Aiutati finalmente dal tempo clemente tutte le serate si sono svolte regolarmente e cosi si è potuto registrate un successo inaspettato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival anche in considerazione dei dati non confortanti del turismo sul Gargano dopo i noti fatti di Peschici.
Nove le date del festival, oltre 15 i gruppi per un totale di circa 160 musicisti che si sono impegnati a coniugare innovazione e tradizione, 4 i progetti speciali nati come produzioni originali del festival, 3 le esibizioni dei Cantori di Carpino, 3 i laboratori didattici per i giovani musicisti che sono arrivati a Carpino da tutta l’Italia e anche dall’estero, 2 le produzioni che vedono come protagonista il Festival e i Cantori di Carpino, -20% la richiesta rivolta agli operatori della ricettività, ancora mostre fotografiche, escursioni che hanno fatto conoscere le bellezze del Gargano, prodotti tipici e una goccia per la pace in Medio-Oriente.
“Siamo la parte sana del Gargano – dice il Presidente dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival Mattia Sacco –, mentre in altre località il turismo scema a causa di mille problemi strutturali, non ultimo il rogo di Peschici che ne evidenzia tutta la gravità, a Carpino si registra il tutto esaurito ormai da molti anni.
Con l’ennesima affermazione il Carpino Folk Festival si propone ancora una volta come volano di sviluppo attraverso il turismo culturale, quello legato alle tradizioni e ai prodotti tipici e dell’artigianato locale, per il rilancio del turismo tout court del Gargano e delle Puglie. Ma sono in molti ha smentire, ha storcere il naso e a non vedere di buon grado i nostri successi, e con lo stessa logica e lo stesso modo di fare (“se non è merito mio non deve esserlo di nessun altro”) che tiene fermo lo sviluppo economico del nostro territorio da ormai 20 anni. Mentre altri continuano con la logica dei campanellismi (addirittura notti bianche sui lidi organizzate e finanziate con soldi pubblici), noi proponiamo qualcosa che vada ben oltre il nostro territorio e si proietti su mercati nazionali e internazionali. Siamo nell’era della globalizzazione, ma molti pensano che una sagra (con tutto il rispetto per le migliaia di volontari che vi lavorano) sia un’adeguata azione di marketing territoriale o di promozione dei prodotti e delle aziende locali”.
Rocco Draicchio, fondatore del Carpino Folk Festival – primogenito di molte manifestazioni pugliesi – avviò e mise in corsa un treno sul quale molti continuano a mettere pietrucce sui suoi binari sperando di fermarlo. Mentre si continua a organizzare e a finanziare molti spettacoli poi smentiti, rinviati ed infine annullati che nulla lasciano e danno al nostro territorio, se non una serata di intrattenimento, il Carpino Folk Festival parla, fa parlare, canta e suona il Gargano e la Puglia, ricerca, tutela e valorizza un’identità e una cultura degna di essere rivalutata senza la quale non ci potrà mai essere accoglienza e inclusione ma solo esclusione, il contrario di ciò che serve ad un territorio che fa dell’ospitalità e del turismo la sua vocazione principale. Solo un territorio che ha un’identità forte e ben definita sa accogliere e includere il diverso, il visitatore, il turista e questo è uno degli obiettivi del nostro festival.
Sarà difficile uguagliare i numeri di questa edizione, ma le idee e le novità non ci mancano, ci auguriamo solo che gli operatori del nostro territorio si accorgano dell’opportunità che gli offriamo e la smettano di pensare che una volta accallappato il turista questo debba essere incatenato all’interno del proprio villaggio, camping o hotel per paura che possa spendere fuori.
Il Gargano è fuori da queste strutture, il Gargano è lunghe spiagge dorate, trabucchi, piccole baie e qualità alta delle acque, parco e foreste, salubre aria di montagna, sole, tanto sole, storia, antiche tradizioni, monumenti e chiese, opere d’arte, cultura, musica e molte altre sorprese a cielo aperto che se proposte in modo adeguato allora sì che possono far vivere una vacanza da sogno.
Nel deserto occorre costruire grandi alberghi e villaggi lussuosi, sul Gargano No!!!
Sul Gargano è sufficiente salvaguardare, tutelare e valorizzare quello che madre natura ci ha già donato. Non occorrono ne grandi santoni che vengano a emanciparci ne grandi cattedrali (il viaggiatore non sa cosa farsene e ne troverebbe di più belle e di più lussuose in altre località) che fanno salire i prezzi della vacanza, ma servizi, tanti servizi per equilibrare il rapporto qualità/prezzo a dire di tutti oggi molto sbilanciato sul prezzo. Ottima l’idea degli autobus del Gargano, ma ampliamo il raggio, il Gargano non è solo mare e non è solo Vieste e Peschici. Da sole queste due località hanno già raggiunto il loro picco, adesso per crescere anche loro debbono offrire dell’altro e per farlo debbono avvalersi dell’entroterra, quindi del cuore del Gargano.
“Il Carpino Folk Festival – Antonio Basile, ufficio stampa – vuole risaltare la storia, le tradizioni, la cultura, l’arte e i sapori del Gargano e vuole integrare e completare gli altri turismi già esistenti. Puntiamo ad un festival più nazionale e più pugliese, a promuovere la musica popolare e all’opportunità di fare innovazione in questa splendida terra.
