Il Ministero per i Beni e le Attività culturali e la Rai promuovono insieme l’iniziativa MaratonArte, la maratona televisiva che si propone di raccogliere fondi per salvare opere e siti di rilevanza storica e culturale.
L’Italia possiede infatti ben il 70% dei capolavori artistici del mondo, riconosciuti dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ma molte di queste opere che rendono grande il nostro Paese hanno urgente bisogno di cure per recuperare tutto il loro valore. Alcune di esse rischiano addirittura di scomparire per sempre.
Il progetto MaratonArte si propone perciò l’obiettivo di raccogliere fondi che sostengano la tutela, la salvaguardia e il restauro di questi beni, individuando sette opere a rischio. Con lo scopo di difendere le nostre risorse, salvarle dall’abbandono e restaurarle nel loro pieno splendore.
Perché per il nostro Paese l’arte non è solo bellezza, ma anche ricchezza, turismo e qualità della vita: la nostra maggiore risorsa.
MaratonArte, iniziativa di raccolta fondi per il restauro, il mantenimento e la fruizione dei beni culturali, è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Rai. Il progetto consentirà a ogni cittadino di contribuire in prima persona alla tutela e alla salvaguardia del patrimonio artistico e culturale del nostro Paese, finanziando progetti di recupero e verificando in seguito il risultato raggiunto.
A sostenere l’iniziativa ci saranno volti noti del mondo dello spettacolo e della cultura, da Claudio Baglioni a Luca Zingaretti, da Claudia Cardinale a Riccardo Muti: ciascuno di loro sarà testimonial di sette luoghi simbolo da salvare, raccontati in brevi filmati con le musiche di Ennio Morricone.
Per partecipare alla maratona, è possibile intervenire in diversi modi:
– inviando un Sms al numero 48545 (valore 2 euro)
– inviando un Sms al numero 48558 da telefoni Vodafone (valore 5 euro)
– con tutte le carte di credito, telefonando al numero verde di American Express 800.199.949
– con tutte le carte di credito, sul sito http://www.maratonarte.it
– con versamenti bancari al c.c. 10888810 di Maratonarte
– con carta Bancomat agli sportelli di UniCredit Banca
– acquistare le gift-card personalizzate (del valore di 3 euro), in vendita presso autogrill, distributori rete Agip, bar e ristoranti associati Fipe.
Per avere maggiori informazioni, è possibile inoltre consultare il sito dedicato alla maratona: http://www.maratonarte.it
Bari – Biblioteca Nazionale, 13 ottobre 2007, ore 19Concepito come un work in progress, il progetto prevede, nella fase iniziale, la realizzazione fisica dell’Archivio, in cui saranno fruibili i più disparati materiali –a stampa, audio, fotografici, video-, acquisiti da fondi privati e pubblici, la costituzione di una biblioteca tematica, con sezioni specifiche dedicate al movimento di “riproposta” e al fenomeno del “tarantismo”, e un data-base, cuore pulsante dell’intero archivio, in cui saranno progressivamente riversati i materiali che si andranno ad acquisire, catalogare e conservare secondo i più rigorosi criteri scientifici e con le più innovative procedure tecnologiche.
L’Archivio sarà strutturato secondo modalità di avanzata accessibilità, a partire dal sito internet che consentirà di conoscere in tempo reale i diversi stadi di avanzamento del progetto.
Per l’importanza obiettiva dell’iniziativa, si invitano tutti gli operatori del settore, studiosi, musicisti ed appassionati a partecipare all’incontro che sarà chiuso da un concerto di Uccio Aloisi e dei Cantori di Carpino.
