8 Agosto 2007: Musica di protesta vicina e lontana – dalle valli occitane al salsamuffin latino-cubano
di Amedeo Trezza
Si è appena conclusa la sesta serata di musica e balli al Carpino Folk Festival ’07 ormai giunto alla sua XII edizione. Qui a Carpino in Piazza del Popolo hanno appena finito di esibirsi i Lou Dalfin e Sergent Garcia. Entrambi sono riusciti a conquistare il giovane pubblico carpinese proponendo due generi musicali molto differenti tra loro ma legati dal fil rouge dello spirito di resistenza di popoli che si sentono liberi ma al contempo messi in pericolo dai grandi stati nazione sempre meno simboli di identità e sempre più espressione d’interessi economici totalizzanti e mortificanti le piccole comunità che tuttavia tentano di continuare ad esprimere la propria voglia di sopravvivere attraverso la musica che talvolta assume anche i toni di una musica di protesta.
Se Bruno Garcia col suo gruppo ci ha proposto il suo salsamuffin, miscela di salsa, reggae, hip hop e rap frammista ai canti popolari cubani e dell’America latina, ringraziando ripetutamente il pubblico carpinese che ha saputo interagire col palco fino agli ultimi istanti della serata, la prima parte della serata è stata onorevolmente animata da Sergio Berardo, fondatore dei Lou Dalfin, attraverso una carrellata di suoni e canti ispirati ad una rivisitazione della musica occitana, vista e vissuta dal suo interno, da chi ne è espressione consapevole, in sicura continuità con la tradizione ma al contempo in dinamico ascolto del presente. Durante tutta la sua esibizione alternava pezzi di repertorio a brevi ma incisivi messaggi al pubblico e descrizioni delle sue valli occitane attraverso un modo di parlare schietto ed efficace dal sapore un po’ cuneese e un po’ impressionista: “dalle Alpi alle valli tutto fermo…l’unica cosa che si muove sono gli aperitivi sotto i portici vuoti dei paesi laggiù”.
Strumenti tradizionali come la ghironda e la fisarmonica diatonica, non di origini occitane ma adottate da quelle valli di confine, al confine tra l’Italia e la Francia, si sono ben sapute inserire in un ritmo serrato di batteria e sofisticatamente moderno attraverso la chitarra elettrica, ritmo che nel suo insieme ha saputo denunciare la sua protesta accogliendo tra le sue note dure i tratti della musica occitana di confine, in uno scambio di suoni e di sapori.
Sergio Berardo, introducendo un bellissimo canto di rivolta occitano contro il Re di Francia, dà voce ad un panettiere capo di quella rivolta che, rivolgendosi ai suoi, afferma: “ Chi rinuncia a combattere per quello che ama prima o poi si abitua ad amare quello che ha!”, nello stile di quelli che lui chiama i “banditi occitani”.
Il Gargano ha dunque accolto stasera la voce e le note di una terra di confine che, in quanto tale, sente particolarmente le minacce e le pressioni culturali ed economiche dell’esterno ma che sa fare della sua posizione e del suo ruolo geografico e culturale un punto di forza facendosi “terra di scambio”, quello scambio bidirezionale che solo una membrana osmotica sa mettere in moto, testimone di quella porosità che ciascuna identità culturale dovrebbe possedere e preservare per restare viva. Anzi, proprio con le parole di Berardo, che si sentiamo di condividere pienamente: “chi ha davvero la propria identità non ha paura del dialogo e dello scambio con l’altro, perché sa di restare se stesso pur dandosi all’esterno”. La chiusura, del resto, non è che paura degli altri dettata dal timore di se stessi.
7 Agosto 2007: risemantizzazione e desemantizzazione della cultura popolare al Carpino Folk Festival 07La scommessa di Paliotti, tra l’altro allievo e collaboratore di Roberto De Simone, è quella di far dialogare la musica popolare (in particolare stasera quella carpinese) con la musica colta, nel tentativo di rivalutare un patrimonio di suoni e canti che, se soltanto affidati alla malferma trasmissione orale dei nostri tempi, rischierebbe di svilirsi irrimediabilmente. Tentativo, conferma Paliotti, che non è una novità: “l’osmosi tra musica popolare e la musica colta c’è sempre stata, da Bartok a Chopin. Addirittura Bach s’ispirava alla musica popolare del suo tempo, come i canti luterani”.
