Giunta Regionale approva messa in liquidazione delle APT – Aziende Provinciali Turismo
Via libera della Giunta alla liquidazione delle APT, le aziende provinciali per il turismo. L’assessore Ostillio ha presentato un disegno di legge con il quale i commissari delle APT assumono le funzioni di commissari liquidatori ed entro 120 giorni dal loro insediamento presentano alla Giunta i piani di liquidazione. Il personale può transitare ad altre amministrazioni, rimanendo nel frattempo a disposizione dei commissari liquidatori. La Giunta provvederà a vendere i beni immobili delle APT soppresse con un “piano straordinario”. L’assessore Ostillio ha precisato che è stato approvato dalla Giunta lo scorso 25 settembre un protocollo con Anci, Upi, Uncem e Unioncamere che “disegna un’ipotesi di riorganizzazione della promozione turistica territoriale, da realizzarsi attraverso strutture “leggere”, con una sensibile diminuzione dei costi ed una maggiore finalizzazione delle risorse, secondo principi di condivisione delle strategie e degli obiettivi, nonché determinando virtuose logiche di coordinamento tra i diversi soggetti operanti nel settore, sull’intero territorio regionale”. Inoltre per Ostillio “in attesa di definire con le Organizzazioni sindacali le idonee procedure per il personale delle APT, si intende con il provvedimento proporre al Consiglio regionale l’immediata entrata in vigore della norma che mette in liquidazione le aziende, contribuendo con ciò – in certa misura – anche alla riduzione dei costi della politica”. Le Apt saranno sostituite con “strutture leggere ed assecondando le novità che emergono ogni giorno sul territorio, potendo così intraprendere molto presto una nuova stagione di sviluppo di un settore così strategico per la nostra regione”. Le strutture che andranno a crearsi in sostituzione saranno in sinergia con i Comuni, le Province, le comunità montane e le Camere di Commercio e più in generale con gli attori sociali del territorio.
Tra alcune peculiari forme di espressioni poetiche, come in particolare la rima in ottava dei poeti a braccio, e la musica si registrano spontanee convergenze per cui la versificazione accentua la sua connotazione timbrica con l’abbinamento alle musiche che, a loro volta, sembrano trarre respiro e forza ulteriore dall’accoglienza di versi dotati di una loro peculiare cifra sonora.
L’iniziativa mira a porre in risalto queste affinità, esaltate più di recente nella forma del CdBook, attraverso due espressioni particolarmente significative, relative l’una alla Puglia e l’altra all’Alto Lazio.
Per quanto concerne l’Alto Lazio, la presentazione del volume con cd allegato Canti, poeti, pupi e tarante consentirà di gustare dal vivo le performance multistrumentali del gruppo di Raffaello Simeoni, già leader dei Novalia e interprete di un’originalissima rivisitazione della tradizione laziale e della Tresca, gruppo bolsenese leader della musica popolare della Tuscia.
Per quanto riguarda la Puglia, si discuterà intorno a due libri che contengono le “biografie cantate” di due dei principali esponenti della musica tradizionale pugliese: Andrea Sacco da Carpino (FG) e Uccio Aloisi di Cutrofiano (LE).
Sabato 6 ottobre
Piazza Matteotti ore 20:45 discussione intorno ai libri: Andrea Sacco suona e canta. Storie di un suonatore e cantatore di Carpino di Enrico Noviello, Edizioni Aramirè, Lecce 2005
Uccio Aloisi. I Colori della terra. Canti e racconti di un musicista popolare A cura di Roberto Raheli, Vincenzo Santoro, Sergio Torsello, Edizioni Aramirè 2004
A seguire, concerto dei Malicanti – pizziche e tarantelle di Puglia
Domenica 7 ottobre
Piazza Matteotti ore 18:00 presentazione del libro: Canti, poeti, pupi e tarante. Incontri con i testimoni della cultura popolare di Valter Giuliano, Edizioni Squilibri, Roma 2006
A seguire, concerto di Raffaello Simeoni e La Tresca – Musica popolare Romana e dell’alto Lazio
Hanno risposto in ventisette all’appello per la giuria popolare fissa lanciato dal Festival del Cinema Indipendente, la manifestazione annuale organizzata dalla Provincia di Foggia, che cerca volontari per la VII edizione in programma dal 16 al 24 novembre prossimi.