Molti ci chiedono perché non siamo allo stesso punto della Notte della Taranta e non si accorgono che in realtà è il Salento nel suo complesso ad aver fatto molti passi avanti. Noi esattamente come loro organizziamo un evento (artisticamente diverso), certo dal punto di vista mediatico minore ma abbiamo anche molte meno risorse economiche e meno certezze. Il punto però è un altro. Intorno a quel evento, nel Salento, si è sviluppato tutto un indotto che nel Gargano è chiuso in se stesso secondo logiche egoistiche. Gli infopoint, la ricettività, l’accoglienza, i trasporti e tantissimi altri servizi non sono certo gestiti dagli organizzatori di quel evento, qui sul Gargano ci si aspetta che ad organizzarli ed a gestirli spetti all’Associazione Culturale Carpino Folk Festival. Dal punto di vista artistico, molti sono gli eventi che vengono inclusi sotto il marchio La Notte della Taranta che fa da cassa di risonanza, qui da noi non solo devi stimolare i creativi ma apponendoci la professionalità da rispettare si viene a battere cassa. Continuo con degli esempi banali: come mai un gestore di un villaggio turistico nella settimana del festival non decide di mettere a riposo anche solo per una serata la propria animazione e di portare i propri ospiti al Carpino Folk Festival risparmiando cosi anche i costi della cena? Come mai enti addetti alla valorizzazione dei prodotti tipici e delle aziende di produzione locale e le stesse aziende non decidono di venire ad esporre al Carpino Folk Festival? Potrei continuare cosi ancora per molto. La risposta è sempre la stessa : lo d-o-b-b-i-a-m-o f-a-r-e noi!
L’inverno scorso in molte città italiane per la promozione del Salento, sono state organizzate serate musicali (di pizzica) con l’esposizione dei prodotti locali ma anche con la proposizione di pacchetti vacanza vantaggiosi. A noi, che organizziamo un evento che più di ogni altro ha saputo recuperare e salvare un identità che altrimenti sarebbe andata persa e che ha saputo porre al centro della cultura popolare italiana il patrimonio immateriale del Gargano (che anche Pasolini definiva “inesistente”), non ci è mai stato proposto. Questa primavera si è fatto un gran parlare di marketing territoriale, molti sono stati i riferimenti al nostro festival, ma ancora una volta non siamo mai, mai stati coinvolti. Molti territori italiani sono impegnati dall’inizio dell’anno a cercare di entrare nella lista del patrimonio immateriale dell’Unesco, nel mese di maggio abbiamo lanciato l’allarme, ripreso anche dal tg3, per sensibilizzare l’opinione pubblica e i membri della commissione di Rutelli circa il nostro territorio, i nostri cantori, i nostri motivi ritmici, i nostri canti e i nostri balli, ma siamo rimasti soli.”
“Sappiamo che nessuno ci regalerà nulla e quindi – dice Alessandro Sinigagliese, logistica ed editoria – tocca rimetterci al lavoro. Sono dodici anni che mostriamo di saperci fare. Non è da tutti gestire cosi tanti eventi e artisti cosi come abbiamo fatto noi qui a Carpino per di più senza nessuna società di management e di produzioni culturali alle spalle. Inizieremo subito nei prossimi giorni con una provocazione per aprire una discussione che coinvolga altre realtà locali.
Intanto ringraziamo le istituzioni e i privati che hanno creduto in noi, in particolare Silvia Godelli e Massimo Ostillio; le migliaia di giovani che sono accorsi a Carpino e che ci seguono tutto l’anno; tutti i ragazzi che volontariamente hanno contribuito alla buona riuscita della manifestazione con il proprio lavoro e privandosi di un mese di ferie; Ondaradio – la radio che serve il Gargano – che veramente si è messa al servizio del festival con lo spirito giusto e per crescere insieme; tutti i giornalisti che hanno parlato di Carpino e dei suoi Cantori, una citazione particolare per Claudio Gabaldi che ci ha fatto diventare per un giorno il centro del mondo; ed infine tutti gli artisti che hanno accettato il nostro invito primo fra tutti Antonello Paliotti. Grazie, grazie a tutti."
11Agosto 2007: Il cielo di Carpino testimone questa notte di un altro spettacolare concerto dei suoi Cantori e del grande maestro di musica Angelo Branduardi, che permettono di stabilire sia il record delle presenze serali che quello dell’intera rassegna
Il cielo di Carpino è stato testimone questa notte di un altro spettacolare concerto dei suoi Cantori che hanno fatto seguito all’esibizione di un grande maestro di musica che porta il nome di Angelo Branduardi.
Si è concluso così questa lungo percorso musicale della XII edizione del Carpino Folk Festival 2007 che ha visto esibirsi molti artisti del panorama della musica popolare italiana e non solo. Dal Libano a Cuba, dalle Alpi alla Sicilia, dalla fedeltà alla tradizione alle più spinte scommesse di contaminazione, gli ospiti di questa XII edizione hanno, nel complesso – e ciascuno a suo modo, degnamente onorato il più longevo festival italiano di musica popolare.
L’ultratrentennale esperienza musicale del ‘menestrello’ e la plurisecolare tradizione popolare carpinese sono state un vero e proprio omaggio, al contempo colto e popolare, alla Musica. Se Branduardi deve molto alla musica medievale, di cui è stato attento rielaboratore, la tradizione musicale carpinese non è molto più giovane ed ha attraversato i secoli magnificamente conservandosi in un’isola geo-culturale come quella del promontorio del Gargano.
Stamani, alla domanda se provasse emozione per la chiusura del Festival, Antonio Piccininno ha risposto con semplicità che non era per niente emozionato (ormai abituato ai concerti, in particolar modo se nella sua Carpino) e, con la sua composta e disarmante semplicità, mi ha signorilmente manifestato solo un po’ di preoccupazione per la sua voce poiché queste serate continue e la temperatura altalenante di questi ultimi giorni stanno mettendo a dura prova le sue corde vocali. Tutto sommato però il suo animo era tranquillo e, dopo pranzo, per poter meglio affrontare un’altra notte da protagonista, avrebbe dormito un po’ cercando così di recuperare il sonno perso in queste frenetiche giornate estive.
La medesima apprensione manifestava Antonio Maccarone poche ore prima dell’inizio del concerto, lamentando soltanto un po’ di raucedine che forse avrebbe tentato di smaltire al bar immediatamente prima di cantare. Tuttavia era anch’egli tranquillo e aspettava sereno la chiusura del Festival.