Il suo rapporto con la tradizione, lungi dall’essere conservativo, è invece fortemente dinamico: “Noi non possiamo sapere come nel Settecento cantavano la Carpinese, abbiamo documenti scritti, in realtà la tradizione è tutto ciò che riusciamo a portare avanti”.
Il suo approccio dinamico alla tradizione è da leggersi nei termini di una differenza fondante e fondamentale tra i modi della ‘commistione’ e della ‘contaminazione’. Mentre la ‘commistione’ vuole ispirarsi alla sensibilità creativa del genio artistico – collettivo o individuale che sia, la ‘contaminazione’, al contrario, “oltre ad andare di moda oggi, può spesso diventare sinonimo di ‘contagio’, in un’accezione di svilimento distruttivo”.
La musica, come la vita, è un continuo e inarrestabile gioco, ma ogni buon gioco che si rispetti ha delle regole da ‘rispettare’, dei meccanismi di funzionamento che istituiscono il gioco. Se da un lato in assenza di margine di movimento propriamente non ci può essere ‘gioco’, come ad esempio il movimento interrotto di una chiave nella serratura, dall’altro un gioco in assenza di regole è altrettanto impossibile, ingiocabile, in quanto non ha senso e non fa senso.
Si fonda a mio avviso anche in questa differenza, sottile e macroscopica al contempo, l’incolmabile distanza tra la performance musicale di Antonello Paliotti e l’incostumata atopia dell’Ensamble della Notte della Taranta: da un lato un tentativo di risemantizzazione della cultura popolare, dall’altro un’improbabile desemantizzazione.
6 Agosto 2007: 200 gli anni delle due anime belle del gargano che aprono i concerti del Carpino Folk Festival 07
Continua la rassegna canora della XII edizione del Carpino Folk Festival attraverso una lunga serata che ha visto esibirsi suonatori e cantori carpinesi a fianco a molti altri in rappresentanza di molti dei centri garganici limitrofi a Carpino, fino agli Alexina ed ai Tarantola Garganica. Serata di musica tradizionale, dunque, prima delle prossime che avranno invece in previsione un panorama rivolto alla riproposta, fino ad arrivare alle due serate finali.
Bella l’idea dei Cunte e Canti (stornelli, proverbi, giochi, indovinelli, cerimonie sacre e profane) proposti da due balconi di piazza del Popolo dai quali delle voci anziane ma forti ed estroverse hanno intrattenuto la prima parte della serata. Questa variante logistica in realtà non è soltanto una nota di colore fine a se stessa ma porta con sé l’espressione di potenzialità comunicative intrinseche a questo tipo di espressione della cultura tradizionale dei centri garganici (e non solo), quella cioè delle popolazioni locali di interagire dinamicamente col discorso urbanistico dei centri storici di appartenenza, centri che a loro volta s’inseriscono nel contesto geografico-ambientale di riferimento.
Detto in altri termini: soltanto un’architettura rurale come quella che caratterizza i centri storici del meridione (e quindi a pieno diritto Carpino e quelli garganici) ha potuto consentire lo svilupparsi di un sistema comunicativo ritualizzato come quello della serenata e del racconto ad personam in cui a dialogare ed interagire non erano solo personaggi del paese (o più semplicemente l’innamorato e l’innamorata) ma istanze architettoniche, espressioni di un’urbanistica spontanea che concentrava significativamente i momenti di aggregazione comunitaria intorno alle poche piazze ed alle principali vie di comunicazione, predisponendo un’edilizia residenziale tutta raccolta intorno al centro (rituale e funzionale) del paese che, nel caso specifico di Carpino, è posto significativamente in cima ad un promontorio dal quale dominava le campagne di pertinenza agricola disposte a raggiera tutt’intorno e fino al Lago di Varano.
Stando così le cose la concentrazione abitativa intorno ad un centro, materiale o immateriale che sia, consentiva quei dialoghi tra gli abitanti che, culturalizzati nel corso dei secoli, hanno dato poi forma alle serenate ed agli altri tipi di interazione comunitaria.
