronte alle loro proprie contraddizioni.
    Ho citato il saggio del 1951 per cui il compito degli uomini di cultura è
    quello di seminare dubbi anziché raccogliere certezze. Ci pare
    un¹affermazione quasi ovvia, ma Bobbio la pronunciava in un periodo in cui
    l¹intelligentzia progressista chiedeva agli intellettuali di produrre
    certezze. E dunque bisogna ancora far fruttare questa lezione,
    interpretandola in questo senso: gli intellettuali non risolvono le crisi,
    ma le creano. Gli intellettuali o creano rivoluzioni copernicane, o
    rimangono scoliasti di Tolomeo.
    Ma presso chi l¹intellettuale deve instaurare la crisi? Veniamo ora alla
    seconda grande lezione di Bobbio. Viene da sorridere quando, parlando
    dell¹Italia del dopoguerra, si ascoltano ancora vaniloqui sull¹egemonia
    della sinistra, spostando ovviamente Bobbio tra i sostenitori dell¹Impero
    del Male, quando egli, pur ritenendosi uomo di sinistra, ha speso gran parte
    della propria vita a polemizzare con quella sinistra che all¹epoca si voleva
    egemone. E questo significa che, dando alla parola “parte” un senso non
    strettamente partitico, la lezione principale di Bobbio, o almeno quella che
    io ne ho tratto leggendolo allora, è stata che l¹intellettuale svolge la
    propria funzione critica e non propagandistica solo (o anzitutto) quando sa
    parlare contro la propria parte. L¹intellettuale impegnato deve mettere
    anzitutto in crisi coloro a fianco dei quali s¹impegna.
    Questo certamente Bobbio ci diceva quando sosteneva che, per quanto si
    sentissero schierati, gli uomini di cultura dovevano anzitutto opporsi
    criticamente a procedimenti falsificatori e a ragionamenti viziati, che «si
    può benissimo non restare neutrali, cioè mettersi da una parte piuttosto che
    da un¹altra, mantenendosi fedeli al metodo dell¹imparzialità», perché
    «essere imparziali non significa non dare ragione a nessuno dei due
    contendenti, ma dare ragione all¹uno o all¹altro, o magari torto a tutti e
    due, a ragion veduta», che «si può essere imparziali senza essere neutrali»
    e che «al di là del dovere di entrare nella lotta, c¹è, per l¹uomo di
    cultura, il diritto di non accettare i termini della lotta così come sono
    posti, di discuterli, di sottoporli alla critica della ragione» perché «al
    di là del dovere della collaborazione c¹è il diritto della indagine», e
    infine che «sarebbe già qualcosa se gli uomini di cultura difendessero
    l¹autonomia della cultura all¹interno del proprio partito o del proprio
    gruppo politico, nell¹ambito dell¹ideologia politica a cui hanno liberamente
    aderito e in favore della quale sono disposti a dare la loro opera di uomini
    di cultura».
    Parole sufficienti a costituire per me, allora giovane lettore, la
    quintessenza delle mie personali idee sulla nozione di engagement. Tanto che
    nel 1968, invitato come cane sciolto a esprimermi sui problemi dell¹impegno
    in un convegno di partito, ho affermato che il primo dovere
    dell¹intellettuale è parlare contro la parte con cui sta, anche a costo di
    essere fucilato dopo la prima ondata. Avevo tratto cioè dalla lettura di
    Bobbio una nozione di funzione dell¹intellettuale come Grillo Parlante, e
    tutto sommato ritengo che sia ancora l¹unica giusta.
