E’ passato poco più di giorno dall’invio della nostra Lettera Aperta e la nostra campagna di sottoscrizione per valutare se la richiesta di un Auditorium fosse avvertita solo da noi promotori oppure se, come pensavamo, il territorio ne sentisse veramente l’esigenza, ha avuto un immenso successo. La tendenza a sottovalutare la funzione decisiva della cultura rischia di compromettere il futuro del nostro Paese.
“Una comunità avveduta non si appaga dell’oro sonante delle monete”, il monito di Erasmo da Rotterdam che ogni classe dirigente dovrebbe sempre tenere presente.
Così come vale per la giustizia e l’istruzione, la cultura è da considerarsi una necessità da cui la vita pubblica non può e non deve prescindere.
Nello specifico, è importante sottolineare che parlare della cultura di un territorio significa necessariamente riferirsi alle testimonianze che la storia ha depositato in esso, ma anche alla sua vita globale e quella attuale.
Ciò è tanto più vero nel momento in cui si considera quello che è il rapporto tra cultura e sviluppo.
“Cultura” è una di quelle parole usate con grande frequenza e disinvoltura, ma non sempre risulta facile definire esattamente il suo significato.
Un sociologo americano, parlando del proprio paese, tentò di darne uno proprio: “culture is how we do things on here”, ovvero la cultura non è altro che l’adoperarsi per il proprio territorio.
Molte volte capita di osservare come dalla fortuna di essere nati in un posto dalle mille risorse scaturisca nella popolazione una sorta di apatia.
Non si può fare affidamento esclusivamente su ciò che la natura offre; al contrario, occorre creare delle basi che possano rivalutarla e salvaguardarla nel tempo. Quale base migliore della cultura?
Oggigiorno la gente ha bisogno di nuovi stimoli e se si ha intenzione di promuovere il proprio territorio bisogna iniziare ad offrirne qualcuno; bisogna iniziare a fare cultura.
E’ ben difficile che vi sia salvezza per una qualsiasi comunità se le sue forze più fresche e generose non vengono cresciute nella luce dell’intelligenza, del sapere, della cultura.
Per la propria prosperità, per il proprio futuro, quindi la comunità regionale deve essere lungimirante e sostenere con ogni mezzo, come fattore essenziale di civiltà e sviluppo, le forme più degne della scienza e della cultura, tanto quelle coltivate nelle istituzioni statali, quanto quelle che fioriscono, spesso tra enormi difficoltà, nella società civile.
Alla luce delle considerazioni svolte chiediamo al Presidente della Regione Puglia un segnale nella direzione invocata già a partire dalla Pianificazione Strategica di Area Vasta.
Lo scorso mese di Settembre l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival rivolse un analogo appello alle istituzioni locali della Capitanata affinché anche la cultura avesse un progetto bandiera per Area Vasta "Capitanata2020".
L’appello nasceva dalla necessità di creare un simbolo che possa cogliere le peculiarità del territorio, che coniugasse nell’ottica eco-compatibile cultura, turismo e ambiente, e nello stesso tempo favorisse uno sviluppo sostenibile dei bisogni delle generazioni presenti senza compromettere quelli delle generazioni future: l’Auditorum della Musica Popolare del Gargano concilierebbe perfettamente tutto ciò.
Unitamente all’opera di Renzo Piano per Padre Pio a S. Giovanni Rotondo, l’Auditorium (progettato ad es. da Massimiliano Fuksas, grande rappresentate italiano dell’architettura dei nostri tempi, oppure da Richard Meier) sarebbe, inoltre, un ottimo biglietto da visita per il Gargano nel contesto del turismo culturale internazionale.
Quella dell’Auditorium è l’idea di una struttura architettonica idonea alla realizzazione di ogni tipo di evento, da quelli artistici e culturali (concerti, spettacoli, mostre artistiche, proiezioni) a quelli economici (fiere, esposizioni) e politici (congressi, dibattiti, comizi), capace di sviluppare nuove attività in grado di attrarre flussi consistenti di visitatori, nonché qualificare, diversificare e ampliare la filiera turistica.
Non deve suonare strano, chiediamo di fare turismo con la cultura.
Un Auditorium, quindi, sufficientemente multifunzionale che consenta il suo utilizzo per ogni aspetto della vita sociale delle nostre terre, tra le meno servite e svantaggiate del territorio nazionale da forme di aggregazione politica, economica e sociale.
Il nostro Appello è stato accolto dalla progettualità del Comune di Carpino, che ringraziamo per la sensibilità dimostrata.
Ora chiediamo al Presidente della Regione Puglia di dare slancio al nostro simbolo, intervenendo affinché l’Auditorium diventi un progetto concreto della Puglia.
Nel riallineamento delle proposte progettuali relative al Documento Strategico Regionale, chiediamo che gli venga dato il valore specifico adeguato a promuovere anche sul nostro Gargano attività ed eventi culturali di richiamo di scala nazionale e internazionale, che in assenza di strutture adeguate non solo non potrebbero essere realizzate, ma inevitabilmente taglierebbero fuori questo territorio dal raggio del turismo culturale.
Certi che le nostre aspettative non rimarranno disattese, porgiamo i nostri più distinti saluti.