Ospiti d’onore della serata, infine, Carla e Jeannie Ramia dal Libano che con la loro musica sono stati i testimoni di turno del progetto Leader Med (che ha come finalità la valorizzazione comune delle aree rurali del Mediterraneo), nel segno di una comunanza geografica e culturale tra Puglia e Libano, simili per molti aspetti, due dei tanti territori che si affacciano sul medesimo specchio d’acqua, il Mar Mediterraneo, che sa dividere e unire tanti popoli e regioni che ad esso si rivolgono cercando la propria, sia pur eterogenea, identità.
Amedeo Trezza
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival
presenta
“Il Sergent Garcia e il Salsamuffin al Carpino Folk Festival 07”
Niente è così come sembra, tutti portano qualche tipo di maschera, lui porta quella nera di Zorro
Vive nel quartiere parigino di Bellevue perché ama il cosmopolitismo, ha inventato la "salsamuffin", crede nella giustizia sociale, e progetta collaborazioni con i nostri Mau Mau. E’ il Sergent Garcia, ultimo profeta della patchanka che arriva dalla scuderia Virgin, la stessa di Manu Chao e Tonino Carotone e piace molto anche al pubblico italiano evidentemente sensibile al fascino dei ritmi caraibici e afro cubani. Il sound di Sergent Garcia è infatti godibilissimo, frizzante, ricco di energia e spontaneità. L’autore di Camino della vida continua a riscuotere successi a non finire. Tuttavia, non sembra esserne sorpreso, anzi: "La chiave di tutto sta nella combinazione di rimi afrocubani con quelli latini, il risultato è un suono trascinate ed irresistibile".
Sergent García, il suo vero nome è Bruno e ha la tendenza a voler distruggere tutto ciò che può assomigliare a una convenzione o a un’abitudine: un’eredità del periodo in cui suonava la chitarra con il gruppo punk rock cult "Ludwig Von 88". Nonostante in un certo numero di composizioni ci faccia capire come si senta a proprio agio con i suoi stili nella loro forma più pura, in realtà il Sergente si distingue per uno stile che fondendo tutti gli ingredienti musicali più esplosivi, crea un caleidoscopio di ritmi che culmina in alta energia strumentale: un mix di funk, afrobeat, salsa ma che non scorda i canti popolari dell’America del Sud e di Cuba basati sul son, la rumba, la comparsa. Il nuovo album “Mascaras” è un gioioso campionario di alcuni dei sounds che costituiscono il pianeta rock e riunisce le strade del Messico, di Barranquilla, Los Angeles, Kingston, Lagos, Parigi e Valencia.
Arriva in Italia per un tour che lo porterà nelle principali città. Si Parte dal Carpino Folk Festival l’8 Agosto e poi il 16 a Roma, il 17 all’Ariano Folk Festival e il 18 a Milano.
Sergent come sarà il suo show al Carpino Folk Festival? "Sarà uno spettacolo ad altissima energia, una fiesta per ballare spensierati. La durata del concerto dipenderà dal feeling che si instaurerà con il pubblico. A volte suoniamo due ore, a volte tre, sempre a seconda delle emozioni che riceviamo dalla gente. Soprattutto però, largo all’improvvisazione! La gente ha bisogno di divertimento, di ritmo, di una musica fresca e ballabile, che allontani per un attimo le paranoie ed i problemi di tutti i giorni". Parole sante di questi tempi per il Gargano.
Lo spettacolo è realizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con la Regione Puglia, la Provincia di Foggia, il Comune di Carpino, la Comunità Montana del Gargano, il Parco Nazionale del Gargano e d’intesa con il GalGargano e l’Azienda di Promozione Turistica di Foggia.
Sponsor ufficiale della manifestazione Birra Peroni.
L’evento verrà trasmesso in diretta radiofonica da OndaRadio – La radio che serve al Gargano – MediaPartner della XII edizione del Carpino Folk Festival 07 e potrà essere ascoltata in streaming collegandosi su www.carpinofolkfestival.com oppure inserendo nel proprio media player la seguente url – http://s6.mediastreaming.it:7000
5 Agosto 2007: la Notte di chi Ruba Donne e il contrasto tradizione innovazione
di Amedeo Trezza
Questa terza serata del Carpino Folk Festival ha finalmente registrato, per il piacere dell’organizzazione, il ‘tutto esaurito’ in Largo San Nicola, sia durante la prima parte seminariale della serata che – a maggior ragione – durante le esibizioni dei due gruppi previsti per questa sera.