Attori anch’essi invece, sia pur con ruoli diversi, i giovani del gruppo dei Cantori di Carpino, i quali hanno degnamente onorato questa serata finale. Qualche giorno fa, Giuseppe di Mauro e Nicola Gentile, impegnati in un recupero del modo di suonare e delle sonorità tradizionali della tarantella carpinese, mi spiegavano: “Il secondo nostro lavoro, Alla carpinese, è il primo passo verso un ritorno alla semplicità, un passo indietro rispetto al primo cd, quello con Bennato, pieno di arrangiamenti estranei alla nostra tradizione musicale. Stiamo ora lavorando ad un nuovo disco attraverso il quale vorremmo dimostrare al panorama della musica popolare italiana che si può fare ancora di meglio e che più si torna indietro, più si va avanti”.
Queste parole, nemmeno a farlo apposta, suonano così simili a quelle di Branduardi di qualche tempo fa a proposito delle sue fonti musicali ispiratrici: "…che un passo indietro sia il primo di cento passi avanti. Il nostro passato sarà, cosi, il nostro futuro”.
Grazie dunque agli organizzatori dell’evento e a tutto lo staff dell’omonima Associazione Culturale per averci regalato una pioggia (quest’anno per fortuna e finalmente solo metaforica) di emozioni, di colori e di suoni che porteremo nei nostri cuori nella speranza che l’anno prossimo potremo ritrovarci tutti ancora qui ad assistere e godere del miracolo poetico dell’eterna tarantella carpinese.
Spesso ci si è chiesti, da più parti e in più momenti, quale sia il segreto della longevità inossidabile di questa poesia sonora: credo che, al di là di concettose spiegazioni, il segreto risieda nella semplice ‘leggerezza dell’animo’ di chi scrive, suona e canta la tarantella carpinese, consapevoli della durezza della vita e proprio per questo desiderosi di viverla fino in fondo…
Carpino Folk Festival 2007, XII edizione, ore 01.30: è finita! All’anno venturo!
Amedeo Trezza
Ufficio Stampa Carpino Folk Festival
10Agosto 2007: Stefano Zuffi e la Pneumatica Emiliano Romagnola, poi La Paranza di Antonio Matrone detto O’ Lione ‘e Scafati ed infine i Tarantolati di Tricarico in un crescendo di emozioni ci hanno portato i suoni dell’Emilia Romagna, della Campania e della Lucania
Per fortuna stasera non è piovuto, così come paventavano i bollettini meteo, e la penultima serata della XII edizione del Carpino Folk Festival si è regolarmente svolta ed è riuscita ad onorare le attese del pubblico: un crescendo di emozioni che da più di una settimana ci sta portando per mano fino alla serata conclusiva di domani.
Si sono succeduti sul palco di Piazza del Popolo dapprima Stefano Zuffi e la Pneumatica Emiliano Romagnola, poi La Paranza di Antonio Matrone detto O’ Lione ‘e Scafati ed infine i Tarantolati di Tricarico.
L’inizio della serata è stato caratterizzato dal meritevole tentativo, ancora in gran parte da realizzare, di Zuffi e del suo gruppo, di recuperare e valorizzare la musica popolare romagnola che troppo finora ha subito le pressioni inibitorie dello strapotere del liscio che, appartenente alla musica colta europea, negli ultimi decenni ha avuto come suoi unici fedeli prosecutori in Italia i Casadei che ne hanno fatto la musica popolare della Romagna. Tuttavia, anche se in quei luoghi ‘popolare’ è diventato sinonimo di ‘liscio’ perché ballo e musica di massa, in realtà la vera musica popolare, quella d’origine contadina (e non colta) è stata per anni negletta e la Pneumatica da alcuni anni a questa parte sta cercando di recuperarla per riproporla alla sua terra ed anche al grande pubblico.
A seguire, le tammorre di O’ Lione hanno riempito e coinvolto attivamente Piazza del Popolo per circa un’ora riscaldando gli animi a cui Antonio Matrone si è continuamente rivolto. Oltre alla formazione dei Cantori di Carpino, la Paranza di Scafati è stato l’unico gruppo di artisti che in questa XII edizione del Festival ci ha fatto ascoltare il suono pulito del tamburello. Gli assolo ritmati a suon di tammorra sono il battito profondo della terra vulcanica da cui emerge il più grande tamburo del mondo, il Vesuvio, dal ritmo lento ma devastante. Il leone è uscito dalla tana e il potente Antonio Matrone ci ha proposto un viaggio virtuale attraverso i luoghi di culto delle tammurriate, dall’agro nocerino-sarnese alla sommese, alla giuglianese. Fedele custode della tradizione, Antonio Matrone ci ha confessato: “i nostri vecchi ci hanno detto ‘questi sono gli strumenti della nostra musica, tammorra, putipù e triccaballacche, se volete suonare non avete bisogno di altro, altrimenti starete facendo un’altra cosa, ma non più la nostra musica’, ed è così che mentre tutti gli altri gruppi di musica popolare vanno in un senso, io vado nel senso opposto, controcorrente, vado da un’altra parte, torno indietro, verso la tradizione”.
In effetti le tammurriate campane, dall’agro giuglianese al comprensorio vesuviano ed all’agro nocerino-sarnese hanno il privilegio di avere ancora un forte seguito spontaneo nella popolazione perché legate al culto mariano in luoghi dove la religione cattolica è molto sentita e partecipata. Così, mentre in altre parti d’Italia si organizzano feste popolari ad opera di enti, fondazioni e associazioni culturali, nel comprensorio campano e fino alla provincia di Salerno, Avellino e Caserta le manifestazioni ‘spontanee’ tradizionali saturano quasi totalmente l’espressione musicale popolare della tammurriata. In questi luoghi, detto in altri termini, la tradizione musicale popolare è ancora giovane, porta forse diversi lustri in meno rispetto al resto d’Italia e per questo vive di vita propria, non ha cioè nemmeno ancora bisogno di contaminazione per rilanciarsi, di riproposizione per non morire. Lo si vede anche dai suonatori e cantatori. Se sono ancora attivi vecchi cantatori come Zi’ Giannino del Sorbo (per citarne solo uno), tantissimi – anzi la gran parte – sono invece giovani e giovanissimi.