Programma
Bari, Biblioteca Nazionale “Sagarriga Visconti Volpi”
(Cittadella della Cultura), via Pietro Oreste 45
13 ottobre 2007, ore 19
Saluti delle autorità
interverranno:
Silvia Godelli, Assessore alle Attività Culturali, Regione Puglia
Danielle Gattegno Mazzonis, Sottosegretario di Stato, Ministero per i Beni e le Attività Culturali
a seguire interventi di
Luciano Scala, Direttore Generale Beni Librari Mibac
Vincenzo Santoro, coordinatore del progetto
Domenico Ferraro, presidente associazione Altrosud
Maurizio Agamennone, etnomusicologo Università di Firenze
Nicola Scaldaferri, etnomusicologo Università di Milano, responsabile LEAV
Gianni Amati, ricercatore e musicista
Giovanni Rinaldi, direttore “Casa Di Vittorio”, Cerignola
Mario Gennari, Folk Bulletin
A seguire, concerto dei Cantori di Carpino e di Uccio Aloisi Gruppu
Approvato dalla Giunta regionale, con delibera n. 1473/07, il cofinanziamento del "Patto per le Attività di Spettacolo – Progetto per il triennio 2007/2009" della Regione Puglia per le attività culturali di spettacolo.
Con lo stesso provvedimento, pubblicato nel Bollettino Ufficiale Regionale n. 137 del 27 settembre 2007, è approvato l’elenco dei soggetti beneficiari dei finanziamenti.
Il Progetto suddetto è contenuto nella delibera di Giunta n. 879/07- Allegato C) pubblicata nel Bollettino Ufficiale della Regione n. 99 dell’11 luglio 2007. L’intervento è finalizzato a garantire il consolidamento delle figure professionali, operanti nell’ambito dello spettacolo, e lo sviluppo delle relative attività.
Consorzio Teatro Pubblico Pugliese (Bari)
Soc. Coop. ari Anonima GR (Bari)
Associazione ResExtensa (Bari)
Associazione L’altra Danza (Bari)
Qualibo’ Visioni Di (P) Arte (Bari)
Teatro Minimo Ass. di stampo teatrale (Andria)
Compagnia Delle Formiche Soc. Coop. Ari (Corato)
Associazione Culturale Teatrermitage (Molfetta)
Associazione Culturale La Pecora Nera (Modugno)
Associazione Culturale Tra Il Dire E Ii Fare (Ruvo)
Associazione La Luna Nel Pozzo (Ostuni)
Soc. Coop. ari Bottega Degli Apocrifi (Manfredonia)
Circolo Gli Amici Dei Parco di Legambiente (Monte Sant’Angelo)
Associazione Culturale Carpino Folk Festival (Carpino)
Soc. Coop. ari Scenastudio (Lecce)
Associazione Culturale Nemesi (Taranto)
Associazione Culturale La Ghironda (Martina Franca)
Le forme espressive della tradizione popolare apprese in un corso cittadino sono imitazioni, anche se hanno la funzione di riflessione culturale e di conoscenza di un mondo in via di trasformazione. Crediamo che sia importante incontrare direttamente le persone ed i contesti originari per una migliore comprensione del mondo contadino. Per questo all’interno dei vari cicli troveremo degli spazi per vedere filmati etnografici, dibattere temi antropologici, incontrare depositari e ricercatori della tradizione e riflettere sulla cultura popolare.
SCUOLA DI BALLO & MUSICA POPOLARE
Ogni lunedì sera dalle 21 alle 23 (dal 1 ottobre 2007 al 27 maggio 2008).
PROGRAMMA
– I CICLO: (dal 15 ott. al 10 dic. 2007)
– Sezione 1: Balli del Piemonte occitano (4 incontri). Dalla Val Varaita curento, gigo, boureo vejo, tresso, countradanso, boureo de S. Martin, ecc. [Inss. Biagi, Castagna].
– Sezione 2: Balli della Maremma toscana (5 incontri). Balli poco noti e particolari di una terra di transumanza stagionale (trescone, sciotis, sor Cesare, punta e tacco, galletta, ballo del riccio, tarantella, ecc.). [Inss. T. Biagi e P. Gala].
– II CICLO: (dalla Befana a Pasqua 2008)
– Sezione 3: Puglia: pizzica pizzica e tarantella di Carpino (4 incontri). Vari esempi di pizzica della Puglia meridionale tratti dalla tradizione e la tarantella di un paese del Gargano divenuto meta di numerose ricerce etnomusicali nelle sue forme originali. [Inss. T. Biagi, D. Cavallone e P. Gala].