È stata la Sicilia a tenere banco questa sera, prima attraverso le diapositive che illustravano signorilmente, come nello stile del pacato Pino Biondo, il Ciclo della vita, narrato e musicato da estratti dal repertorio tradizionale orale siciliano registrato dal ricercatore siculo: bella perché semplice ed incisiva l’idea di Biondo di scandire le fasi del suo documentario attraverso quelle della vita individuale e collettiva delle comunità che quelle performance sonore e canore hanno espresso e prodotto nei secoli.
A seguire la variegata esibizione del gruppo di riproposizione di musica tradizionale siciliana Terra che, a mio avviso, nella limpida voce principale e nell’antico suono della zampogna ha meglio saputo esprimere la forza arcaica che la tradizione siciliana conserva. Tuttavia, volendo essere severi, gli inviti stile pop music alla partecipazione attiva del pubblico attraverso il battito delle mani e dei cori ripetuti a suon di tamburello non riescono a comunicare altro che la difficoltà ed il rischio della riproposizione che, se pur a volte – come in questo caso – riesce a recuperare dignitosamente il patrimonio tradizionale di una regione ridonandogli nuova linfa vitale, non è mai immune dal rischio di altrettanto indignitosi ‘scivoloni’ verso un intrattenimento globalizzante perché anonimo e, diciamocela tutta, anche un po’ scontato.
La serata poi ha assunto la sua vera dimensione spontanea quando, dopo una decina di minuti di prove tecniche – che però non hanno saputo evitare un simpatico e imprevisto black out dell’amplificazione, i Cantori di Carpino ci hanno regalato un assaggio, davvero troppo breve – non ce ne voglia la direzione artistica, dei sonetti carpinesi.
Forse più prezioso di altre occasioni quello di stasera è stato un momento di partecipazione attiva dei Cantori proprio in mezzo alla gente, a chi li ascoltava e cantava con loro, accompagnandoli con il corpo, la danza e la voce. È soprattutto con Maccarone e Piccininno che quella barriera da palco (che fortunatamente stasera non c’era) non si è sentita affatto e gli spettatori sono entrati nei sonetti carpinesi almeno quanto i due anziani cantori sono entrati nel pubblico guardando in faccia uno per uno gli spettatori sorridendo loro e aspettandosi proprio quella partecipazione che puntuale li ha gratificati. Questa interazione gioiosa e giocosa, che sul viso e sul corpo del brioso Antonio Maccarone si è vista in particolar modo, credo corrisponda alla semplicità di Antonio Piccininno nel voler soprattutto parlare al pubblico, spiegando se stesso e il proprio paese nel mentre dei sonetti sonori.
Stamattina il prezioso e buon Pino Gala al corso di danza, a proposito del contrasto tradizione/innovazione, faceva notare agli astanti che Sacco, Piccininno e Maccarone, proprio imponendosi come gruppo professionalizzato I Cantori di Carpino, uccideva la spontaneità della tradizione musicale carpinese innescando nella popolazione, in passato abituata a cantare, quella funzione di delega nei confronti dei Cantori ufficiali. Inoltre, proprio l’effetto spettacolo di questa progressiva professionalizzazione dell’esecuzione della tarantella di Carpino produceva quella separatezza quasi ontologica tra chi canta e chi ascolta, tra colui che diventa ‘artista’ e chi invece diventa ‘pubblico’. Ruoli questi che ieri sera sono stati per fortuna sonoramente smentiti.
Oggi pomeriggio, a casa sua, Antonio Piccininno nel corso di una mia intervista in compagnia di Franco Nasuti, alla domanda se dal palco si perdeva irrimediabilmente qualcosa della spontaneità comunicativa della tarantella carpinese cantata nei vicoli e sotto gli ulivi la sera come una volta, mi rispondeva sicuro: “forse per gli altri sì ma per me è assolutamente la stessa cosa, io sul palco mi comporto esattamente come se fossi sotto il balcone di una donna a cui fare una serenata”.