    E avevo usato, allora, una metafora che non era di Bobbio, bensì di Calvino:
    l¹intellettuale deve partecipare stando sugli alberi. Il Barone rampante di
    Calvino è del 1957, esce pertanto due anni dopo Politica e cultura, ed è
    stato in ogni caso pensato quando apparivano nel corso di un quinquennio gli
    scritti di Bobbio di cui stiamo parlando. Sono sempre stato fermamente
    convinto che nell¹ideare la figura di Cosimo Piovasco di Rondò Calvino
    pensasse a come Bobbio concepiva la funzione dell¹intellettuale. Cosimo
    Piovasco non si sottrae ai doveri che il suo tempo gli impone, partecipa ai
    grandi eventi storici del momento, ma cercando di mantenere quella distanza
    critica (nei confronti dei suoi stessi compagni) che gli è permessa dallo
    stare sugli alberi. Perde forse i vantaggi dello stare coi piedi per terra,
    ma acquista in ampiezza di prospettiva. Non sta sugli alberi per sfuggire ai
    propri doveri, ma sente che il suo dovere, per non essere visconte dimezzato
    o cavaliere inesistente, è di essere agilmente rampante.
    Ma torniamo a Bobbio. Per riuscire a sostenere questa funzione
    dell¹intellettuale come Grillo Parlante occorre un ragionevole pessimismo,
    se non della volontà almeno della ragione. Vorrei tornare al finale de La
    missione del dotto, proprio per sottolineare in chiusura le differenze tra
    la visione di Bobbio e quella di Fichte. Polemizzando contro il pessimismo
    russoviano Fichte conclude il suo appello agli studenti con una
    dichiarazione di ottimismo storico-dialettico, già hegeliano: «Castigare e
    schernire amaramente, senza indicare agli uomini il modo per migliorarsi,
    non è atto da amico. Agire, agire! Ecco il fine per cui esistiamo. Con qual
    ragione potremmo adirarci, perché gli altri non sono così perfetti come noi,
    se noi stessi di ben poco fossimo migliori di loro? E non è forse questa
    nostra maggiore perfezione un monito che ci dice che siamo chiamati a
    lavorare per il perfezionamento degli altri? Esultiamo alla vista del campo
    sterminato che siamo chiamati a lavorare! Esultiamo di sentirci forti e
    avere un compito che è infinito!». E ora Bobbio: «Io sono un illuminista
    pessimista. Sono, se si vuole, un illuminista che ha imparato la lezione di
    Hobbes, di de Maistre, di Machiavelli e di Marx. Mi pare, del resto, che
    l¹atteggiamento pessimistico si addica di più che non quello ottimistico
    all¹uomo di ragione. L¹ottimismo comporta pur sempre una certa dose
    d¹infatuazione, e l¹uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato. E siano
    pure ottimisti coloro che credono che sì essere la storia un dramma, ma lo
    considerano come un dramma a lieto fine. Io so soltanto che la storia è un
    dramma, ma non so, perché non posso saperlo, che sia un dramma a lieto fine.
    Gli ottimisti sono gli altri, quelli come Gabriel Pery, che morendo
    gloriosamente lasciò scritto: “Preparerò tra poco dei domani che cantano”. I
    domani sono venuti, ma i canti non li abbiamo ascoltati. E quando mi volgo
    attorno, non odo canti, ma ruggiti. Questa professione di pessimismo non
    vorrei che fosse intesa come un gesto di rinuncia. È un atto di salutare
    astinenza dopo tante orge di ottimismo, un ponderato rifiuto di partecipare
    al banchetto dei retori sempre in festa. È un atto di sazietà più che di
    disgusto. E poi il pessimismo non raffrena l¹operosità, anzi la rende più
    tesa e diritta allo scopo. Tra l¹ottimista che ha per massima: “Non
    muoverti, vedrai che tutto si accomoda” e il pessimista replicante: “Fa¹
    d¹ogni modo quel che devi, anche se le cose andranno di male in peggio”,
    preferisco il secondo. (…) Non mi riesce più di separare nella mia mente
    la cieca fiducia nella provvidenza storica o teologica dalla vanità di chi
    crede di essere al centro del mondo e che ogni cosa avvenga a suo cenno.
    Apprezzo e rispetto invece colui che agisce bene senza chiedere alcuna
    garanzia che il mondo migliori e senza attendere non dico premi ma neppure
    conferme. Solo il buon pessimista si trova in condizione di agire con la
    mente sgombra, con la volontà ferma, con sentimento di umiltà e piena
    devozione al proprio compito».