I candidati seguiranno gli stage di formazione articolati in quattro giornate, a partire da mercoledì 3 ottobre, alle ore 16, nell’Aula Consiliare di Palazzo Dogana.
Il primo incontro sarà curato dal Direttore Artistico, Geppe Inserra, che illustrerà gli aspetti organizzativi delle manifestazioni culturali. Gli altri appuntamenti si svolgeranno il 4, il 10 e l’11 ottobre, per ripercorrere in breve la storia del cinema italiano contemporaneo e affrontare i temi legati alla lettura di un film e alla comunicazione di un evento.
Al termine degli stage saranno selezionati dieci volontari – sulla base del curriculum e delle attitudini mostrate – che collaboreranno alle diverse fasi organizzative della manifestazione e alla produzione degli eventi collaterali, compresa la presentazione delle serate.
“Questa edizione sarà caratterizzata dal pieno coinvolgimento di cinefili e appassionati della settima arte, che potranno offrire il loro prezioso contributo sia nella fase di programmazione del Festival, sia per quanto riguarda la valutazione di film e cortometraggi in concorso” precisa Geppe Inserra. “Sono circa trenta, infatti, i candidati della giuria popolare fissa, che potranno esprimere il proprio giudizio al termine delle proiezioni in sala”.
Tutti i film in concorso, dunque, saranno giudicati dallo stesso gruppo di persone, che rappresenta diverse tipologie di spettatori: al momento sono pervenute 31 schede di autocandidatura per la giuria popolare, con una prevalenza di studenti universitari, ma non mancano insegnanti, liberi professionisti e impiegati.
Si è svolto nella sala convegni dell’Hotel degli Aranci di Vieste un interessante convegno sulla tetutela del paesaggio, organizzato dal Gal Gargano, ente capofila nel progetto di cooperazione transnazionale, e al quale hanno contribuito alcuni Gal spagnoli (Macizo Del Caroig, Anderlan) e il Gal Montefeltro. Un momento significativo del processo evolutivo, che coinvolge la nozione di paesaggio e rafforza l’esigenza della sua tutela, è rappresentato dalla Convenzione Europea del Paesaggio in cui le parti lo riconoscono come un importante elemento per la qualità della vita delle popolazioni, sia nelle aree rurali che in quelle urbane, sia negli ambiti di evidente qualità che nei paesaggi della vita quotidiana, come anche nelle zone degradate. Tutela, valorizzazione, manutenzioni e recupero sono assunte come azioni di lungo periodo fondate sulla conoscenza delle particolarità dei diversi contesti, dei loro processi evolutivi e del valore che le popolazioni interessate gli riconoscono. La crescente consapevolezza della necessità di avviare politiche di tutela ha avuto tra la sue ricadute più significative il superamento di un’idea di paesaggio confinata nell’ambito visivo-percettivo e la sua assunzione, invece, come “sistema di ecosistemi” in cui sono ricomprese tutte le diverse accezioni, da quella ambientale a quella territoriale, fino alle questioni connesse alla qualità dei singoli manufatti. E’ quanto è emerso dall’incontro di Vieste dove tutti i soggetti presenti hanno condiviso sull’importanza che assume un ambiente naturale soprattutto in termini di ricadute economiche. Un motivo in più per fare il punto della situazione a due mesi dal tragico incendio che ha devastato le pinete del Gargano con il presidente del Gal Gargano, Nicola Abatantuono, che ha lanciato alcune idee per il ripristino del patrimonio boschivo del Promontorio. “Per far rinascere il nostro paesaggio – ha sottolineato il presidente del Gal – ci vorrà un’azione concordata, magari attraverso questo progetto di cooperazione transnazionale sulla tutela