Ma ben oltre la cadenza religiosa delle pratiche musicali tradizionali, la tammurriata eterna è senza tempo – senza inizio e senza fine – perché è la voce di Dioniso, è l’espressione viva del paganesimo soggiacente a duemila anni di cristianesimo. Già in epoca romana alcuni affreschi raffiguravano tammorre e balli sul tamburo, a testimonianza che questa musica affonda le radici nell’autoctonia primigenia mediterranea e che attraverso i corpi arsi e ruvidi dei contadini e le curve abbondanti delle loro donne si è conservata fino a noi oggi.
Laddove non ci sono più mediazioni culturali, griglie comportamentali e interpretative, la tammorra ha il suo potere e ci trasporta dove non arriva il pensiero razionale e il calcolo, fin giù in fondo alle viscere della terra.
Con una bellissima fronna di saluto scritta ad hoc per Carpino e gli organizzatori del Festival, O’ Lione ha lasciato il palco ai Tarantolati di Tricarico che hanno concluso più che degnamente la serata.
La Basilicata, così come è stato affermato dal palco, è una terra bella ma dimenticata, che lotta per sopravvivere a se stessa. La solitudine che accompagna gran parte delle campagne ormai quasi del tutto svuotate e abbandonate, vittime dell’emigrazione, si trasmette inevitabilmente nella musica in forma di sonorità spesso malinconiche ma forti perché ancora ravvivate dalla forza di chi continua a lottare. I Tarantolati ci hanno così proposto suoni dal repertorio lucano consapevolmente rielaborati in un format coeso e suggestivo che, privilegiando al contempo il ritmo e le voci forti dei due non più giovanissimi cantanti, ci ha dato il senso di cosa vuol dire fare consapevole musica di riproposizione in terra meridionale.
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival
presenta
“Branduardi & i Cantori di Carpino”
L’intreccio positivo tra musica sacra e musica profana e tra musica colta e musica popolare
Si chiude con una grande festa la dodicesima edizione della rassegna della musica popolare e delle sue contaminazioni. La serata si apre con il concerto di Angelo Branduardi quindi a seguire i canti e le musiche dei Cantori di Carpino per poi dare luogo ad una jam session tutta da gustare. Improvvisando sulle griglie degli accordi e dei temi dei sonetti e dei ritmi di Carpino si metteranno alla prova tutte le abilità tipiche dei cantori tradizionali e di un grande musicista qual’è Angelo Branduardi.
Lo spettacolo è realizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con la Regione Puglia, la Provincia di Foggia, il Comune di Carpino, la Comunità Montana del Gargano, il Parco Nazionale del Gargano e d’intesa con il GalGargano e l’Azienda di Promozione Turistica di Foggia.
Sponsor ufficiale della manifestazione Birra Peroni.
MediaPartner : OndaRadio – La radio che serve al Gargano
Il medioevo è stato un periodo meraviglioso per la storia della musica. Il canto gregoriano che pure aveva dato molto in termini di spiritualità ma non solo, inevitabilmente con il suo stile monodico aveva chiuso la musica in una gabbia, dorata, ma pur sempre una gabbia. La religiosa purezza della monodia cominciava ad andare stretta. La musica sacra doveva inoltre fare i conti con quella profana che premeva per un riconoscimento, diciamo cosi, ufficiale. La polifonia, ovvero la esecuzione simultanea di più linee melodiche, era il grande cambiamento in atto. L’espressività ne guadagnava molto. La divisione del tempo, le nuove strutture, e altre importanti innovazioni, erano oramai una realtà. Di grande interesse erano altresì le canzoni dei trovatori, poeti e musici e dei minnesanger, cantori tedeschi. Ma quello che rimane uno dei fatti più salienti dell’epoca, era il modo di intendere la musica. La grande esigenza di libertà si esprimeva nel modo che verrà identificato come ars nova. Si compiva cosi un grande processo di laicizzazione. Francia, Italia, ma anche Inghilterra e Spagna erano gli scenari principali. Oltre ad una maggiore separazione tra musica sacra e musica profana, si assisteva anche, anzi finalmente, alla crescita di importanza dell’accompagnamento strumentale, sebbene la parte vocale rimanesse preponderante. Gli strumenti si univano alla voce, ma avevano anche il loro spazio.
In questi ultimi anni c’è stata una riscoperta della musica medievale. Rassegne, concerti, ricerche filologiche, ma anche goffe speculazioni. Per tale ragione non poteva mancare al Carpino Folk Festival un accenno a questa musica che ha influenzato ed è stata influenzata dalla musica delle classi subalterne, e quale migliore interprete del cantautore che sin dagli esordi era stato soprannominato il "menestrello": Angelo Branduardi.
Il rielaboratore di musiche antiche deve moltissimo ai secoli passati. Pensiamo a brani come "alla fiera dell’est", "sotto il tiglio", "ballo in fa diesis minore" per citarne alcuni. Ma pur guardando al passato le musiche di Branduardi non hanno nulla da invidiare al rock elettrificato, i suoi pezzi infatti sono stati resi moderni a volte persino troppo. Qualche appassionato di musica medievale, potrebbe venire infastidito, ma questo è un tentativo, forse un po’ azzardato, ma tutto sommato positivo. Ascoltando Angelo Branduardi vi si aprirà una porta su un mondo sterminato che lo stesso cantautore cosi esprime "…che un passo indietro sia il primo di cento passi avanti. Il nostro passato sarà cosi, il nostro futuro".