È questa la massima sintesi tra innovazione e tradizione, laddove la tradizione vive nell’innovazione che resta al suo servizio senza fagocitarla. Questa prima scommessa è vinta. Un’altra scommessa dovrà essere affrontata un giorno, quando i nostri vecchi cantori non ci saranno più e non si canterà più nei modi della testimonianza autentica, ricordando la propria infanzia. Intanto però siamo per fortuna ancora lontani da quel momento e ci godiamo la nostra viva tradizione millenaria, confortandoci di un ‘ritorno’ atteso e graditissimo, quello della cristallina e giovane femminile voce di Mimma Gallo che ci ha promesso di non lasciare più i Cantori di Carpino.
di Amedeo Trezza
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival
presenta
“Carpino suona e canta con Melpignano”
Martedì 7 agosto – La Notte della Taranta al Carpino Folk Festival
Una grande festa per l’avvio della sezione concertistica della dodicesima edizione della rassegna della musica popolare e delle sue contaminazioni. La serata si apre con i canti e le musiche dei Cantori di Carpino e il progetto speciale di Antonello Paliotti e il Collettivo Musicale Carpinese.
Una grande festa popolare, un tripudio di musiche, canti e balli, di identità rinomate di due aree della Puglia che convergono nella trascinante cornice del Carpino Folk Festival: i suoni dell’Ensemble La Notte della Taranta incontrano quelli della tradizione musicale garganica – martedi 7 agosto con inizio alle 21.30 e finale non prevedibile… – sul palcoscenico allestito in Piazza del Popolo.
Lo spettacolo è realizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con la Regione Puglia, la Provincia di Foggia, il Comune di Carpino, la Comunità Montana del Gargano, il Parco Nazionale del Gargano e d’intesa con il GalGargano e l’Azienda di Promozione Turistica di Foggia.
Sponsor ufficiale della manifestazione Birra Peroni.
L’evento verrà trasmesso in diretta radiofonica da OndaRadio – La radio che serve al Gargano – MediaPartner della XII edizione del Carpino Folk Festival 07 e potrà essere ascoltata in streaming collegandosi su www.carpinofolkfestival.com oppure inserendo nel proprio media player la seguente url – http://s6.mediastreaming.it:7000
L’Ensemble La Notte della Taranta è il cuore della grande Orchestra che si esibisce nell’ambito dell’omonimo e famoso festival salentino (la Notte della Taranta di Melpignano è divenuto negli ultimi anni uno degli appuntamenti più significativi dell’estate italiana), è composta da una ventina fra i migliori musicisti di pizzica e taranta di tutto il Salento e da tutti gli strumenti della tradizione popolare italiana: zampogne, ciaramelle, organetti, tamburelli, mandolini, violini, chitarre battenti, ghironde, lire, arpicelle, conchiglie e tanti altri strumenti "minori". Un organico che nella pratica folklorica non esiste e che può quasi apparire come un’impertinenza culturale, ma che in realtà è divenuto un centro di recupero delle forme e delle modalità espressive del passato e al tempo stesso un mezzo efficace di trasmissione di saperi e repertori altrimenti a rischio di estinzione. Al centro del repertorio dell’Ensemble Popolare è la pizzica, la musica che scandiva l’antico rituale di cura dal morso immaginario della tarantola, il pericoloso ragno velenoso. La tradizione vuole che per liberare la vittima, di solito una donna, si suonassero incessantemente i tamburelli a ritmo vorticoso finché non veniva sciolta dall’incantesimo. Al suono dei tamburelli si accompagnava un ballo ossessivo e ripetitivo, che contribuiva ad esaurire il veleno.
Il progetto “Ensemble La Notte della Taranta” ha la finalità di riunire in un unico spettacolo i momenti più significativi che hanno caratterizzato le edizioni del festival la “Notte della Taranta” dal 1999 al 2006.
Durante il concerto si alterneranno momenti di grande poesia regalataci da Piero Milesi, a momenti di esplosione ritmica firmati da Stewart Copeland con la complicità di Vittorio Cosma passando per le sonorità tipicamente popolari e di grande impatto emotivo, di Ambrogio Sparagna.
Ai componenti dell’Ensemble per l’occasione si aggregherà Alessia Tondo l’eroina della NdT che a soli 5 anni già cantava e suonava il tamburello con il gruppo di musica popolare "Mera Menhir" e che è stata ascoltata da 13 milioni di spettatori quando dal programma Rock Politik di Adriano Celentano su Rai Uno insieme al gruppo Sud Sound System ha cantato "Le Radici ca Tieni".
La cortesia dell’Ensemble verrà ricambiata il 25 agosto quando ad aprire il concertone finale della Notte della Taranta saranno invece i Cantori di Carpino, i due "vetusti cantori" Antonio Piccininno e Antonio Maccarone, gli unici grandi maestri della tarantella, grazie ai quali non si sono perse nel tempo quelle tradizioni che hanno reso Carpino il punto di riferimento della musica popolare italiana.