L’associazione culturale e.laboratorio P.A.C., con il patrocinio della Regione Puglia e del Comune di Apricena, organizza il quarto meeting Matteo Salvatore, poeta contadino e indimenticabile cantatore della fatica quotidiana della nostra gente.
Il meeting articolato su due serate, si svolgerà nei locali della parrocchia "Sacra Famiglia di Apricena" messi cortesemente disposizione dal parroco Don Paolo Lombardi ed avrà il seguente programma:
-sabato 15/11/08 ore 20,30: breve saluto degli organizzatori cui seguirà una serata dedicata ai suoni e canti garganici con i gruppi musicali "I Girolle°r" e "Rione Junno".
-domenica 16/11/08 ore 20,30: serata divisa in due parti; la prima dedicata al folk rock con il gruppo "Contrada Capiroska" e la seconda alla musica etnica salentina con i "Malicanti".
Per ulteriori informazioni nonchè sulla preventiva vendita degli abbonamenti (costo per le due serate 10 €) o dei biglietti per ognuna delle singole serate (costo 8 €) si possono contattare i nn. telefonici 3400532497 e 3493988247.
Le Voci dell’Anio – Musiche Tradizionali della Valle dell’Aniene di Ettore De Carolis
lunedì 10 novembre 2008 ore 18,30
Roma Auditorium Parco della Musica
MUSA – Museo degli Strumenti Musicali Viale de Coubertin, 30
Introduzione di Silvio Grazioli (Sindaco di Trevi nel Lazio)
Interventi di Maurizio Agamennone e Gioacchino Giammaria
CONCERTO
Alessandro Mazziotti – zampogne zoppe e a chiave, flauto di corteccia
Bianca Giovannini – Voce
Interverranno dei suonatori tradizionali della Valle dell’Aniene
Al volume " Le Voci dell’Anio" edizioni Squilibri, sono allegati due Cd audio con registrazioni sul campo effettuate da Ettore De Carolis dal 1972 al 2004. Si tratta della più imponente raccolta di documenti sonori sulla Valle dell’Aniene mai pubblicata prima. La parte musicale
e la selezione delle tracce audio è stata interamente curata da Alessandro Mazziotti. Il libro contiene oltre agli scritti di Ettore De Carolis e molte foto, degli interventi di Domenico Ferraro, Maurizio Agamennone, Alessandro Mazziotti, Gioacchino Giammaria.
In Merito al post “OGNUNO PERSO DENTRO I FATTI SUOI” del 31/10/2008 in questa stessa categoria, ci scrive Antonio V. Gelormini.
“Caro Piero, come non concordare con Berthoud, e sai quanto possa essere musica per le mie orecchie la sua analisi. Forse è il caso che le Associazioni sul territorio comincino a riempire i vuoti di cosiddetta sensibilità istituzionale, in maniera pro-attiva, e si facciano carico del lavoro di stimolo alla consapevolezza delle rispettive potenzialità di attrazione.
“Diventare attori protagonisti del nostro futuro, senza aspettare le risorse di un produttore che non si manifesta, potrebbe diventare motivo di nuova attenzione e forza gravitazionale per orbite non ancora segnate. Imparare a percorrerle sarà senz’altro occasione carica di suggestione e sfida altrettanto affascinante.
“Non c’è che svegliare il nostro naturale e comune spirito “diomedeo”. Mettiamoci in rete, vediamoci, frequentiamoci, contaminiamoci, punzecchiamoci. Ci sarà da divertirsi davvero. Dopotutto l’Ulisse dantesco, senza dubbio più moderno di quello omerico, ce lo raccomanda da secoli: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza”.
“Ciao. A presto. Antonio V. Gelormini”
Articolo tratto da PuntodiStella.it

Reportage del nostro inviato Rocco D’Antuono
Altro che foreste e Kangaroo, i nostri connazionali stanno proprio bene e ci hanno fatto vivere dei giorni indimenticabili e pregni di emozioni.
Arrivati all’aeroporto di Melbourne, all’uscita ci attendono numerosi i nostri compaesani e il sindaco di Moreland Joe Caputo. E’ strana la sensazione provata quando dei perfetti sconosciuti ti accolgono così calorosamente, ti chiedono "a chi sei figlio" (o meglio a chi sei nipote, visti gli anni trascorsi lontano da Carpino). Appena dico il nome e soprannome di mia nonna un signore si riempie di felicità sorridendo perfino con gli occhi: <<io abitavo vicino casa di tua nonna, conosco "sinella, menichina, filumeia"… tutte le sorelle di tua nonna, eravamo coetanei "bambini che giocavamo assieme"….>>
Dopo numerosi abbracci e mutui riconoscimenti veniamo accompagnati al nostro alloggio in Lygon Street, la strada degli italiani a Melbourne. Almeno un tempo, infatti nei vari ristoranti dai nomi "da Mario", "Piccola Italia" etc servono e cucinano ormai indiani, cinesi e sudasiatici in genere; nuovi migranti, nuove storie di uomini sradicati dalle loro culture. Nei ristoranti si trovano fettuccine all’arrabbiata speziate all’inverosimile, scritte del tipo "zucchini, gnocci" etc. Di italiano molto spesso c’è solo il marchio oppure il tutto: gli edifici, le strade,binari del tram piantati da mani italiane negli scorsi decenni.