Il nuovo millennio ha rappresentato per Angelo Branduardi l’inizio di un periodo creativo molto intenso e proficuo che gli ha permesso, a dispetto della crisi del settore, di essere presente in maniera più che mai viva e vitale sulla scena artistica nazionale e internazionale.
In questi ultimi anni Angelo Branduardi ha sfruttato a fondo la sua professionalità e le sue basi di musicista colto impostando la sua carriera su filoni, diversi e paralleli, che gli hanno assicurato una attività costante: da tempo ormai Branduardi non annuncia “l’inizio del tour” in quanto è sempre in tour in Italia o all’Estero.
Il progetto dell’”Infinitamente Piccolo” nato in occasione del Giubileo dal desiderio dei Francescani di celebrare la figura di San Francesco d’Assisi, dopo l’iniziale uscita dell’album (disco d’oro e doppio platino solo per quanto riguarda il mercato italiano) , si è sviluppato nel “ Concerto” nel quale, a modo di oratorio, Branduardi racconta Francesco e in seguito nella “ Lauda”.
Intervistato lo scorso 28 luglio 2007 in diretta radiofonica a Prima Fila, il rotocalco culturale di RadioRai3 Branduardi afferma "…al Carpino Folk Festival inevitabilmente eseguirò principalmente il mio repertorio, tuttavia non mi esimerò dal confrontarmi con gli anziani Cantori di Carpino sperando di non sporcare la loro musica millenaria di cui ebbi conoscenza grazie ai racconti del mio amico Diego Carpitella".
Per Branduardi un nuovo filone da studiare e musicare? La CFF ha colpito anche lui?
La risposta l’11 agosto al concerto finale della XII edizione del Carpino Folk Festival 07.
Tutti gli spettacoli del Carpino Folk Festival sono rigorosamente gratuiti
Per dettagli e maggiori informazioni www.carpinofolkfestival.com
9 Agosto 2007: Continua il nostro viaggio attraverso le regioni italiane – Molise, Puglia e Toscana al Carpino Folk Festival 07
di Amedeo Trezza
Un’altra serata musicale del Carpino Folk Festival ha preso forma in Piazza del Popolo questa sera 9 agosto ’07 ritornando a donare vita al centro storico di Carpino, cuore musicale pulsante del Gargano.
Ogni sera da qualche giorno a questa parte la direzione artistica ci offre a raffica come un torrente inarrestabile una serie di artisti e di gruppi musicali che ci sembra davvero infinita. Riusciremo a riabituarci alla monotonia quando purtroppo dal 12 agosto, terminata questa XII edizione, ognuno di noi riprenderà la solita vita di sempre?
Questa sera Luciano Castelluccia (che ci sta abituando troppo bene!) ci ha proposto l’esperienza di altri tre gruppi molto rappresentativi del panorama musicale tradizionale e folk italiano: i molisani Giuseppe “spedino” Moffa & Co.mpari, gli Uaragnaun col grande Riccando Tesi e i toscani di La banda improvvisa con i pugliesi di Antidotum Tarantulae.
A tenere banco è stato per primo ‘spedino’ che ha saputo molto bene far interagire i suoni della zampogna con ritmi più lenti e raffinati, alternando il suono aspro ed arcaico dello strumento pastorale per eccellenza con suoni d’orchestra che l’hanno saputa accogliere e valorizzare al punto giusto. Buona l’integrazione della sua esibizione col popolo carpinese al quale spesso ha fatto compiaciuto e divertito riferimento.
Il punto più alto lo ha però raggiunto quando ci ha proposto una bella tarantella molisana, l’unica, ci ha confessato, che è riuscito a recuperare finora nelle sue terre: sul ritmo di questa tarantella infatti la voce del tamburellista del gruppo ha innestato, in onore alla tradizione orale carpinese, le parole di Sei ragazzetta di quattordici anni. A seguire una serie di cunti tradizionali molisani accompagnati dalla musica e per concludere ancora la zampogna resa vera e propria protagonista di una ‘orchestra’.
Gli Uaragnaun si sono invece distinti per la perfezione e la professionalità delle esecuzioni musicali e canore in special modo della voce profonda, calda e davvero ‘popolare’ di Maria Moramarco.
Di particolare intensità si sono rivelati gli stornelli, come spiega la Moramarco, “di una donna addolorata a causa della partenza del suo ninno per la guerra”, interpretati nel modo del lamento e riproposti con toni arabeggianti e al ritmo di jambé.
Se a volte forse a tratti ha insistito un eccessivo ritmo battuto, la chiusura con un ottimo pezzo di zampogna ha lasciato un bel ricordo qui a Carpino della testimonianza del gruppo di ricerca e di riproposizione musicale dei suoni e canti dell’Alta Murgia barese.
È con la Banda improvvisa che si chiude la serata: una vera e propria esilarante e divertita esplosione vulcanica attraverso cui Orio Odori ci dimostra come da una formazione bandistica può venir fuori una tessitura musicale scherzosamente barocca la cui musica si propone, così esuberante, sinergicamente intrecciata ai suoi strumenti ed ai suoi numerosi interpreti che ieri hanno simpaticamente ‘affollato’ il palco.
È seguito poi dapprima un pezzo dedicato a Carpino e in seguito la voce degli Antidotum Tarantulae ha intonato, accompagnata dalla Banda, una reinterpretazione della famigerata invocazione salentina a S. Paolo di Galatina, a cui ha fatto seguito una bella tarantella.
Infine anche da loro un omaggio alla tradizione carpinese nella riproposizione del sonetto Accome héija fa’ pi ama’ sta donne, tutto sommato ben fatto anche se la voce e la potenza di Andrea Sacco, anche se non più fisicamente tra noi, ci pare davvero ineguagliabile.