    Tale mi pare la missione del dotto rivisitata.

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    Pubblicato da festival | ottobre 31, 2004, 1:37 PM
  2. Avatar di Sconosciuto

    L¹aver scelto per il titolo un richiamo alla Missione del dotto di Fichte mi
    pone immediatamente in difficoltà. Anzitutto negli scritti di Bobbio a cui
    mi riferirò, scritti nel primo quinquennio degli anni Cinquanta e poi
    riuniti in Politica e Cultura nel 1955, i protagonisti o l¹oggetto del
    dibattito sono gli uomini di cultura, che è qualifica più generica di quella
    troppo impegnativa di dotto. In secondo luogo le polemiche di Bobbio si
    svolgevano in quegli anni Cinquanta in cui oggetto del contendere era
    piuttosto la figura dell¹intellettuale, vuoi impegnato, vuoi organico, vuoi
    clerc traditore alla Benda, e anche qui la qualifica sembra più generica,
    coinvolgendo coloro che fanno professione intellettuale in genere, e
    scrittori o poeti che esiteremmo spesso a definire come dei dotti.
    Il dotto fichtiano avrebbe potuto essere il sapiente o lo scienziato, ma
    dobbiamo pure tenere presente che per la filosofia idealistica tedesca
    l¹unica figura di scienziato degna di questo nome era quella del filosofo.
    Come filosofo Fichte si rivolge nel 1794 ai suoi studenti, disegnando una
    figura che evoca, senza crucciarsene, l¹infelice avventura politica del
    Platone anziano: dove il filosofo appare come l¹unico che possa disegnare un
    modello di Stato. Ancora agitato da fremiti che potremmo definire anarchici,
    Fichte pensava, è vero, che sarebbe potuto venire un momento «in cui tutte
    le aggregazioni statali saranno superflue», ma sapeva che questo momento non
    era ancora venuto, e quando riprenderà a parlare di conduzione del corpo
    sociale penserà in termini di Stato etico e non di congregazione libertaria.
    In assenza di una situazione utopica, Fichte pensava al filosofo come a
    colui che avrebbe dovuto sorvegliare e favorire il progresso reale
    dell¹umanità. Non solo promuovere l¹incremento della scienza, ma anche
    guidare gli uomini alla coscienza dei loro veri bisogni e rivelare loro i
    modi per soddisfarli. Il dotto è per sua missione il maestro dell¹umanità,
    l¹educatore del genere umano, l¹uomo moralmente più perfetto del suo tempo,
    che non solo vede il presente, ma anche l¹avvenire. Fichte di fatto
    preparava la figura del filosofo alla Gentile, che dello Stato etico e della
    sua politica concreta doveva farsi maestro e fondatore. Se così è, questa
    visione del dotto e della sua funzione sociale ha poco a che vedere con le
    posizioni di Norberto Bobbio, che apriva Politica e cultura con
    l¹affermazione: «Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi
    quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze», e nel 1954
    scriveva: «Che gli intellettuali formino o credano di formare una classe a
    se stante, distinta dalle classi sociali ed economiche, e si attribuiscano
    quindi un compito singolare e straordinario, è segno di cattivo
    funzionamento dell¹organismo sociale».
    La prima lezione di Politica e cultura è dunque una nozione di modestia: sin
    dalla prima pagina il libro avverte che il vero problema del tradimento dei
    chierici «si riconnette alla figura romantica del filosofo», che si era
    proposta di «trasformare il sapere umano, che è necessariamente limitato e
    finito, e quindi richiede molta cautela insieme con molta modestia, in
    sapienza profetica». I saggi che Bobbio scriveva nel periodo tra 1951 e 1955
    apparivano in un clima in cui la figura del dotto aveva perso le prerogative
    platoniche che le assegnava Fichte, se da destra gli si rimproverava di
    avere tradito la sua funzione scendendo nell¹agone politico, e da sinistra
    gli si imponeva una militanza al servizio della classe, dove a dettare la
    tabella dei bisogni e la panoplia dei mezzi per soddisfarli era piuttosto il
    partito, interprete della classe, a cui i dotti dovevano legarsi
    organicamente.