Vaghiamo come piccola ciurma di nuovi e diversi migranti, lo facciamo alla ricerca di storie.
Viviamo la nostra piccola e misera tragedia del trovarsi in terra straniera. L’inglese lo mastichiamo, ma quant’è difficile spiegare ad un cameriere cinese cosa è un "Cruassant" (alla francese) mentre lui conosce solo la parola "croissant" pronunciato nello slang australiano (che non saprei ripetere).
Vaghiamo senza una meta, quando sentiamo la prima parola in Italiano:ciao. E’ Maria che ce la dice, i nostri occhi si aprono e ancor più i nostri cuori. Maria lavoro al bar sotto il nostro alloggio e facciamo subito amicizia. Maria ci parla del lavoro e dei sacrifici che sta facendo con suo marito per costruirsi la propria vita e ci fa notare che lì è molto meglio che in Italia. Ci dice, qui se vuoi puoi lavorare, puoi costruirti una famiglia e letteralmente una casa. In Italia non si può più campare. Maria ci ha seguito nelle nostre varie tappe e dicendoci addio ci siamo commossi fino al pianto.
La domenica, il giorno dopo il nostro arrivo siamo invitati ad un barbecue tra parenti ed amici e lì ascoltiamo quello che ci piace sentire:ognuno ci racconta il suo viaggio e cosa ha dovuto passare per realizzarsi, la sua storia pluridecennale in terra d’Australia. Ci parlano di campi di quarantena per gli immigrati disoccupati, ci parlano di lotte affrontate per costruire quello che oggi si ritrovano: un’esistenza felice, la casa, la famiglia, una vita sociale attiva.
E a proposito di vita sociale attiva è d’obbligo sottolineare l’attività svolta nei circoli e nelle associazioni culturali "paesane e regionali". Infatti oltre all’attesa Associazione Culturale Pugliese d’Australia, visitiamo i vari social club di paese e quello che ci stupisce e il San Marco in Lamis Social Club, che funge dal fulcro per le storie di vita di tutti i Sanmarchesi a Melbourne e dintorni. Ci sono più Sanmarchesi a Melbourne che a San Marco in Lamis in Puglia!!!!
Non basterebbe un reportage lungo come un libro per raccontare le emozioni vissute nei vari appuntamenti tra la comunità carpinese, al San Marco in Lamis Social Club, presso l’Associazione Culturale Pugliese d’Australia, all’Anzano di Puglia Social Club.
Un’esperienza particolare è stata vissuta anche nell’incontro lezione presso la Melbourne Girls Grammar School. Quella è una scuola femminile frequentata da ragazze molto benestanti (lo testimoniano le Cayenne che attendono le ragazze all’uscita). La lezione tenuta dai componenti dei Malicanti (gruppo rappresentativo di tutta la tradizione di musica popolare pugliese) entusiasma le ragazze e le smuove da la loro flemma caratteristica.
Vedere Enrico Noviello (detto ‘Nrichë) che spiega come i contadini e i poveri facevano musica arrangiandosi strumenti musicali d’occasione, e le ragazze della Melbourne bene provare i colpi di tamburello su pezzi di cartone è qualcosa che non ha prezzo.
Elia Ciricillo si rende subito simpatico con la sua caratteristica espressività, Valerio Rodelli riempie di gioia le ragazze di pari passo come gonfia il mantice del suo organetto. Daniele Girasoli le scatena nel percuotere il suo tamburo e nel lanciarsi in balli scatenati.
La conclusione e che, come ci testimoniano le ragazze, quella è stata la più bella lezione di italiano!!
Ci sono molti ringraziamenti da fare.
La regione Puglia, attraverso l’Assessorato alle Politiche Sociali ed ai Flussi Migratori, ha permesso la realizzazione di questa Settimana della Cultura Pugliese in Australia.
L’impegno del nostro referente il Sindaco di Moreland, nonché membro della Federazione dei Pugliesi nel Mondo, Joe Caputo e di tutti i suoi collaboratori e di tutti gli italiani che ci hanno accolto è stato fondamentale.
Poi il ringraziamento va a tutti quelli che ci hanno regalato giorni indimenticabili ed un calore sovraumano. Grazie ai tanti volti, grazie alle tante persone, grazie alle tante storie umane. Questa esperienza non verrà mai dimenticata. Grazie, grazie, grazie
Di seguito l’intervista rilasciata alla Sbs Radio – la radio dell’Australia multiculturale. SBS Radio è molte cose per molte persone: notizie, informazioni, intrattenimento, istruzione.
Con diverse comunità culturali e punti di vista, la radio è un ponte di collegamento tra milioni di australiani che parlano un’altra lingua, in più di 68 lingue; la produzione di 650 ore di programmazione ogni settimana, con migliaia di corrispondenti in tutto il mondo, 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana.