8 Agosto 2007: Musica di protesta vicina e lontana – dalle valli occitane al salsamuffin latino-cubano
di Amedeo Trezza
Si è appena conclusa la sesta serata di musica e balli al Carpino Folk Festival ’07 ormai giunto alla sua XII edizione. Qui a Carpino in Piazza del Popolo hanno appena finito di esibirsi i Lou Dalfin e Sergent Garcia. Entrambi sono riusciti a conquistare il giovane pubblico carpinese proponendo due generi musicali molto differenti tra loro ma legati dal fil rouge dello spirito di resistenza di popoli che si sentono liberi ma al contempo messi in pericolo dai grandi stati nazione sempre meno simboli di identità e sempre più espressione d’interessi economici totalizzanti e mortificanti le piccole comunità che tuttavia tentano di continuare ad esprimere la propria voglia di sopravvivere attraverso la musica che talvolta assume anche i toni di una musica di protesta.
Se Bruno Garcia col suo gruppo ci ha proposto il suo salsamuffin, miscela di salsa, reggae, hip hop e rap frammista ai canti popolari cubani e dell’America latina, ringraziando ripetutamente il pubblico carpinese che ha saputo interagire col palco fino agli ultimi istanti della serata, la prima parte della serata è stata onorevolmente animata da Sergio Berardo, fondatore dei Lou Dalfin, attraverso una carrellata di suoni e canti ispirati ad una rivisitazione della musica occitana, vista e vissuta dal suo interno, da chi ne è espressione consapevole, in sicura continuità con la tradizione ma al contempo in dinamico ascolto del presente. Durante tutta la sua esibizione alternava pezzi di repertorio a brevi ma incisivi messaggi al pubblico e descrizioni delle sue valli occitane attraverso un modo di parlare schietto ed efficace dal sapore un po’ cuneese e un po’ impressionista: “dalle Alpi alle valli tutto fermo…l’unica cosa che si muove sono gli aperitivi sotto i portici vuoti dei paesi laggiù”.
Strumenti tradizionali come la ghironda e la fisarmonica diatonica, non di origini occitane ma adottate da quelle valli di confine, al confine tra l’Italia e la Francia, si sono ben sapute inserire in un ritmo serrato di batteria e sofisticatamente moderno attraverso la chitarra elettrica, ritmo che nel suo insieme ha saputo denunciare la sua protesta accogliendo tra le sue note dure i tratti della musica occitana di confine, in uno scambio di suoni e di sapori.
Sergio Berardo, introducendo un bellissimo canto di rivolta occitano contro il Re di Francia, dà voce ad un panettiere capo di quella rivolta che, rivolgendosi ai suoi, afferma: “ Chi rinuncia a combattere per quello che ama prima o poi si abitua ad amare quello che ha!”, nello stile di quelli che lui chiama i “banditi occitani”.
Il Gargano ha dunque accolto stasera la voce e le note di una terra di confine che, in quanto tale, sente particolarmente le minacce e le pressioni culturali ed economiche dell’esterno ma che sa fare della sua posizione e del suo ruolo geografico e culturale un punto di forza facendosi “terra di scambio”, quello scambio bidirezionale che solo una membrana osmotica sa mettere in moto, testimone di quella porosità che ciascuna identità culturale dovrebbe possedere e preservare per restare viva. Anzi, proprio con le parole di Berardo, che si sentiamo di condividere pienamente: “chi ha davvero la propria identità non ha paura del dialogo e dello scambio con l’altro, perché sa di restare se stesso pur dandosi all’esterno”. La chiusura, del resto, non è che paura degli altri dettata dal timore di se stessi.
7 Agosto 2007: risemantizzazione e desemantizzazione della cultura popolare al Carpino Folk Festival 07La scommessa di Paliotti, tra l’altro allievo e collaboratore di Roberto De Simone, è quella di far dialogare la musica popolare (in particolare stasera quella carpinese) con la musica colta, nel tentativo di rivalutare un patrimonio di suoni e canti che, se soltanto affidati alla malferma trasmissione orale dei nostri tempi, rischierebbe di svilirsi irrimediabilmente. Tentativo, conferma Paliotti, che non è una novità: “l’osmosi tra musica popolare e la musica colta c’è sempre stata, da Bartok a Chopin. Addirittura Bach s’ispirava alla musica popolare del suo tempo, come i canti luterani”.
Il suo rapporto con la tradizione, lungi dall’essere conservativo, è invece fortemente dinamico: “Noi non possiamo sapere come nel Settecento cantavano la Carpinese, abbiamo documenti scritti, in realtà la tradizione è tutto ciò che riusciamo a portare avanti”.
Il suo approccio dinamico alla tradizione è da leggersi nei termini di una differenza fondante e fondamentale tra i modi della ‘commistione’ e della ‘contaminazione’. Mentre la ‘commistione’ vuole ispirarsi alla sensibilità creativa del genio artistico – collettivo o individuale che sia, la ‘contaminazione’, al contrario, “oltre ad andare di moda oggi, può spesso diventare sinonimo di ‘contagio’, in un’accezione di svilimento distruttivo”.
La musica, come la vita, è un continuo e inarrestabile gioco, ma ogni buon gioco che si rispetti ha delle regole da ‘rispettare’, dei meccanismi di funzionamento che istituiscono il gioco. Se da un lato in assenza di margine di movimento propriamente non ci può essere ‘gioco’, come ad esempio il movimento interrotto di una chiave nella serratura, dall’altro un gioco in assenza di regole è altrettanto impossibile, ingiocabile, in quanto non ha senso e non fa senso.
Si fonda a mio avviso anche in questa differenza, sottile e macroscopica al contempo, l’incolmabile distanza tra la performance musicale di Antonello Paliotti e l’incostumata atopia dell’Ensamble della Notte della Taranta: da un lato un tentativo di risemantizzazione della cultura popolare, dall’altro un’improbabile desemantizzazione.