Due grandi eventi, un unico Grande Spot per il patrimonio culturale immateriale della Puglia affinché il Gargano e il Salento vengano inclusi nella Lista del Patrimonio Immateriale dell’Unesco.
Tutti gli spettacoli del Carpino Folk Festival sono rigorosamente gratuiti
Per dettagli e maggiori informazioni www.carpinofolkfestival.com
LEGGI PROGRAMMA LUNEDI 6 AGOSTO 1
LEGGI PROGRAMMA MERCOLEDI 8 AGOSTO
REPORTAGE DELL’APERTURA DEL CARPINO FOLK FESTIVAL ’07
REPORTAGE DELLA SECONDA SERATA DEL CARPINO FOLK FESTIVAL ’07
4 Agosto 2007: da 52 minuti videoraccotati ad un tentativo di antropologia della festa popolare
di Amedeo Trezza
Questa seconda serata della XII edizione del Carpino Folk Festival ci ha offerto due interessanti punti di vista sulla realtà carpinese: se per un verso abbiamo assistito ad un lungo e ricco documentario sul fenomeno ‘Carpino’, per un altro invece ci siamo trovati di fronte a delle pagine di chi quel fenomeno lo ha vissuto anche dall’interno e ne ha fatto una primissima esperienza di scrittura.
Il testo di Giulia Marra, Dalla festa popolare al moderno folk festival, dopo aver passato in rassegna argomenti utili ad introdurre la materia delle sue riflessioni e ad inquadrare il fenomeno carpinese, ci sembra tocchi (in particolare nelle ultime sezioni del testo) alcuni temi che, benché di marca antropofilosofica e religiosa – quali appunto le riflessioni intorno alle esperienze della sensibilità e della spazialità, eccedono però i riferimenti ad Eliade e ad Arino Lombardi Satriani, innescando tutta una serie di problematiche connesse alla presa in carico dell’istanza della corporeità come nodo di senso a partire dal quale argomentare i concetti di spazio fisico e rituale, da un lato, e la tematica della sensibilità fisico-corporea dall’altra.
E dunque, stando così le cose – e in linea con una scuola di pensiero che qui limitiamo ad almeno due nomi della tradizione fenomenologica (Bergson e Merleau-Ponty), vediamo come in un moderno festival di musica popolare, così come anche nelle performance musicali tradizionali, il corpo svolge un ruolo di soggetto attivo e senziente che fa senso attraverso i cinque sensi (partecipando interattivamente e quindi tridimensionalmente all’evento), istituendo così lo spazio intorno a sé, uno spazio dell’agire e dell’abitare che prende forma intorno ad un percorso di senso collettivo tessuto proprio a partire dal corpo proprio inteso nella sua polivalenza multisensoriale.
È, infine, proprio attraverso questi canali che prendono…corpo i tentativi di risemantizzazione dell’evento festivo, assumendo valenze di volta in volta inevitabilmente differenti, pur sempre però istradati dalle potenzialità iscritte nell’istanza corporea della soggettività senziente.
Se il punto di vista del percorso di Giulia Marra è più ascrivibile a quello dell’insider, di chi cioè partecipa a vario titolo dall’interno all’evento che racconta, il lungo documentario I cantori di Carpino di Thierry Gentet per la Mira Production non può che essere assimilabile, quantomeno per ovvie ragioni geografiche, al modello descrittivo tipico dell’outsider, dell’osservatore esterno ed estraneo al mondo che intende raccontare.
Al di là dei facili commenti di elogio che questa produzione può ricevere, quanto ad esempio alla cifra stilistica della regia e della sceneggiatura, ci sembra forse più utile concentrare questa nostra breve riflessione, che cade alla fine della seconda giornata del Festival, piuttosto proprio sull’alterità, sull’estraneità di questa istanza narrante, della sua posizione di outsider, appunto.
Se prima abbiamo definito ‘descrittivo’ il modello narrativo dell’outsider, possiamo ora definirlo anche – e soprattutto – ‘cognitivo’: infatti è evidente, balzando subito ai nostri occhi, come tutta la tradizione francese razionalista seicentesca, illuminista settecentesca e infine positivista ottocentesca, trasudi nell’ideazione di questo progetto. È propriamente in questo che consiste il divario (che fonda la posizione da outsider) tra chi racconta e cosa si racconta, cioè un popolo, una terra, una musica, una tradizione che con quelle istanze filosofiche ha davvero pochissimo da condividere (si voglia per motivi storici, geografici o socio-antropologici).