    Per questo, abbandonata ogni idealizzazione del sapiente come maestro
    dell¹umanità, ci si chiedeva piuttosto quale fosse il ruolo e il dovere
    degli intellettuali.
    Io credo che dobbiamo fare ora una pausa, vorrei dire di carattere
    semiotico, senza coinvolgere Bobbio in questa mia parentesi, per decidere
    che cosa vogliamo intendere per intellettuale, onde non cadere nelle mille
    trappole in cui ci ha sovente attirato questo termine multiuso. Ne tenterò
    una definizione assai circoscritta, nella persuasione di non allontanarmi
    eccessivamente dal modo in cui anche Bobbio lo intendeva. Persuasione che si
    poggia sul fatto che credo che le poche idee che mi sono fatte
    sull¹argomento nascono proprio dalla lettura che a ventitré anni ho fatto
    del libro di Bobbio.
    Se, come talvolta si indulge nel discorso comune, intellettuale fosse colui
    che lavora con la testa e non con le mani (e vigesse ancora la distinzione
    tra arti liberali e arti meccaniche) allora dovremmo ammettere che
    intellettuale non è solo il filosofo o lo scienziato, o il professore di
    matematica nelle scuole medie, ma anche l¹impiegato di banca, il notaio e
    oggi, in un¹epoca di terziarizzazione avanzata, potrebbe svolgere lavoro
    intellettuale persino il neo operatore ecologico (nel passato vile
    netturbino) che inserisca nel suo computer il programma adeguato per la
    pulizia automatizzata di un intero quartiere. Ma questa accezione
    curiosamente lascerebbe fuori i chirurghi e gli scultori, e in ogni caso ci
    indurrebbe ad assumere che chi fa lavoro intellettuale, come del resto chi
    fa lavoro manuale, abbia l¹unica funzione di farlo bene, il bancario di
    controllare che i suoi rendiconti non siano alterati da un virus, il notaio
    stendendo dei rogiti corretti, senza che nessuno di essi debba impegolarsi
    in questioni politiche.
    Parliamo dunque di lavoro intellettuale per definire l¹attività di chi
    lavora più con la mente che con le mani, e proprio per distinguere il lavoro
    intellettuale da quella che chiameremo funzione intellettuale. La funzione
    intellettuale si definisce quando qualcuno, sia lavorando con la testa che
    pensando con le mani, contribuisce creativamente al sapere comune e al bene
    collettivo. Svolgerà dunque funzione intellettuale (magari per una volta
    sola in vita propria) anche il contadino che osservando il susseguirsi delle
    stagioni inventerà una nuova forma di rotazione delle culture, il maestro
    elementare che metterà in opera tecniche di pedagogia alternativa, e poi
    certamente lo scienziato, il filosofo, lo scrittore, l¹artista, ogni volta
    che inventano qualcosa di inedito.
    Qualcuno potrebbe pensare che si sta identificando la funzione intellettuale
    con quella attività misteriosa che chiamiamo creatività, ma anche questa
    nozione è oggi ampiamente inquinata. Se andate su Internet a cercare la
    parola creatività, o creativity, troverete 1.560.000 siti dedicati a questo
    concetto, e nella maggior parte di essi si considera la creatività come una
    capacità industriale e commerciale di risolvere problemi, e la si identifica
    con l¹innovazione, ovvero la disposizione a concepire idee nuove. A tale
    arte sono dedicati molti siti che insegnano come diventare creativi e,
    pertanto, guadagnare molto denaro. Ecco per esempio una definizione: «Per
    molti uomini d¹affari il fine ultimo è il profitto e pertanto l¹innovazione
    riguarda idee che incrementano le vendite».
    Perché troviamo insoddisfacenti queste nozioni commerciali di creatività?