6 Agosto 2007: 200 gli anni delle due anime belle del gargano che aprono i concerti del Carpino Folk Festival 07
Continua la rassegna canora della XII edizione del Carpino Folk Festival attraverso una lunga serata che ha visto esibirsi suonatori e cantori carpinesi a fianco a molti altri in rappresentanza di molti dei centri garganici limitrofi a Carpino, fino agli Alexina ed ai Tarantola Garganica. Serata di musica tradizionale, dunque, prima delle prossime che avranno invece in previsione un panorama rivolto alla riproposta, fino ad arrivare alle due serate finali.
Bella l’idea dei Cunte e Canti (stornelli, proverbi, giochi, indovinelli, cerimonie sacre e profane) proposti da due balconi di piazza del Popolo dai quali delle voci anziane ma forti ed estroverse hanno intrattenuto la prima parte della serata. Questa variante logistica in realtà non è soltanto una nota di colore fine a se stessa ma porta con sé l’espressione di potenzialità comunicative intrinseche a questo tipo di espressione della cultura tradizionale dei centri garganici (e non solo), quella cioè delle popolazioni locali di interagire dinamicamente col discorso urbanistico dei centri storici di appartenenza, centri che a loro volta s’inseriscono nel contesto geografico-ambientale di riferimento.
Detto in altri termini: soltanto un’architettura rurale come quella che caratterizza i centri storici del meridione (e quindi a pieno diritto Carpino e quelli garganici) ha potuto consentire lo svilupparsi di un sistema comunicativo ritualizzato come quello della serenata e del racconto ad personam in cui a dialogare ed interagire non erano solo personaggi del paese (o più semplicemente l’innamorato e l’innamorata) ma istanze architettoniche, espressioni di un’urbanistica spontanea che concentrava significativamente i momenti di aggregazione comunitaria intorno alle poche piazze ed alle principali vie di comunicazione, predisponendo un’edilizia residenziale tutta raccolta intorno al centro (rituale e funzionale) del paese che, nel caso specifico di Carpino, è posto significativamente in cima ad un promontorio dal quale dominava le campagne di pertinenza agricola disposte a raggiera tutt’intorno e fino al Lago di Varano.
Stando così le cose la concentrazione abitativa intorno ad un centro, materiale o immateriale che sia, consentiva quei dialoghi tra gli abitanti che, culturalizzati nel corso dei secoli, hanno dato poi forma alle serenate ed agli altri tipi di interazione comunitaria.
Ospiti d’onore della serata, infine, Carla e Jeannie Ramia dal Libano che con la loro musica sono stati i testimoni di turno del progetto Leader Med (che ha come finalità la valorizzazione comune delle aree rurali del Mediterraneo), nel segno di una comunanza geografica e culturale tra Puglia e Libano, simili per molti aspetti, due dei tanti territori che si affacciano sul medesimo specchio d’acqua, il Mar Mediterraneo, che sa dividere e unire tanti popoli e regioni che ad esso si rivolgono cercando la propria, sia pur eterogenea, identità.
Amedeo Trezza
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival
presenta
“Il Sergent Garcia e il Salsamuffin al Carpino Folk Festival 07”
Niente è così come sembra, tutti portano qualche tipo di maschera, lui porta quella nera di Zorro
Vive nel quartiere parigino di Bellevue perché ama il cosmopolitismo, ha inventato la "salsamuffin", crede nella giustizia sociale, e progetta collaborazioni con i nostri Mau Mau. E’ il Sergent Garcia, ultimo profeta della patchanka che arriva dalla scuderia Virgin, la stessa di Manu Chao e Tonino Carotone e piace molto anche al pubblico italiano evidentemente sensibile al fascino dei ritmi caraibici e afro cubani. Il sound di Sergent Garcia è infatti godibilissimo, frizzante, ricco di energia e spontaneità. L’autore di Camino della vida continua a riscuotere successi a non finire. Tuttavia, non sembra esserne sorpreso, anzi: "La chiave di tutto sta nella combinazione di rimi afrocubani con quelli latini, il risultato è un suono trascinate ed irresistibile".
Sergent García, il suo vero nome è Bruno e ha la tendenza a voler distruggere tutto ciò che può assomigliare a una convenzione o a un’abitudine: un’eredità del periodo in cui suonava la chitarra con il gruppo punk rock cult "Ludwig Von 88". Nonostante in un certo numero di composizioni ci faccia capire come si senta a proprio agio con i suoi stili nella loro forma più pura, in realtà il Sergente si distingue per uno stile che fondendo tutti gli ingredienti musicali più esplosivi, crea un caleidoscopio di ritmi che culmina in alta energia strumentale: un mix di funk, afrobeat, salsa ma che non scorda i canti popolari dell’America del Sud e di Cuba basati sul son, la rumba, la comparsa. Il nuovo album “Mascaras” è un gioioso campionario di alcuni dei sounds che costituiscono il pianeta rock e riunisce le strade del Messico, di Barranquilla, Los Angeles, Kingston, Lagos, Parigi e Valencia.
Arriva in Italia per un tour che lo porterà nelle principali città. Si Parte dal Carpino Folk Festival l’8 Agosto e poi il 16 a Roma, il 17 all’Ariano Folk Festival e il 18 a Milano.
Sergent come sarà il suo show al Carpino Folk Festival? "Sarà uno spettacolo ad altissima energia, una fiesta per ballare spensierati. La durata del concerto dipenderà dal feeling che si instaurerà con il pubblico. A volte suoniamo due ore, a volte tre, sempre a seconda delle emozioni che riceviamo dalla gente. Soprattutto però, largo all’improvvisazione! La gente ha bisogno di divertimento, di ritmo, di una musica fresca e ballabile, che allontani per un attimo le paranoie ed i problemi di tutti i giorni". Parole sante di questi tempi per il Gargano.