Tuttavia c’è da dire che proprio questa frattura permette di far scoccare una scintilla molto feconda e che ci porta molto lontano. Quella diversa tradizione di pensiero è riuscita a dare un taglio socio-ambientale all’argomento, sottolineando e non perdendo mai di vista le istanze sociologiche (che proprio col positivismo hanno visto la luce nell’Europa moderna) che fondano usi e costumi di un paese come Carpino.
Inoltre, e per concludere, se non avessimo avuto il privilegio di uno sguardo altro, così estraneo, oggi non avremmo questo documentario. Sarebbe forse mancato lo stimolo, tant’è che finora, i fatti sono più eloquenti delle parole, un documentario simile non era ancora stato realizzato. In altri termini: la differenza crea consapevolezza. È proprio qui che risiede il grande valore delle differenze identitarie, da preservare e rispettare.
Anche questa sera, dunque, la direzione artistica del Carpino Folk Festival, inaugurando la propria autonoma attività editoriale e firmando una coproduzione così prestigiosa, ha saputo dare spazio ad un fecondo dibattito, impreziosito dalla dolcezza della voce pacata e consapevole di Giulia Marra.
Luciano Castelluccia, in uno dei passaggi del filmato, bucando letteralmente lo schermo, ha detto: “mi sento di Carpino fino in fondo, mi sento figlio di Sacco, di Piccininno, di Maccarone…io mi sento figlio della tradizione”. Fantastico, chi ben comincia è a metà dell’opera; chi ora è figlio presto ne diventerà fedele amante, pronto a generare a sua volta nuovi figli.
Amedeo Trezza
Nell’ambito del Leader Med, il progetto di cooperazione transnazionale che mira alla valorizzazione comune delle aree rurali del Mediterraneo, il GAL Gargano ha scelto la kermesse musicale in programma a Carpino nei prossimi giorni per la presentazione del Progetto Pilota con la Regione di Byblos (Libano).
A tal proposito, lunedì 6 agosto con inizio alle ore 20,30 in piazza del Popolo si terrà una conferenza stampa organizzata dal Gal Gargano, proprio per illustrare le finalità del progetto e per consolidare il legame tra la Regione di Byblos e quella garganica. La tavola rotonda, coordinata dal direttore del Gal Gargano, Mario Trombetta, precederà il concerto di alcune band musicali libanesi che si esibiranno insieme ai cantori di Carpino e del Gargano.
Il Libano e la Regione Puglia sono legati, oltre che da caratteristiche territoriali e climatiche simili, anche da un cammino ideale: l’antica via Appia di epoca romana, che partendo da Roma termina a Brindisi per riprendere a Byblos (Libano).
In Libano si è tracciato un percorso comune tra il GAL Gargano e gli operatori libanesi nel campo dell’agroalimentare e della ristorazione, precostituendo le linee di ulteriori attività nell’ambito agricolo e in quello interculturale e turistico, lungo l’antica via Appia. Come si può intuire il progetto ha come finalità quella di mettere in mostra la parte bella del Gargano e del Libano e quando si parla di musica popolare, o in generale di tradizioni popolari, il connubio indispensabile è quello con le altre produzioni tipiche dell’agro-alimentare e del comparto artigianale.
Quella di lunedì sera sarà una manifestazione che mira a valorizzare tutte le produzioni tipiche del territorio garganico e libanese che, per il forte legame di natura socio-economica esistente, detengono un ruolo di primo ordine nella economia dei sistemi locali di produzione.
L’efficacia di una tale azione, tuttavia, è subordinata al grado di coinvolgimento fattivo e propositivo che si riesce ad instaurare fra gli operatori locali e in questa direzione, il ruolo del Gal, della Comunità Montana e del Parco Nazionale del Gargano, per la parte italiana, e delle istituzioni Libanesi è fondamentale per riunire tutti gli attori delle filiere interessate, stimolandone la partecipazione responsabile e consapevole per trasformare Carpino, durante tutto il Carpino Folk Festival, nella vetrina del Gargano e del Libano.