L’audio e’ stato cancellato dallo spazio su Splinder
La Bozza del Disegno di Legge sulla Conservazione e Diffusione della Cultura Tradizionale è stato presentato il 16 ottobre a San Giovanni Rotondo durante una Tavola Rotonda a cui parteciperà il prof. Antonio Corsi della Segreteria Particolare dell’on. Sandro Bondi, Ministro per i Beni e le Attività Culturali. L’incontro è stato organizzato dalla Federazione Italiana Tradizioni Popolari con l’Alto Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il Disegno di Legge, presentato a San Giovanni Rotondo, propone di tutelare le Bande Musicali, i Cori e i Gruppi Folklorici italiani e di incentivare la formazione di nuove aggregazioni. Queste Associazioni, che costituiscono una parte fondamentale della cultura del nostro Paese, per il Ministero rivestono un ruolo importante nella società, poiché mantengono in vita un’antica e nobilissima tradizione. Da qui l’esigenza di un maggiore sostegno da parte dello Stato e degli Enti Locali.
Come previsto, non è mancata la presenza di Gruppi Folklorici provenienti da Puglia, Campania, Basilicata e Molise, Bande Musicali delle province di Foggia e Bari, e i saluti del Presidente della FITP, Benito Ripoli, del Sindaco di San Giovanni Rotondo, Gennaro Giuliani, e del Presidente della Provincia di Foggia, Antonio Pepe. Alla Tavola Rotonda hanno aderito Regione Puglia, Provincia di Foggia, Comunità Montana del Gargano, Comune e Pro Loco di San Giovanni Rotondo. Partner dell’evento MIB Euroteam e CDP Service.
Fonte: cdpservice.it
A quasi tre anni di distanza dal precedente “Ovunque proteggi” (disco di platino con 80mila copie vendute) arriva “Da solo”, nuovo album di inediti di Vinicio Capossela.
Presentato dall’autore come un album per pianoforte e strumenti inconsistenti, il cd è stato registrato e mixato a Milano da Taketo Gohara e ai Brooklyn Studios di New York da JD Foster (produttore di Marc Ribot, Calexico) ed Andy Taub tra gennaio e marzo ed è prodotto da Vinicio Capossela con la collaborazione del chitarrista Alessandro “Asso” Stefana.
Diversi dei brani di “Da solo” ruotano intorno al relazionarsi verso le cose più grandi dell’uomo, l’unione, la guerra, la distanza, trovare le parole, perderle, il cielo, il silenzio, l’America, la clandestinità, la verità, i rapporti e le diverse angolazioni da cui sono visti.
Le canzoni sono state scritte in gran parte tra novembre e dicembre 2007 a Milano, con il solo accompagnamento del piano. A poco a poco che prendevano forma, però, erano gli stessi brani a suggerire gli strumenti da utilizzare per gli arrangiamenti. Per questo, l’album è costruito musicalmente in maniera quasi filologica: il piano e la voce sono da soli al centro e intorno – a fargli a volte da coro, altre da ombre, da tintinnio, da ambiente, da aria – una serie di strumenti inusuali (bicchieri, theremin, sega, toy piano, riverbero degli archi), a volte fantastici ( il mighty Wurlizer, l’optigan, il mellotron) a volte corali (le ance da “Salvation Army”, ossia da “esercito della salvezza”, gli ottoni), i fiati che si dispongono insieme alla grancassa attorno al piano, assentono, scuotono la testa e gli danno ragione.
A disco finito si è aggiunto un ultimo brano, “La faccia della terra”, nato nel viaggio verso il West dell’America e registrato a marzo a Tucson da JD Foster nel corso di una improvvisata session con i Calexico. La band di Joey Burns e John Convertino non è però l’unica ospite del disco, al quale hanno partecipato anche gli ottoni di Frank London e Matt Diarrau dei Klezmatics, il violoncello di Mario Brunello (in “Lettere di soldati”), gli straordinari strumenti giocattolo di Pascal Comelade (ne “Il paradiso dei calzini”) e il cristallarmonio di Gianfranco Grisi. Tutti i brani del nuovo disco sono tutti scritti da Capossela, tranne
“Non c’è disaccordo nel cielo”, che riprende il titolo di un vecchio inno composto nel ’14 da Frederick Martin Lehman, e di cui Vinicio ha conservato la melodia riscrivendone il testo.
Questa la track-list di “Da solo”: “ Il Gigante e il Mago”; “In Clandestinità”; “Parla piano”; “Una giornata perfetta”; Il Paradiso dei calzini”; Orfani Ora”; Sante Nicola”; “Vetri appannati d’America”; “Dalla parte della sera”; “la faccia della terra”; “Lettera ai soldati”, “Non c’è disaccordo nel cielo”; “Da solo tutt’quant” (ghost track).
Il 17 ottobre Vinicio Capossela presenterà il suo nuovo album con un concerto che andrà in onda in diretta su RadioUno Rai alle ore 21, poi il 31 ottobre prenderà il via il nuovo tour teatrale "Solo Show", che si concluderà a Roma al Teatro Sistina il 9 aprile 2009.
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La Regione Puglia, Assessorato alla Solidarietà
in collaborazione con
Associazione Culturale Carpino Folk Festival & Federazione Pugliesi Australiani
e con il Patrocinio dall’Assessorato al Turismo della Regione Puglia
presentano
La Memoria Storica della Puglia e dei Pugliesi nella Musica Popolare del Gargano
Moreland, Melbourne Australia dal 20 al 26 ottobre 2008
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Oggi non si usa più cantare, ma cantare in passato svolgeva un’importante funzione umana tra le più normale e quotidiane.