– Sezione 4: Abruzzo: la spallata (5 incontri). Vari esempi di un’ampia famiglia etnocoreutica scoperta nei primi anni ‘80 dall’etnocoreologo Gala, eseguiti in cerchio, a contraddanza e a file contrapposte. [Inss. P. Gala e T. Miniati].
– III CICLO: (da Pasqua a fine maggio 2008)
– Sezione 5: Balli sardi (4 incontri). Come sempre non poteva mancare nell’antologia di balli tradizionali italiani uno sguardo sul repertorio di un unico paese della montagna barbaricina (passu torrau, ballu ‘e trese). [Ins. Maurizio Loi]
– Sezione 6: Balli romagnoli (4 incontri).I balli staccati precedenti il “liscio” romagnolo: manfrina, saltarello, russiano, sciotis, trescone, ecc. [Inss. T. Biagi, M. Castagna].
INFO per i corsi di musica: 333-7299460 Mario
Tra alcune peculiari forme di espressioni poetiche, come in particolare la rima in ottava dei poeti a braccio, e la musica si registrano spontanee convergenze per cui la versificazione accentua la sua connotazione timbrica con l’abbinamento alle musiche che, a loro volta, sembrano trarre respiro e forza ulteriore dall’accoglienza di versi dotati di una loro peculiare cifra sonora.
L’iniziativa mira a porre in risalto queste affinità, esaltate più di recente nella forma del CdBook, attraverso due espressioni particolarmente significative, relative l’una alla Puglia e l’altra all’Alto Lazio.
Per quanto concerne l’Alto Lazio, la presentazione del volume con cd allegato Canti, poeti, pupi e tarante consentirà di gustare dal vivo le performance multistrumentali del gruppo di Raffaello Simeoni, già leader dei Novalia e interprete di un’originalissima rivisitazione della tradizione laziale e della Tresca, gruppo bolsenese leader della musica popolare della Tuscia.
Per quanto riguarda la Puglia, si discuterà intorno a due libri che contengono le “biografie cantate” di due dei principali esponenti della musica tradizionale pugliese: Andrea Sacco da Carpino (FG) e Uccio Aloisi di Cutrofiano (LE).
Sabato 6 ottobre
Piazza Matteotti ore 20:45 discussione intorno ai libri: Andrea Sacco suona e canta. Storie di un suonatore e cantatore di Carpino di Enrico Noviello, Edizioni Aramirè, Lecce 2005
Uccio Aloisi. I Colori della terra. Canti e racconti di un musicista popolare A cura di Roberto Raheli, Vincenzo Santoro, Sergio Torsello, Edizioni Aramirè 2004
A seguire, concerto dei Malicanti – pizziche e tarantelle di Puglia
Domenica 7 ottobre
Piazza Matteotti ore 18:00 presentazione del libro: Canti, poeti, pupi e tarante. Incontri con i testimoni della cultura popolare di Valter Giuliano, Edizioni Squilibri, Roma 2006
A seguire, concerto di Raffaello Simeoni e La Tresca – Musica popolare Romana e dell’alto Lazio
Dal canto ai rumori dell’aratro, le registrazioni di Gianni Bosio in un libro sorprendente, «1968: una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea e Clara Longhini», con tre Cd. Il volume sarà presentato il 1 ottobre, alle 17,30 al Circolo Gianni Bosio. Per l’occasione, una mostra delle foto di Clara Longhini e Alan Lomax. A seguire, un intervento musicale dei Malicanti
Alessandro Portelli
All’inizio di agosto del 1968, Gianni Bosio e Clara Longhini sono a Lecce. Sono in vacanza in Salento ma (come negli anni seguenti in Calabria, Sicilia e Sardegna) la vacanza è un viaggio di ricerca e di scoperta, con registratore, macchina da presa, diario di lavoro. Il mercato di Lecce, annota Clara Longhini, non ha niente di speciale. Persino le grida dei venditori sono assenti o deludenti. E allora, invece di spegnere il magnetofono, Bosio fa una cosa insolita: allarga il campo e registra il vocìo, i rumori del traffico, il «paesaggio sonoro» della città. Un gesto che sottolinea la trasformazione da lui immessa nella ricerca sul campo: non solo i materiali codificati, le forme riconosciute (le grida dei venditori) ma un contesto ampio, di cui ancora non riconosciamo le forme (e che magari non ne ha) ma che cominciamo a documentare per poterci ragionare in futuro. Qualche anno prima, così era cominciata la ricerca in città: con il registratore a un angolo di strada a Milano, fissando il suono della metropoli.