    Perché esse si riferiscono sì alla invenzione di un¹idea nuova, ma non si
    preoccupano che la novità sia transitoria, di breve corso, come potrebbe
    avvenire all¹idea del creativo pubblicitario che trova una nuova formula per
    pubblicizzare un detersivo, sapendo benissimo che sarà subito resa obsoleta
    dalla risposta della concorrenza.
    Vorrei invece intendere per attività creativa quella che produce
    dell¹inedito che la comunità sarà poi disposta a riconoscere, accettare, far
    proprio e rielaborare, come diceva C.S. Peirce, nel lungo periodo – e che
    pertanto in tal modo diventa patrimonio collettivo, sottratta allo
    sfruttamento personale.
    Per essere tale la creatività deve sostanziarsi di attività critica. Non è
    creativa l¹idea sorta nel corso di un brainstorming, buttata là tanto per
    tentarle tutte, e accettata entusiasticamente in mancanza di meglio.
    Affinché sia creativa essa deve essere vagliata e, almeno per la creatività
    scientifica, passibile di falsificazione. La funzione intellettuale si
    svolge dunque per innovazione ma anche attraverso la critica del sapere o
    delle pratiche precedenti, e soprattutto attraverso la critica del proprio
    discorso. Pertanto può non essere creativa la composizione del poetastro a
    proprie spese che addirittura non sa di rimasticare stilemi desueti, e può
    essere creativa la ricostruzione polemica dello storico che semplicemente
    rilegge in modo nuovo documenti già noti. È creativo il critico letterario
    (o il semplice professore di letteratura nei licei) che di suo non ha mai
    scritto nulla ma insegna a rileggere in modo inedito chi ha scritto prima di
    lui e in luogo suo, e contemporaneamente mette a nudo la propria poetica, e
    non sarà creativo né svolgerà funzione intellettuale il nostro collega
    universitario che per tutta la vita avrà stancamente ripetuto le nozioni
    manualistiche apprese ai tempi della laurea, pretendendo che i suoi
    discepoli non le mettano in discussione.
    In questo senso, anche se svolge lavoro intellettuale, non esercita la
    funzione intellettuale chi legittimamente e meritoriamente si arruola come
    propagandista della propria parte: ottimo funzionario di un partito politico
    come si è ottimi creativi di un¹agenzia pubblicitaria, il propagandista
    politico non potrà mai dire, come non potrà mai dirlo il pubblicitario, che
    il detersivo per cui lavora lava meno bianco dell¹altro.
    Credo che questa distinzione tra lavoro intellettuale e svolgimento della
    funzione intellettuale corrisponda abbastanza a quella proposta da Bobbio
    quando parlava della differenza tra politica della cultura e politica
    culturale, e scriveva nel 1952: «La politica della cultura come politica
    degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di
    sviluppo della cultura, si contrappone alla politica culturale, cioè alla
    pianificazione della cultura da parte dei politici».
    Alla luce di questa distinzione Bobbio dunque si domandava che cosa
    dovessero fare gli uomini di cultura, e che la sua domanda risentisse
    dell¹idea dell¹impegno politico e sociale dell¹intellettuale era
    inevitabile, perché questo era il punto del dibattito degli anni Cinquanta.
    Nell¹affermare che era segno di disfunzione sociale l¹idea che gli
    intellettuali avessero funzione straordinaria, profetica e oracolare, Bobbio
    teneva conto della situazione storica in cui parlava. Osservava che il
    nostro paese non era una società funzionale, emergeva dalla convulsione
    della guerra e della Resistenza, e operava in quegli anni come se una nuova
    convulsione fosse imminente. Nelle società non funzionali le varie parti non
    si ordinano a un fine (forse inconscio riferimento all¹utopia fichtiana del
    dotto), si disarticolano e cozzano le une contro le altre.