Non si cantava solo davanti ad un pubblico per eseguire un brano. Cantavano un po’ tutti, dovunque e nelle più disparate occasioni: di mattina, di giorno e di notte; in casa, per strada e durante i lavori.
Innumerevoli sono le testimonianze di come sul lavoro, il canto aiutasse a supportare le fatiche. Spesso lo strumento di lavoro se di tipo percussivo, scandiva un ritmo musicale. Si pensi agli spaccapietre. I picconi formavano degli archi sopra le spalle dei cantori, il solista dava inizio al canto con il manico sul piccone che gli volteggia tra le mani e con l’acciaio che luccicava nel sole. Gli uomini grugnivano mentre i picconi mordevano le rocce, poi le voci si univano all’unisono.
Si chiamava “la voglia di cantate”, quello stimolo primordiale ad esprimersi vocalmente più o meno connaturale all’uomo. Quel qualcosa in forte vibrazione che partiva dalla fronte e coinvolgeva il naso, la mandibola, i denti, la gola e giù per il petto fino alla pancia. Tutto il corpo partecipava a questa emissione di suoni che tendevano a sublimarsi e che forse corrispondevano al canto dell’uccello o ai versi degli animali in genere, a loro quanto quei versi non erano dettati solo dai più immediati bisogni, ma erano l’espressione di tutta una serie di sentimenti.
Tutto veniva cantato, ogni espressione, ogni conoscenza, ogni avvenimento, ogni sentimento. Canti d’amore, canti di sesso (onnipresenti nei versetti anche se celati), canti di vino, di ebbrezza e di festa. Canti blasfemi, profani, di religione e pagani. Malocchi, scongiuri, magie, favole, credenze, miti e gesta epiche. E la natura quando è benigna e quando è maligna. E gli animali e la loro simbologia.
Antonio Basile
Ufficio Stampa
Associazione Culturale
Carpino Folk Festival

GARGANO MAGICO
Quando, finita la sconvolta discesa di Cagnano, si aggredisce il rettilineo lanciato attraverso la vasta pianura, l’occhio è attento solo all’asfalto che sfila sotto le ruote e, ingannato dall’uniforme piattezza che nasconde persino il lago, trascura Carpino, alto sul pinnacolo di una collina, mezzo nascosto dal movimentato scenario della stretta valle tagliata come una ferita nelle pietrose profondità garganiche.
Carpino è la risultante di una gara tra fantasie anarchiche, un gioco urbanistico realizzato senza regole che alla fine, benché ciò non rientrasse nelle previsioni, ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Veduto dalla strada statale, sembra una bizzarra costruzione cubista eretta da bambini fantasiosi con dadi variamente colorati. Si potrebbe pensare ad un villaggio di nani, costruito sulla loro misura; eppure gli uomini che lavorano nei campi sono di taglia atletica, nerboruti, bisognosi di spazio anche quando crollano per il riposo.
Infatti, di mano in mano che si sale il colle in cima al quale è arroccato il paese, le prospettive di Carpino si definiscono. Il cilindro giallo che si vedeva in lontananza è il breve torrione di un castello ora trasformato in caravanserraglio per non so quanti nuclei familiari, i cubi azzurri, gialli, bianchi sono case tutte quadrate e uguali, con terrazze, balconi, altane a livelli diseguali che si rincorrono in aeree scalinate verso il cielo.
Le strette viuzze sembrano fenditure d’ombra nella gaiezza policroma delle abitazioni e ci si arrampica con le capre camminando sotto cascate di gerani che traboccano dalle terrazze, dai davanzali di aeree finestre raggentilite da cornici di lineare eleganza, da panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto. Quale immaginoso architetto ha elaborato le improvvise scenografie delle ardite scalinate, le quinte policrome di case disposte con capricciosa asimmetria per limitare la vastità del paesaggio spalancato sulla valle, chiudere nel cerchio di raccolta intimità il villaggio battuto dai venti garganici?
Contadini analfabeti, e muratori altrettanto analfabeti furono gli ignari artefici del miracolo urbanistico; le cornici essenziali che chiudono le finestre, le porte ad arco sulle facciate disadorne, l’aggetto dei terrazzi su povere case, rivelano una civiltà del gusto certo non imparata a scuola, ma dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, svariante fra montagna, pianura, lago e mare. E sono ancora contadini analfabeti ad ornare con festose ghirlande di gialle pannocchie, di peperoni scarlatti, disposte con inconscio gusto della decorazione, le facciate delle case esposte al sole, a chiudere con dorati fondali di granturco i vani terminali di stradette aperte sulla vallata.
Carpino gode immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l’intero Gargano. Il signor Roger Vailland, quando, venne in vacanza da queste parti, raccolse come autentiche ed attualissime antiche vicende sepolte da secoli. Gli uomini che siedono al rezzo sulla quadrata piazzetta dominata dalla chiesa, limitata e definita come un palcoscenico su cui la domenica sì recita la piccola sagra delle modeste vanità locali, sono diversissimi da quelli che lo scrittore francese ha abbozzato nel romanzo « La legge », divulgato poi dal film omonimo.