Il luogo è importante (un Salento ancora non di moda) ma lo è anche il tempo: siamo nel 1968, mentre mezzo mondo sta sulle barricate Gianni Bosio sta a Otranto, Martano, Calimera, Lecce, e registra cose apparentemente lontanissime, in realtà il sostrato profondo dei sommovimenti visibili. Poi – annota Clara Longhini – siccome è in vacanza, si siede sotto l’ombrellone con le gambe al sole e si scotta perché è troppo immerso nella lettura di un libro affascinante: il Capitale di Marx.
La storia di quei diciassette giorni è adesso in un libro elegante e sorprendente 1968: una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea e Clara Longhini (Kurumuny, Calmiera-Lecce, 2007, pp. 347 e tre Cd audio, 25 euro). Naturalmente, Bosio e Longhini non raccolgono solo rumori e paesaggi sonori, ma anche molte storie e moltissima musica. Come già nelle precedenti registrazioni di Lomax e Carpitella, c’è un poco di pizzica (alla festa di San Rocco a Torrepaduli ascoltano «una movimentata tarantella napoletana, definita localmente pizzica») e tante altre espressioni di una cultura materiale, linguistica, musicale tutt’altro che unidimensionale e consumabile. Di questi nastri, avevo sentito solo il lacerante lamento funebre di Angela Bello a Otranto. Adesso, mi affascina ascoltare – cantata dalla figlia di Angela che l’ha imparata dalla madre – una bella versione del Testamento dell’avvelenato, una ballata che circola dall’Italia alla Scozia agli Stati Uniti (io l’ho sentita da immigrate calabresi in una borgata romana) e da Angela Bello a Bob Dylan e Harry Belafonte. Ma il momento più alto è la completa registrazione del canto di passione grecanico, I passiùna tu Cristù, eseguita da cantori e suonatori che ritroveremo trent’anni dopo in uno splendido disco delle edizioni Aramirè (anche a questo servono le registrazioni: a vedere che cosa resta e cosa cambia, nel canto e nei cantori, nel corso del tempo). Raramente una performance di tradizione orale ci è stata restituita con tanta accuratezza documentaria, degna erede dell’acribia filologica di Gianni Bosio: comprende la registrazione sonora, che occupa un intero Cd, l’analisi musicologica e la trascrizione musicale curate da Ignazio Macchiarella, nonché la trascrizione e traduzione del testo affiancate dalla riproduzione anastatica del manoscritto del cantore Salvatore Russo. Al centro del libro stanno le fotografie di Clara Longhini (che insieme col diario danno la misura di quanto sia stato importante il suo contributo, spesso misconosciuto, all’intero progetto di ricerca del Nuovo Canzoniere Italiano e dell’Istituto Ernesto de Martino). Come le registrazioni a microfono aperto, anche le fotografie sono il risultato di uno sguardo ad ampio raggio: i visi e le posture dei cantori e dei narratori, ma anche le luci della festa, gli affreschi bizantini, le processioni, i vestiti, un asino bardato, i contesti di lavoro. Mentre Bosio registra i suoni dell’aratura – il canto, ma anche la campanella, gli incitamenti al cavallo, gli scricchiolii del carro e dell’aratro – Clara lo accompagna con una sequenza di immagini, che ci aiuta a capire il senso dei suoni.