Lo spettacolo è realizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con la Regione Puglia, la Provincia di Foggia, il Comune di Carpino, la Comunità Montana del Gargano, il Parco Nazionale del Gargano e d’intesa con il GalGargano e l’Azienda di Promozione Turistica di Foggia.
Sponsor ufficiale della manifestazione Birra Peroni.
L’evento verrà trasmesso in diretta radiofonica da OndaRadio – La radio che serve al Gargano – MediaPartner della XII edizione del Carpino Folk Festival 07 e potrà essere ascoltata in streaming collegandosi su www.carpinofolkfestival.com oppure inserendo nel proprio media player la seguente url – http://s6.mediastreaming.it:7000
5 Agosto 2007: la Notte di chi Ruba Donne e il contrasto tradizione innovazione
di Amedeo Trezza
Questa terza serata del Carpino Folk Festival ha finalmente registrato, per il piacere dell’organizzazione, il ‘tutto esaurito’ in Largo San Nicola, sia durante la prima parte seminariale della serata che – a maggior ragione – durante le esibizioni dei due gruppi previsti per questa sera.
È stata la Sicilia a tenere banco questa sera, prima attraverso le diapositive che illustravano signorilmente, come nello stile del pacato Pino Biondo, il Ciclo della vita, narrato e musicato da estratti dal repertorio tradizionale orale siciliano registrato dal ricercatore siculo: bella perché semplice ed incisiva l’idea di Biondo di scandire le fasi del suo documentario attraverso quelle della vita individuale e collettiva delle comunità che quelle performance sonore e canore hanno espresso e prodotto nei secoli.
A seguire la variegata esibizione del gruppo di riproposizione di musica tradizionale siciliana Terra che, a mio avviso, nella limpida voce principale e nell’antico suono della zampogna ha meglio saputo esprimere la forza arcaica che la tradizione siciliana conserva. Tuttavia, volendo essere severi, gli inviti stile pop music alla partecipazione attiva del pubblico attraverso il battito delle mani e dei cori ripetuti a suon di tamburello non riescono a comunicare altro che la difficoltà ed il rischio della riproposizione che, se pur a volte – come in questo caso – riesce a recuperare dignitosamente il patrimonio tradizionale di una regione ridonandogli nuova linfa vitale, non è mai immune dal rischio di altrettanto indignitosi ‘scivoloni’ verso un intrattenimento globalizzante perché anonimo e, diciamocela tutta, anche un po’ scontato.
La serata poi ha assunto la sua vera dimensione spontanea quando, dopo una decina di minuti di prove tecniche – che però non hanno saputo evitare un simpatico e imprevisto black out dell’amplificazione, i Cantori di Carpino ci hanno regalato un assaggio, davvero troppo breve – non ce ne voglia la direzione artistica, dei sonetti carpinesi.
Forse più prezioso di altre occasioni quello di stasera è stato un momento di partecipazione attiva dei Cantori proprio in mezzo alla gente, a chi li ascoltava e cantava con loro, accompagnandoli con il corpo, la danza e la voce. È soprattutto con Maccarone e Piccininno che quella barriera da palco (che fortunatamente stasera non c’era) non si è sentita affatto e gli spettatori sono entrati nei sonetti carpinesi almeno quanto i due anziani cantori sono entrati nel pubblico guardando in faccia uno per uno gli spettatori sorridendo loro e aspettandosi proprio quella partecipazione che puntuale li ha gratificati. Questa interazione gioiosa e giocosa, che sul viso e sul corpo del brioso Antonio Maccarone si è vista in particolar modo, credo corrisponda alla semplicità di Antonio Piccininno nel voler soprattutto parlare al pubblico, spiegando se stesso e il proprio paese nel mentre dei sonetti sonori.
Stamattina il prezioso e buon Pino Gala al corso di danza, a proposito del contrasto tradizione/innovazione, faceva notare agli astanti che Sacco, Piccininno e Maccarone, proprio imponendosi come gruppo professionalizzato I Cantori di Carpino, uccideva la spontaneità della tradizione musicale carpinese innescando nella popolazione, in passato abituata a cantare, quella funzione di delega nei confronti dei Cantori ufficiali. Inoltre, proprio l’effetto spettacolo di questa progressiva professionalizzazione dell’esecuzione della tarantella di Carpino produceva quella separatezza quasi ontologica tra chi canta e chi ascolta, tra colui che diventa ‘artista’ e chi invece diventa ‘pubblico’. Ruoli questi che ieri sera sono stati per fortuna sonoramente smentiti.
Oggi pomeriggio, a casa sua, Antonio Piccininno nel corso di una mia intervista in compagnia di Franco Nasuti, alla domanda se dal palco si perdeva irrimediabilmente qualcosa della spontaneità comunicativa della tarantella carpinese cantata nei vicoli e sotto gli ulivi la sera come una volta, mi rispondeva sicuro: “forse per gli altri sì ma per me è assolutamente la stessa cosa, io sul palco mi comporto esattamente come se fossi sotto il balcone di una donna a cui fare una serenata”.
È questa la massima sintesi tra innovazione e tradizione, laddove la tradizione vive nell’innovazione che resta al suo servizio senza fagocitarla. Questa prima scommessa è vinta. Un’altra scommessa dovrà essere affrontata un giorno, quando i nostri vecchi cantori non ci saranno più e non si canterà più nei modi della testimonianza autentica, ricordando la propria infanzia. Intanto però siamo per fortuna ancora lontani da quel momento e ci godiamo la nostra viva tradizione millenaria, confortandoci di un ‘ritorno’ atteso e graditissimo, quello della cristallina e giovane femminile voce di Mimma Gallo che ci ha promesso di non lasciare più i Cantori di Carpino.
di Amedeo Trezza