Nelle ore che precedono il tramonto, quando l’aria estenuata dalla calura sfiora con le prime folate fresche i tetti delle case, i carpinesi si riuniscono in piazza, quelli che non lavorano, s’intende, perché gli altri tornano dai campi a notte piena. Il campionario è completo, tutte le classi sociali del paese sono rappresentate. C’è il ricco possidente, ma senza la iattanza del feudatario; c’è il professionista, ma senza la boria del colto fra gli analfabeti; c’è il maresciallo dei carabinieri, ma non la intimidatrice autorevolezza dell’autorità costituita; c’è il manovale povero e analfabeta, ma senza la falsa umiltà del debole angariato.
Formano una comunità ben definita, non afflitta da stridenti ingiustizie sociali. Anche il ricco, quando vi indicano le sue proprietà, risulta un ben povero nababbo; i suoi poderi sono distese di pietra su cui si affannano le capre in cerca di pascolo. Però, il signor Vailland era determinato a scrivere un romanzo ad effetto sull’Italia Meridionale, e poiché altri filoni erano già troppo sfruttati, si rivolse al Gargano, ancora poco noto alle platee avide di sensazioni forti.
Un vecchio feudatario sensuale, cinico, sterminatore di vergini, spietato sfruttatore di plebi sottomesse gli andava bene per un romanzo a tinte fosche impostato sulle differenze sociali nell’Italia Meridionale. Non si può negare che condizioni simili esistano nel Sud non nel Gargano, dove il ricco autentico non esiste. Sovente la ricchezza è più stracciona della povertà, per cui è difficile distinguere l’aristocratico dal manovale. Eppure, nel romanzo dello scrittore francese non c’è un personaggio pulito; prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto « La legge ».
E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici proprio perché nella sua storia non ci sono tradizione fosche. La gente è pacifica, di indole mite, forse un po’ pigra, aliena dalla violenza e dal delitto. Sono uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d’india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini a mettere le mani su piccole cose che non gli appartengono; capre, giumente, muli sorpresi liberi nel pascolo. Dopo averli conosciuti, si comprende che sarebbero generosi, ospitali, se lo potessero. Non potendo offrire altro, diventano amici di chi li avvicina, persino fastidiosi nelle manifestazioni di eccessiva cordialità non sempre disinteressata.
Bellissimo e scenografico, Carpino è forse il villaggio più povero del Gargano, con poca terra da coltivare, assai lontano, nella pianura sconfinante col lago di Varano, con greggi di capre sparse a brucare la scarsa erba sui petrosi pascoli della montagna. Se gli uomini fossero nati inclini alla violenza, nessuno se ne sarebbe stupito; l’ambiente e le condizioni in cui vivono li avrebbero giustificati.
Invece, come tutti i garganici, sono duri solo in apparenza, subito sciolti con coloro che cercano di comprenderli.
Giocano ancora alla « Legge »? Sì, giocano ancora, ma non nei modi con cui li ha descritti Roger Vailland. Si riuniscono in cinque o sei nell’osteria, ordinano alcune bottiglie di vino, o di birra, ed incominciano a puntare con le dita, chiusi in un cerchio di complicità impenetrabile. Si direbbe che congiurino, e giocano soltanto una specie di morra per eleggere il capo, colui che detterà legge. Egli ha il diritto insindacabile di far bere il vino, o la birra a chi vuole lui, mentre tutti gli altri pagano.
Una sola seduta mi convinse che « la legge » è un gioco noioso per chi, come me, non sa penetrare nell’atmosfera di mistero che i giocatori creano, senza comprendere che quel gioco può essere, per alcuni, l’occasione di bevute gargantuesche quasi gratuite. Inoltre, c’è il piacere della beffa, il sorriso agro degli esclusi, la gioia di risate irrefrenabili quando qualcuno si ribella alla « legge ». E’ un gioco molto diffuso nel Meridione, chiamato talvolta passatella, talvolta tocco, talvolta legge.
Un tempo, chi era eletto capo della piccola assemblea di bevitori, aveva il diritto di offrire il bicchiere a chi voleva, ma anche di processarlo dicendogli tutto ciò che pensava di lui, di sua moglie, dei suoi figli, delle sue sorelle, salvato dall’immunità che gli derivava dalla sua condizione di capo. Accuse di furto, adulterio, violenza carnale, pecoraggine erano pronunciate a mezza voce nel fumoso stanzone dell’osteria: cadevano come macigni sull’accusato cui il vino ricevuto dono si trasformava in fiele. Ma nessuno osava ribellarsi, quella era la legge.
Ciò accadeva un secolo addietro, anche i più anziani ne ricordano le movimentate notti invernali trascorse nel gioco della « legge », trasformatosi ora in modesto antagonismo bibitorio. Sempre più raramente, distratti da altri intere (il cinema, la televisione, una certa facilità di amoreggi con le ragazze), si seggono attorno al tavolo, eleggono il capo e attendono la designazione col pomo d’adamo che gli guizza sotto la pelle del collo, tutti in succhio nella speranza di bere quasi gratuitamente alcuni bicchieri di vino.