    In questa situazione dilaniata Bobbio si trovava di fronte a due aut aut di
    cui rifiutava l¹inevitabile dogmatismo. Se ci rileggiamo i suoi dibattiti di
    quel periodo vediamo che essi ruotavano sempre intorno a due
    contrapposizioni, quella tra Oriente e Occidente (ovvero tra mondo
    socialista e mondo liberal-capitalista) e quella tra engagement politico e
    fuga dall¹impegno.
    Bobbio ricordava la funzione che aveva avuto la rivolta intellettuale, anche
    se talora silente, nel periodo della dittatura, e riconosceva un «processo
    rivoluzionario in atto». Da un lato era affascinato da questo processo
    rivoluzionario e non intendeva demonizzarlo, dall¹altro riteneva che di
    fronte a qualsiasi processo rivoluzionario in atto la missione degli uomini
    di cultura fosse quella di conciliare la giustizia con la libertà. Pertanto
    tutti i suoi dibattiti con Bianchi Bandinelli o con Roderigo di Castiglia
    alias Togliatti vertevano sul fatto che la funzione politica della cultura
    era la difesa della libertà. Riaffermava a più riprese, seguendo Croce, che
    «la teoria liberale non è una teoria politica, ma metapolitica», un ideale
    morale che sostanzia di sé «il partito degli uomini di cultura». Ma, mentre
    questo ideale opponeva ai suoi interlocutori comunisti, criticava lo stesso
    Croce perché a guerra finita aveva identificato questa “forza non politica”
    con uno dei tanti partiti sorti in quegli anni.
    Ma se il partito degli uomini di cultura doveva battersi per riaffermare il
    principio della libertà, chi militava in questo partito metapolitico non
    poteva sottrarsi a un impegno politico. Il problema è che i suoi
    interlocutori di allora intendevano l¹impegno politico alla luce dell¹idea
    di intellettuale organico. E qui si scavava una nuova frontiera di
    discussione, poiché credo che Bobbio consentisse con lo slogan del secondo
    Vittorini, per cui l¹intellettuale non poteva e non doveva suonare il
    piffero alla rivoluzione.
    Come prendere parte senza suonare il piffero? Bobbio riteneva gli
    intellettuali non solo come suscitatori d¹idee ma anche come guide del
    processo di rinnovamento in corso, e faceva in parte proprie le parole di
    Giaime Pintor secondo le quali «le rivoluzioni riescono quando le preparano
    i poeti e i pittori, purché poeti e pittori sappiano quale deve essere la
    loro parte». Dico in parte, perché il problema era quale dovesse essere la
    parte dell¹intellettuale, se essa non poteva essere identificata né con la
    cultura politicizzata («che ubbidisce a direttive, programmi, imposizioni
    che provengono dai politici») né con la cultura apolitica del ritiro nella
    torre d¹avorio.
    Ed è qui che egli rifiutava al tempo stesso gli slogan del tipo al di sopra
    della mischia, né di qua né di là, oppure e di qua e di là, richiamandosi a
    una politica della cultura come compito della sintesi, capacità di critica
    di entrambe le posizioni, non tentativo di una terza via a tutti i costi.
    Bobbio non era come diremmo oggi un “terzista”, proponeva un impegno da una
    parte, ma accompagnato dal dovere, perseguito a ogni costo, di mediare
    criticando, ponendo sempre non solo gli avversari ma soprattutto gli amici
    di fronte alle loro proprie contraddizioni.
    Ho citato il saggio del 1951 per cui il compito degli uomini di cultura è
    quello di seminare dubbi anziché raccogliere certezze. Ci pare
    un¹affermazione quasi ovvia, ma Bobbio la pronunciava in un periodo in cui
    l¹intelligentzia progressista chiedeva agli intellettuali di produrre
    certezze. E dunque bisogna ancora far fruttare questa lezione,
    interpretandola in questo senso: gli intellettuali non risolvono le crisi,
    ma le creano. Gli intellettuali o creano rivoluzioni copernicane, o
    rimangono scoliasti di Tolomeo.