Proprio la registrazione di Martano induce Bosio a una serie di riflessioni raccolte nel saggio incompiuto che conclude il libro, sull’importanza della relazione fra performance, funzione e contesto. Sono annotazioni autocritiche rispetto alle precedenti esperienze del Nuovo Canzoniere e dei Dischi del Sole, ipotesi di nuovi approcci e progetti di nuovi lavori. Purtroppo, poco di tutto questo si poté realizzare. Tra i motivi ricorrenti nel diario di Clara Longhini, infatti, ci sono i limiti che le ristrettezze finanziarie impongono a una ricerca condotta fuori degli schemi istituzionali e mercantili: lei che ha finito i rullini proprio mentre inizia la danza-scherma a Torrepaduli, Bosio che contravviene alla sua norma fondamentale e ogni tanto, per risparmiare sul costosissimo nastro, spegne il registratore. È un po’ una metafora delle difficoltà che il movimento fondato da Bosio sperimentò in tutta la sua esistenza e che si veniva accentuando, paradossalmente, proprio in quegli anni di ripresa del movimento. Anche perciò, ci sono voluti quasi quarant’anni perché i materiali vedessero la luce. Forse, se fossero usciti allora, tanti equivoci ce li saremmo risparmiati.
Nel 2005, Clara Longhini torna in Salento. Molte cose sono cambiate: «Non ci sono più animali nei campi. Buona cosa, certo, ma…» Ma qualcosa si è perso. Nel suo diario, pubblicato qualche anno fa dalle edizioni Aramirè, Luigi Stiffani, il violinista delle tarantate, parlava della scomparsa di altri animali: adesso, diceva, il ragno che avvelenava le tarantate non c’è più, perché nei campi ci sono tanti veleni nuovi e anche quelle bestiole sono scomparse. Al dolore che si esprimeva nel tarantismo si sostituiscono veleni e sofferenze irriconoscibili, perché spesso nascoste sotto la maschera del progresso.
Un convegno internazionale e una grande festa, a Roma rispettivamente il 29 e 30 settembre, celebrano la sottoscrizione da parte dell’Italia della convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile. «Noi partiamo per ultimi, ma poi diventiamo i primi», ha detto il sottosegretario ai Beni culturali Danielle Mazzonis, ricordando il «grandissimo ritardo» con cui il Parlamento ha approvato (all’unanimità alla Camera e al Senato) nelle scorse settimane le due convenzioni sulle diversità culturali e sui Beni Intangibili. Quest’ultima, ha proseguito il sottosegretario, «riguarda tutto ciò che ci caratterizza, dalle feste ai dialetti, dalla musica alle specificità culinarie». «L’Italia ha molto da inserire in queste liste», ha aggiunto la Mazzonis, e potrebbe accadere come per i siti del Patrimonio culturale, dove il nostro paese è partito in ritardo, ma ora è quello che ne detiene il numero più alto. Il convegno internazionale di sabato, che si svolgerà alla Biblioteca Nazionale, ha appunto lo scopo di illustrare a Regioni e enti locali la nuova convenzione, far conoscere cosa sta già accadendo all’estero (soprattutto in Francia), in che consiste l’iter burocratico per presentare le eventuali candidature, che il ministero dei Beni-attività culturali proporrà quindi in sede Unesco. In Italia c’è grande urgenza di rintracciare queste espressioni di cultura intangibile che altrimenti rischiano la dispersione, con la conseguente scomparsa di molte manifestazioni, ha detto l’assessore alla Cultura della provincia di Roma Vincenzo Vita, che ospita Le giornate della Cultura Immateriale: musiche, danze e cortei ai Fori Imperiali. «Non si tratta di fare i passatisti – ha aggiunto – questo non è folklore, ma l’occasione di sviluppare, in epoca di globalizzazione, il valore del locale».
Anticipiamo uno stralcio della relazione che il presidente del circolo Gianni Bosio terrà oggi al convegno organizzato alla Biblioteca nazionale di Roma. Il tema riguarda il lavoro, la memoria e la salvaguardia della tradizione orale
Alessandro Portelli – 29/09/2007
Scriveva Ralph Waldo Emerson, poeta e filosofo del Rinascimento americano: «La sacralità inerente all’atto della creazione, all’atto del pensiero, viene trasferita alla sua registrazione. Il cantare del poeta era sentito come qualcosa di divino; pertanto, anche la canzone è divinizzata. Lo scrittore era uno spirito giusto e saggio; d’ora in avanti, allora, il libro è perfetto, e l’amore per l’eroe diventa amore per la sua statua.» Ciò di cui Emerson ci parla riguarda la differenza fra un bene immateriale come processo, come azione – l’atto del cantare – e l’idolatria verso il suo consolidamento come testo, registrazione, libro, manufatto.