La sera quando gli uomini tornano dal lavoro nei campi, il palcoscenico della piazzetta si anima d’improvviso. Seduti sui bassi scranni, gli anziani che hanno trascorso le ore in silenzio, cacciando con pigre mani la molestia aggressiva delle mosche, si risvegliano dal letargo per commentare la vita di tutti coloro che sfilano sotto i loro occhi distratti, uomini di pelle scura, conciata e arrostita dal sole, gli sguardi allucinati dal lungo riverbero luminoso, la schiena stroncata dalla fatica della mietitura.
Nelle ore torride della canicola Carpino sembra un paese ubbriaco di luce, un paese stordito dalla vampa, reazioni con le viuzze deserte e la piazza devastata dal spietato. Sono le ore che preferisco in questo fantasioso villaggio, mi eccita il pensiero di camminare sul sonno della gente abbandonata alla siesta, fra le galline che chiocciolano razzolando fra la spazzatura della strada, fra gli asini legati al muro e con le frange inerti a sfiorare il suolo.
Tutto è immobile nella luce arroventata, il silenzio è profondissimo, il ronzìo delle mosche instancabili rimbomba con fragore. Da un’altana, dal terrazzo di uno scoglio, l’occhio ha tutto l’orizzonte per sé, domina la dilagante pianura gonfia di umori caldi. Dal torrioncino di pietra gialla del castello, su cui sventola l’afflitto pavese di povera biancheria intima stesa ad asciugare, il lago di Varano appare come sommerso dalla cateratta di luce che crolla dal cielo sterile.
L’acqua si stempera in tonalità grigio-azzurre, diversificandosi dall’Adriatico non per il sottile istmo di sabbia gialla ma per il variare dei colori; verde fondo il mare, grigio spento il lago.
Tra i campi gialli di stoppie, le cicale si eccitano stridendo con frenesia monotona, ubbriache di sole. Splendono i pomidoro come vampe nell’aria infuocata; sulle pale immense dei fichi d’india, un freddo metallico che non dà ristoro all’occhio abbacinato, gonfiano i frutti spinosi, grossi, polposi, dolcissimi.
Folgorato dal sole, Carpino attende il brivido delle prime ombre serali per ridestarsi; allora il «Caffè Vittoria» e la piazza incominciano a popolarsi per i quotidiani, pigri pettegolezzi, cui il cantilenante dialetto toglie ogni asprezza.
Dopo tanto sole, non si ha più l’energia necessaria alla cattiveria autentica; gli antagonismi, le avversioni, si esauriscono in placata maldicenza, tutti hanno coscienza di essere simili agli altri nei difetti e nelle qualità, di condividere un destino poco benevolo che tutti eguaglia.
Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell’ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L’esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole.
Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo.
Il Carpino Folk Festival fa un ‘Salto’ in Australia
MORELAND – MELBOURNE – AUSTRALIA
Il Carpino Folk Festival, oggi uno dei più importanti eventi della musica popolare d’Europa, nato per omaggiare i Cantori del Gargano col fine di valorizzarne i suoni tramandati di generazione in generazione, le tecniche musicali sviluppate con attenzione, i ricordi vivi e sottili, spesso complessi, a volte epidermici, e per preservare e trasmettere la conoscenza, rituale e tradizionale, incorporata nella memoria di quest’angolo di Puglia, questa volta diviene ambasciatore di culture per i "Pugliesi nel Mondo".
La "Settimana dei Pugliesi in Australia", promossa dall’Assessorato alla Solidarietà e con il Patrocinio dall’Assessorato al Turismo della Regione Puglia, è prodotta ed organizzata dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con la Federazione Pugliesi Australiani.
Il progetto, dal titolo "La Memoria Storica della Puglia e dei Pugliesi nella Musica Popolare del Gargano", nasce dal bisogno di risolvere il senso di vuoto, di solitudine, di diversità, di non appartenenza che il processo migratorio provoca in un essere umano “costretto” ad abbandonare la sua terra e la sua cultura.
Attraverso la programmazione di questa iniziativa culturale si mira a far conoscere, in particolar modo ai giovani emigrati o ai figli di emigrati, il patrimonio culturale della nostra terra d’origine per aumentare il senso di appartenenza a un’estesa comunità, la conoscenza della propria storia e della propria cultura, per migliorare le relazioni sociali e culturali, la lotta all’esclusione sociale, il dialogo multiculturale e la tolleranza e per rafforzare l’orgoglio delle proprie origini.
La "Settimana dei Pugliesi in Australia" verrà cosi articolata:
“Vecchi” e “Nuovi” Pugliesi
L’intendo è far conoscere i diversi aspetti dell’esperienza migratoria, utilizzando il punto di vista del migrante.
Ripercorrere la storia degli emigranti pugliesi in Australia vuol dire comprendere una parte importante del nostro passato, ma anche capire le dinamiche delle nuove migrazioni verso l’Italia individuando le differenze e le similitudini, in particolare comprendere il concetto di etnocentrismo e riflettere sui concetti di stereotipo e pregiudizio.