    Ma presso chi l¹intellettuale deve instaurare la crisi? Veniamo ora alla
    seconda grande lezione di Bobbio. Viene da sorridere quando, parlando
    dell¹Italia del dopoguerra, si ascoltano ancora vaniloqui sull¹egemonia
    della sinistra, spostando ovviamente Bobbio tra i sostenitori dell¹Impero
    del Male, quando egli, pur ritenendosi uomo di sinistra, ha speso gran parte
    della propria vita a polemizzare con quella sinistra che all¹epoca si voleva
    egemone. E questo significa che, dando alla parola “parte” un senso non
    strettamente partitico, la lezione principale di Bobbio, o almeno quella che
    io ne ho tratto leggendolo allora, è stata che l¹intellettuale svolge la
    propria funzione critica e non propagandistica solo (o anzitutto) quando sa
    parlare contro la propria parte. L¹intellettuale impegnato deve mettere
    anzitutto in crisi coloro a fianco dei quali s¹impegna.
    Questo certamente Bobbio ci diceva quando sosteneva che, per quanto si
    sentissero schierati, gli uomini di cultura dovevano anzitutto opporsi
    criticamente a procedimenti falsificatori e a ragionamenti viziati, che «si
    può benissimo non restare neutrali, cioè mettersi da una parte piuttosto che
    da un¹altra, mantenendosi fedeli al metodo dell¹imparzialità», perché
    «essere imparziali non significa non dare ragione a nessuno dei due
    contendenti, ma dare ragione all¹uno o all¹altro, o magari torto a tutti e
    due, a ragion veduta», che «si può essere imparziali senza essere neutrali»
    e che «al di là del dovere di entrare nella lotta, c¹è, per l¹uomo di
    cultura, il diritto di non accettare i termini della lotta così come sono
    posti, di discuterli, di sottoporli alla critica della ragione» perché «al
    di là del dovere della collaborazione c¹è il diritto della indagine», e
    infine che «sarebbe già qualcosa se gli uomini di cultura difendessero
    l¹autonomia della cultura all¹interno del proprio partito o del proprio
    gruppo politico, nell¹ambito dell¹ideologia politica a cui hanno liberamente
    aderito e in favore della quale sono disposti a dare la loro opera di uomini
    di cultura».
    Parole sufficienti a costituire per me, allora giovane lettore, la
    quintessenza delle mie personali idee sulla nozione di engagement. Tanto che
    nel 1968, invitato come cane sciolto a esprimermi sui problemi dell¹impegno
    in un convegno di partito, ho affermato che il primo dovere
    dell¹intellettuale è parlare contro la parte con cui sta, anche a costo di
    essere fucilato dopo la prima ondata. Avevo tratto cioè dalla lettura di
    Bobbio una nozione di funzione dell¹intellettuale come Grillo Parlante, e
    tutto sommato ritengo che sia ancora l¹unica giusta.
    E avevo usato, allora, una metafora che non era di Bobbio, bensì di Calvino:
    l¹intellettuale deve partecipare stando sugli alberi. Il Barone rampante di
    Calvino è del 1957, esce pertanto due anni dopo Politica e cultura, ed è
    stato in ogni caso pensato quando apparivano nel corso di un quinquennio gli
    scritti di Bobbio di cui stiamo parlando. Sono sempre stato fermamente
    convinto che nell¹ideare la figura di Cosimo Piovasco di Rondò Calvino
    pensasse a come Bobbio concepiva la funzione dell¹intellettuale. Cosimo
    Piovasco non si sottrae ai doveri che il suo tempo gli impone, partecipa ai
    grandi eventi storici del momento, ma cercando di mantenere quella distanza
    critica (nei confronti dei suoi stessi compagni) che gli è permessa dallo
    stare sugli alberi. Perde forse i vantaggi dello stare coi piedi per terra,
    ma acquista in ampiezza di prospettiva. Non sta sugli alberi per sfuggire ai
    propri doveri, ma sente che il suo dovere, per non essere visconte dimezzato
    o cavaliere inesistente, è di essere agilmente rampante.