L’atto, la capacità creatrice è quello che conta; il risultato ne è solo la testimonianza. Questo è tanto più vero in quelle culture che, affidandosi soprattutto all’oralità, producono i cosiddetti beni culturali immateriali: beni, cioè, che non consistono in oggetti o in testi, ma nella possibilità socialmente diffusa di crearli o ri-evocarli. Una tradizione infatti non è un repertorio di forme immutabili, bensì un processo in continua evoluzione, reso possibile dalla capacità dei suoi protagonisti di evocare memoria e di produrre cambiamento.
Scrive Leslie Marmon Silko, autrice americana indiana Pueblo: «Oggi la gente pensa che le cerimonie dovrebbero essere eseguite esattamente come si è sempre fatto, e che basta un lapsus perché la cerimonia debba essere interrotta o il disegno di sabbia distrutto. Ma il cambiamento è cominciato già molto tempo fa, quando la gente ha ricevuto in eredità queste cerimonie, non fosse altro che per l’invecchiare del sonaglio di zucca giallo o il restringersi della pelle sull’artiglio d’aquila, o anche solo per come cambiavano le voci di generazione in generazione di cantori.» Dunque, lavorare per i beni immateriali della tradizione orale non significa proteggere l’immutabilità di culture folkloriche pensate come residui congelati di passati localistici (come nel folklorismo fascista che relegava il mondo popolare in uno spazio di subalternità con la pretesa di esaltarne le tradizioni). Significa, piuttosto, garantire il diritto e la possibilità che la tradizione si trasformi con i suoi stessi mezzi e secondo le proprie necessità, e che questa trasformazione non sia né eterodiretta né imposta.
D’altra parte, la memoria stessa è soprattutto un processo: non un deposito di dati in via di progressivo disfacimento, ma una perenne ricerca di senso nel rapporto con il passato e nel riuso dei repertori culturali. Nessun cantore o suonatore eseguirà due volte lo stesso brano nello stesso modo, nessun narratore dirà due volte la stessa storia con le stesse parole; perché, anche se vengono dal passato, queste espressioni si materializzano nel presente e il presente vi irrompe con le sue domande e le sue richieste. Infatti, gran parte delle forme espressive popolari sono destinate all’improvvisazione: basta pensare allo stornello, al blues, all’ottava rima, persino al rap, ai muttus della tradizione sarda. In questo caso, non è tanto la singola ottava o il singolo stornello a costituire un bene culturale, quanto la capacità del cantore o del poeta di reinventarne sempre di nuovi.
Per questo però, come scrive un’altra autrice Pueblo, Paula Gunn Allen, le culture che fanno affidamento sull’oralità sono sempre «a una generazione dalla scomparsa»: basta il silenzio di una generazione perché essere si perdano. Le culture popolari hanno i loro specialisti ma non si affidano solo a loro: ciascuno mette mano alla loro continuità anche solo ripetendo (a modo suo) le espressioni trasmesse nella memoria culturale. Come mediano fra memoria e innovazione, continuità e cambiamento, così le culture dell’oralità si collocano su un difficile e affascinante crinale, fra il locale e il globale. Rinchiudere il «folklore» dentro una definizione regionalistica locale è un’altra violenza. Proprio perché sono immateriali, le creazioni della cultura orale volano senza frontiere: nel sud segregazionista degli Stati Uniti, la sola cosa che bianchi e neri condividevano era la musica. Se una ballata come Il testamento dell’avvelenato la troviamo in Italia nel XVI secolo, oggi è in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, fatta propria da Bob Dylan e persino dai Led Zeppelin.