“Do ut des” – Laboratori didattici
Le fiabe, i miti e le storie popolari appartengono a tutti i paesi del mondo e contengono elementi che ci conducono alla scoperta di particolari ambienti, situazioni, valori, credenze, comportamenti umani. Compito dei laboratori che verranno realizzare è di giungere a un confronto tra i diversi modi di spiegare lo stesso mondo tra chi è rimasto in Puglia e chi è dovuto emigrare.
Reperire il materiale etnografico dei Pugliesi in Australia mediante l’ascolto dal vivo dei brani musicali tradizionali e dei canti, cosi come tramandati dagli emigrati in Australia, valutare la loro esecuzione nelle occasioni sociali o rituali del paese di accoglienza.
Realizzazione di tre corsi, due, di musica e, uno, di ballo popolare a cura de “I Malicanti”:
-corso di danza popolare italiana
-chitarra battente
-tamburello
Esposizione e degustazione dei prodotti tipici pugliesi
Sarà durante questi momenti formativi e informativi che verranno allestiti stand gastronomici, per la degustazione dei prodotti tipici, doc e dop della Puglia grazie alla collaborazione delle aziende del settore.
Il passaggio del testimone
Le generazioni che ci hanno preceduto hanno allestito un immenso repertorio di "testi" musicali, un patrimonio di idee e di emozioni. E’ anche attraverso questo patrimonio che la civiltà attuale è diventata, nei suoi aspetti migliori , quello che è.
Pertanto per fornire ai giovanissimi emigrati i basilari strumenti di comprensione e di analisi di questa eredità verranno organizzati incontri tenuti da musicisti con l’accompagnamento degli strumenti tradizionali. L’intervento è mirato ad analizzare le tappe più significative che hanno segnato il percorso di sviluppo dei suoni e dei testi della tradizione e in modo particolare sarà esaminata la funzione sociale svolta da Andrea Sacco, il più grande testimone della cultura popolare del Gargano. Gli autori, i musicisti, i brani musicali e gli eventi di maggior rilievo degli ultimi cinquant’anni, saranno esaminati parallelamente ai fenomeni socio-culturali ad essi connessi ed alle tematiche più specificatamente tecniche riguardanti la musica: il ritmo, l’improvvisazione, la voce, la canzone.
PugliaEtnoCinema
Presentazione di film, cortometraggi e discografiche inerenti i temi della tradizione pugliese.
Concerto della Tradizione
A Carpino, “la notte di chi ruba donne”, è quella in cui si gira per il paese a “fare innamorare le donne alla finestra", la notte dei sonetti fatti a serenate.
La notte in cui comunicare pubblicamente un rapporto di fidanzamento.
Ricordiamo che questo era il principale compito della serenata a Carpino, ma anche in altri luoghi d’Italia, oltre a quello di consentire il controllo sociale del rapporto da parte della comunità e quello di rinforzare ed esprimere un rapporto di gruppo fra uomini attraverso la loro collaborazione.
L’intendo è far rivivere in Australia una notte di danze al ritmo di musiche lontane, perse nella memoria dei secoli e riattualizzate tanto da rendere il presente in diretto contatto con il passato; una notte di canti e di sonetti grazie al concerto dei I Malicanti.
La serata sarà una continua rievocazioni sonora della figura del grande musicista tradizionale di Carpino, Andrea Sacco, cui alcuni dei musicisti erano particolarmente legati, e si snoderà tra le principali forme di canto e di musica della regione pugliese.
Caratteristica comune a tutti gli esecutori non interni alla tradizione contadina è da una parte l’amicizia con i più vecchi, dall’altra la vocalità e la affinità stilistica musicale: voci piene e non edulcorate, stili essenziali con arrangiamenti praticamente inesistenti.
Prodotto della serata, diverse ore di musica tradizionale eseguita all’antica, con una preponderanza delle voci gridate e dei ritmi da ballo di pizziche e tarantelle, per una sera proposti al pubblico senza rinforzi di batterie, bassi elettrici o tamburi estranei alla tradizione musicale pugliese.
I MALICANTI suona e canta le musiche dei modi contadini di due aree della Puglia, il Salento e il Gargano.
I canti che facciamo li abbiamo appresi da anziani cantatori e suonatori della tradizione che con il passare degli anni sono diventati amici.
Le nostre musiche aggiungono davvero poco, in termini di arrangiamento, alle musiche che abbiamo sentito suonare da loro, e le nostre voci – tutti e cinque cantiamo – non sono “impostate” per il canto lirico, ma tentano di riprendere impostazioni di respiro e di risuonatori propri delle tradizioni contadine.
Infatti a noi emozionavano le voci e i suoni dei vecchi che sono rimasti a testimoniarci un mondo che non è il nostro. E insieme ci siamo chiesti se, suonando, potevamo comunque ricreare qualcosa di quell’universo emotivo.
Il Gargano, la terra sperduta che fino a poco tempo fa pochi sentivano nominare, la terra delle selve, dei giardini, degli aranceti e dei limoni, la terra della chitarra battente, della tarantella e della serenata d’amore e di disprezzo, la terra schiva, refrattaria a confidenze, che spesso nasconde il meglio di se sotto coltri di pudore primitivo, col Carpino Folk Festival si apre al mondo e svela le sue bellezze segrete e i suoi preziosi tesori.