Alan Lomax in Salento, le fotografie del 1954, presentazione di Luigi Chiriatti
“Immagini e in bianco e nero: paesaggi, chiese, strade, bambini, volti di donne e uomini che sorridono e cantano intorno a un microfono, oppure mentre lavorano il tabacco o cazzanu (spaccano) le pietre. È il Salento che Lomax fotografa nel 1954, quando con Carpitella va in giro a registrare le melodie e i canti di questa parte d’Italia. […] Nelle immagini di Alan Lomax paesaggio, uomini e donne si incrociano e si raccontano, nella loro bellezza estetica e nella loro miseria”.
A leggere queste prime ed ultime parole dell’intervento di Luigi Chiriatti nella prima parte del testo presentato ieri sera dal titolo Alan Lomax in Salento, le fotografie del 1954 sembra quasi di ascoltare invece un commento a caldo appena terminata la proiezione dei due documentari (Fata Morgana di Lino del Fra e Li mali mistieri di Gianfranco Mingozzi) a corredo del lavoro di Mirko Grasso dal titolo Scoprire l’Italia. Inchieste e documentari degli anni ’50.
Ciò che sembra emergere infatti da quei paesaggi e da quei volti trasmessi attraverso un codice visivo in bianco e nero, sebbene proiezioni istantanee e immobili di un mondo altro, è la messa in movimento di una realtà pur dinamica nel suo essere stata se stessa e l’apertura ad una condivisione di stimoli che appartiene invece alla dinamicità delle immagini in movimento dei due documentari.
Tra i due tipi di testi visivi (accompagnati da altrettanti testi scritti) c’è una linea di frattura drammatica, quella dell’emigrazione: mentre le foto di Lomax ci raccontano di una realtà contadina, perlopiù femminile, emarginata e lasciata nelle retrovie del progresso, nel Sud dimenticato e muto degli anni cinquanta, i due filmati ci fanno vedere come invece proprio i compaesani di quei volti fotografati in bianco e nero, strappati dalla loro terra, hanno rincorso la chimera di un progresso solo promesso.
Una linea di frattura dunque che può diventare però una linea di sutura tra comunità dimenticate nelle amare arsure meridionali e comunità emigrate nelle lande fumose e umide della pianura padana, in neo-periferie industriali malsane e abbandonate dalla società civile, ma che proprio quella società civile ha saputo così ben prevedere e predisporre. E propriamente la sutura consiste nella constatazione del medesimo stato d’indigenza in cui sembrano versare tutti, chi va al Nord e chi resta al Sud, sia pur per motivi differenti: una continuità di stati di miseria che sembra accompagnare l’uomo meridionale ovunque egli vada.
Nonostante la presa di distanza che fonda oggi ogni nostro atteggiamento critico nei confronti di questi documenti ridonati finalmente alla memoria ed alla luce del sole, quello stato d’indigenza comune per diversi aspetti tanto agli emigranti quanto a chi decide di non andar via dal proprio paese d’origine, persiste ancor oggi, anche se in forme differenti. La fuga di braccia e di cervelli, dal Sud come dall’Italia intera, non è diminuita: assistiamo senza scandalo alcuno ogni giorno alla dipartita dei nostri giovani e meno giovani verso regioni d’Italia e d’Europa in cerca di lavoro, di ricchezza o soltanto di soddisfazioni professionali altrimenti negate. E non ce ne scandalizziamo.
Se pure la retorica del Ventennio ha drogato e drogava le immagini del nostro paese che transitavano dai mass media di allora, la retorica altrettanto autoritaria che le ha fatto seguito a guerra conclusa, tanto del mito del potere della classe operaia da un lato quanto del liberalismo di marca capitalista a stelle e strisce dall’altro, non ha saputo far molto di meglio. Se infatti siamo qui a vedere questi documentari, meritoriamente realizzati in stato di democrazia ma poi tenuti lì lontani dalla sensibilità collettiva, ci sarà un motivo. Se appaiono in qualche modo inediti e degni perciò di menzione addirittura attraverso due pubblicazioni, ciò sta a significare che al grande pubblico non sono mai efficacemente arrivati, che non sono mai stati sdoganati.
Questa di ieri mi sembra essere stata, invece, un buona mossa proprio in tal senso.
Amedeo Trezza – Ufficio Stampa Carpino Folk Festival