Tutto ciò non nega l’importanza della documentazione e della conservazione dei testi e degli oggetti. Nel suo «Elogio del magnetofono», Gianni Bosio notava che proprio la possibilità tecnologica di fissare le performance della cultura orale rende possibile la loro conoscenza critica e quindi il riconoscimento della loro complessità e ricchezza. Questo è il compito della documentazione: i beni culturali immateriali non si identificano con le registrazioni, con i manufatti, con i testi raccolti negli archivi, nelle biblioteche, nei musei; ma abbiamo bisogno di archivi, biblioteche, musei per documentare la storia, per riconoscere le trasformazioni, anche semplicemente per mettere in scena il pubblico riconoscimento dell’importanza – più ancora che di questi oggetti – delle persone e dei gruppi sociali che li hanno creati e che continuano a farlo.
Gianni Bosio affermava, a proposito di culture non egemoni, che il lavoro culturale è destinato a trasformarsi in lavoro politico perché deve proteggere e creare politicamente le condizioni della propria possibilità: la libertà di parola e di comunicazione, l’uguaglianza, la presenza dialogica e antagonista del mondo popolare. Diceva Woody Guthrie: «la canzone popolare è forte se è forte il movimento operaio»: le culture popolari vivono se vive il potere sociale dei loro protagonisti e creatori, se vivono le loro forme di rappresentanza organizzata e di presenza consapevole, i loro diritti civili e politici.
Una politica di tutela e promozione dei beni culturali immateriali comincia con la difesa e l’allargamento della democrazia, della cittadinanza, del diritto di parola e, soprattutto, del diritto a essere ascoltati. Comincia ripensando al grande insegnamento di Ernesto de Martino, quando ricorda i suoi anni di ricerca etnografica al sud: «entravo nelle loro case – scriveva – «come un compagno», come un ascoltatore intento non a estrarre da loro canti o formule o credenze, ma a vivere con questi uomini del nostro tempo, questi cittadini del nostro paese, dentro una storia che è la nostra stessa storia.
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival riconosciuta come protettrice di un patrimonio che tra cultura tradizione, folclore o cultura immateriale, fa parte di tutti noi«Per festeggiare questa vittoria italiana, di cui siamo orgogliosi, dopo anni di dimenticanza e trascuratezza – conclude la nota – il 30 settembre prossimo ai Fori Imperiali verrà festeggiata la Giornata della Cultura Immateriale e tutti i cittadini sono invitati per conoscere da vicino le nostre tradizioni con una manifestazione gioiosa e vitale del patrimonio immateriale dell’Italia. Il Gargano sarà rappresentato dai Cantori di Carpino che si esibiranno alle ore 11.00. Ma l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival sarà presente a Roma già dal giorno 29 settembre per sostenere lÂ’Associazione Totarella che in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Danza e l’Istituto di Alta Cultura anticiperanno i festeggiamenti con un seminario-spettacolo tenuto presso il Teatro Ruskaja».
Grande festa domenica ai Fori Imperiali, con Mimmo Cuticchio, Ambrogio Sparagna, i Cantori di Carpino, Peppe Barra, Alexian, i Totarella e le zampogne del Pollino e Giovanna Marini
di ROSARIA AMATO
ROMA – I pupi siciliani e il canto a tenores della Sardegna "patrimonio culturale immateriale" dell’umanità. A sancirlo è l’Unesco, ma presto molte altre espressioni della cultura popolare italiana, dalla pizzica, la danza popolare pugliese lanciata in tutto il mondo dal batterista dei Police Stewart Copeland, alla canzone romana, ai canti di lavoro e di protesta, potrebbero aggiungersi alla lista, grazie alla ratifica operata qualche giorno fa dal Parlamento della "Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile". Un evento da festeggiare: oggi all’Accademia Nazionale di Danza e domani in via dei Fori Imperiali a Roma si alterneranno spettacoli e incontri con gli artisti esponenti della più genuina tradizione popolare, da Mimmo Cuticchio a Giovanna Marini e Ambrogio Sparagna.
"Noi partiamo per ultimi, ma poi diventeremo i primi", assicura il sottosegretario ai Beni Culturali Danielle Mazzonis, ricordando il "grandissimo ritardo" con cui il Parlamento ha approvato nelle scorse settimane la Convenzione Unesco. Ritardo che intanto non ha impedito all’Opera dei Pupi siciliani e al Canto a tenores dei pastori del centro della Sardegna di entrare di diritto nella lista dell’Unesco, come "Capolavori del patrimonio immateriale dell’umanità".