    Ma torniamo a Bobbio. Per riuscire a sostenere questa funzione
    dell¹intellettuale come Grillo Parlante occorre un ragionevole pessimismo,
    se non della volontà almeno della ragione. Vorrei tornare al finale de La
    missione del dotto, proprio per sottolineare in chiusura le differenze tra
    la visione di Bobbio e quella di Fichte. Polemizzando contro il pessimismo
    russoviano Fichte conclude il suo appello agli studenti con una
    dichiarazione di ottimismo storico-dialettico, già hegeliano: «Castigare e
    schernire amaramente, senza indicare agli uomini il modo per migliorarsi,
    non è atto da amico. Agire, agire! Ecco il fine per cui esistiamo. Con qual
    ragione potremmo adirarci, perché gli altri non sono così perfetti come noi,
    se noi stessi di ben poco fossimo migliori di loro? E non è forse questa
    nostra maggiore perfezione un monito che ci dice che siamo chiamati a
    lavorare per il perfezionamento degli altri? Esultiamo alla vista del campo
    sterminato che siamo chiamati a lavorare! Esultiamo di sentirci forti e
    avere un compito che è infinito!». E ora Bobbio: «Io sono un illuminista
    pessimista. Sono, se si vuole, un illuminista che ha imparato la lezione di
    Hobbes, di de Maistre, di Machiavelli e di Marx. Mi pare, del resto, che
    l¹atteggiamento pessimistico si addica di più che non quello ottimistico
    all¹uomo di ragione. L¹ottimismo comporta pur sempre una certa dose
    d¹infatuazione, e l¹uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato. E siano
    pure ottimisti coloro che credono che sì essere la storia un dramma, ma lo
    considerano come un dramma a lieto fine. Io so soltanto che la storia è un
    dramma, ma non so, perché non posso saperlo, che sia un dramma a lieto fine.
    Gli ottimisti sono gli altri, quelli come Gabriel Pery, che morendo
    gloriosamente lasciò scritto: “Preparerò tra poco dei domani che cantano”. I
    domani sono venuti, ma i canti non li abbiamo ascoltati. E quando mi volgo
    attorno, non odo canti, ma ruggiti. Questa professione di pessimismo non
    vorrei che fosse intesa come un gesto di rinuncia. È un atto di salutare
    astinenza dopo tante orge di ottimismo, un ponderato rifiuto di partecipare
    al banchetto dei retori sempre in festa. È un atto di sazietà più che di
    disgusto. E poi il pessimismo non raffrena l¹operosità, anzi la rende più
    tesa e diritta allo scopo. Tra l¹ottimista che ha per massima: “Non
    muoverti, vedrai che tutto si accomoda” e il pessimista replicante: “Fa¹
    d¹ogni modo quel che devi, anche se le cose andranno di male in peggio”,
    preferisco il secondo. (…) Non mi riesce più di separare nella mia mente
    la cieca fiducia nella provvidenza storica o teologica dalla vanità di chi
    crede di essere al centro del mondo e che ogni cosa avvenga a suo cenno.
    Apprezzo e rispetto invece colui che agisce bene senza chiedere alcuna
    garanzia che il mondo migliori e senza attendere non dico premi ma neppure
    conferme. Solo il buon pessimista si trova in condizione di agire con la
    mente sgombra, con la volontà ferma, con sentimento di umiltà e piena
    devozione al proprio compito».
    Tale mi pare la missione del dotto rivisitata.

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    Pubblicato da festival | ottobre 31, 2004, 1:37 PM
  3. Avatar di Sconosciuto

    Grazie per l’invito. E’ un blog molto interessante e appena avrò qualcosa d’interessante da pubblicare lo farò.
    Acqua (quello di informaLmente)

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    Pubblicato da Acqua | ottobre 31, 2004, 3:50 PM
  4. Avatar di Sconosciuto

    Grazie per l’invito. E’ un blog molto interessante e appena avrò qualcosa d’interessante da pubblicare lo farò.
    Acqua (quello di informaLmente)

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    Pubblicato da Acqua | ottobre 31, 2004, 3:50 PM

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