Altre espressioni della cultura popolare italiana potranno presto aggiungersi, facendo domanda a partire dal 2008. Si tratta di tradizioni, espressioni orali, riti, spettacoli folkloristici: "L’Italia ha molto da inserire in queste liste – spiega Mazzonis – e potrebbe accadere come per i siti del Patrimonio Culturale, dove il nostro Paese è partito in ritardo, ma ora è quello che detiene il numero più alto".
Stamane, sempre a Roma, si è svolto un convegno-seminario dei Beni Culturali per spiegare a tutti gli interessati in che consiste l’iter burocratico per proporre le candidature, che poi il governo trasferirà in sede Unesco.
I festeggiamenti si aprono nel pomeriggio all’Accademia Nazionale di Danza, dove l’associazione Totarella, le zampogne del Pollino, terrà un seminario spettacolo a ingresso libero. Totarella è un gruppo di musica e danza tradizionale che esprime le tradizioni delle zone al confine tra la Calabria e la Lucania, e al quale diversi anziani suonatori e costruttori di strumenti popolari "hanno affidato una sapienza e una memoria antiche", che fanno capo alla cultura contadina.
Domani in via dei Fori Imperiali si comincia alle 10.30 con i Sai Gaber, esponenti della minoranza linguistica occitana. Alle 11 i Cantori di Carpino, centro del Gargano (Puglia) noto anche per la tradizione della chitarra battente. Alle tradizioni culturali di Carpino hanno attinto molti artisti, a cominciare da Eugenio Bennato. Alle 11.30 Ambrogio Sparagna, virtuoso dell’organetto e studioso delle tradizioni dell’Italia centro-meridionale e del Lazio in particolare.
Alle 13.30 la musica rom di Alexian e del suo gruppo. Alexian, alias Santino Spinelli, è il primo esponente della comunità rom residente in Italia ad essersi laureato e ad aver ottenuto una cattedra universitaria. Nel pomeriggio Sara Modigliani, esponente della canzone romana, Mimmo Cuticchio, un gruppo di canto a tenores sardo, il napoletano Beppe Barra, ancora i Totarella, Alla Bua, un gruppo esponente della pizzica, danza salentina che ha conosciuto negli ultimi anni una riscoperta a livello internazionale. Si chiude alle 18 con Giovanna Marini, cantante e studiosa delle tradizioni italiane, in particolare dei canti di lavoro.
(29 settembre 2007)
(AGI) – Foggia, 21 set. -”LAssociazione Culturale Carpino Folk Festival – si legge ancora nella nota – ritiene che godano di tutti i requisti disposti dalla Convenzione i numerosi Cantori e Cantautori del Gargano, ad es. quelli di Carpino sono stati di recente nominati Testimoni della Cultura, i canti che si ostinano a tramandare anche ad età molto avanzata, la funzione che questi canti avevano in passato, come quella di portare la serenata, lo strumento principe usato per accompagnare questi canti, ossia la chitarra battente e quindi le tecniche artigianali per la loro costruzione, e i tre principali motivi ritmici della musica del Gargano, la rurianella, la viestisana e la mundanara, senza dimenticare la particolarità del ballo delle nostre terre”. “Per festeggiare questa vittoria italiana, di cui siamo orgogliosi, dopo anni di dimenticanza e trascuratezza – conclude la nota – il 30 settembre prossimo ai Fori Imperiali verrà festeggiata la Giornata della Cultura Immateriale e tutti i cittadini sono invitati per conoscere da vicino le nostre tradizioni con una manifestazione gioiosa e vitale del patrimonio immateriale dellItalia. Il Gargano sarà rappresentato dai Cantori di Carpino che si esibiranno alle ore 11.00. Ma l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival sarà presente a Roma già dal giorno 29 settembre per sostenere lAssociazione Totarella che in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Danza e l’Istituto di Alta Cultura anticiperanno i festeggiamenti con un seminario-spettacolo tenuto presso il Teatro Ruskaja”.(AGI)
Cli