dei paesaggi. Con gli altri Gal che partecipano al progetto, vogliamo mettere in atto una metodologia di valutazione del paesaggio con delle regole comuni, e dare indicazioni a chi amministra il territorio, aiutandoli a prendere decisioni in merito alla salvaguardia del territorio e alla compatibilità delle attività che vengono svolte. Quello che è successo quest’anno sul Gargano – aggiunge Abatantuono – ci fa capire quanto è importante la presenza della macchia mediterranea per l’incremento del turismo. Una pineta o un bosco deturpato si ripercuote tutto sull’economia del teritorio. Ecco perché è importante la salvaguardia e la prevenzione, ma per fare ciò occorrono adeguate risorse economiche”. A Vieste, oltre ad alcuni sindaci, tra cui quello di Peschici, Franco Tavaglione, è intervenuto anche il direttore del Gal Gargano, Mario Trombetta. “Già nell’incontro di Valencia che ha preceduto questo convegno, avevo immaginato che il problema incendi potesse rappresentare uno dei pericoli più gravi per il nostro Gargano. L’ipotesi, purtroppo, è diventata realtà, e tutti abbiamo potuto verificare che impatto ha subito il paesaggio di Peschici e Vieste. Ora è opportuno che si prenda coscienza di quello che è successo perché è inammissibile che un disastro del genere debba mettere a repentaglio l’economia del territorio. Abbiamo il dovere di riflettere attentamente e individuare le risposte e le strategie da attuare. Il Gal Gargano non starà a guardare: investiremo di più in termini di prevenzione in modo che il paesaggio garganico diventi elemento fondamentale della nostra economia”. Sulla stessa falsariga il presidente del Parco Nazionale del Gargano, Giandiego Gatta: “Bisognerà procedere ad una adeguata e razionale opera di rinaturalizzazione degli ambienti. Con gli altri presidenti dei parchi del sud abbiamo individuato le strategie con le quali muoverci. Chiederemo al Ministero dell’Ambiente più uomini e mezzi per fronteggiare questo problema, non solo, chiederemo più risorse economiche. Il Governo non può accontentarci con appena 5 milioni di euro che a malapena potranno soddisfare i ristori della sola Peschici. Una cosa è certa – conclude Gatta -. Confidiamo di restituire quanto prima ai nostri villeggianti e alle popolazioni garganiche, quegli ambienti naturali e quel paesaggio che hanno reso il Gargano l’area protetta più visitata d’Europa”.
L’ Unione Europea ha concesso ad altri quattro prodotti tipici italiani il marchio IGP.
Salgono così a quota 161 i prodotti a marchio IGP della nostra penisola.
L’ assegnazione della Indicazione Geografica Protetta è toccata anche ad uno dei prodotti più illustri della produzione agricola del bel promontorio pugliese: l’ Arancia del Gargano.
L’ Arancia del Gargano IGP diviene così il quinto prodotto a marchio UE del Gargano. Prima della regina degli agrumi, avevano ottenuto il prezioso riconoscimento i seguenti prodotti:
• Olio Dauno DOP
• Limone Femminello IGP
• Oliva da Tavola “bella della Daunia” DOP
• Canestrato Foggiano DOP
Cosa significa IGP?
IGP è l’ acronimo di Indicazione Geografica Protetta, marchio di origine che l’ Unione Europea assegna ad un determinato prodotto, originario di una regione e di un paese, le cui qualità, reputazione e caratteristiche si possono ricondurre all’origine geografica, e di cui almeno una fase della produzione, trasformazione ed elaborazione avvenga nell’area delimitata. Il livello di tutela qualitativa sancito dall’ assegnazione del marchio diviene sinonimo di garanzia sia per il consumatore, certo di acquistare un prodotto di qualità, sia per i produttori che vengono messi al riparo da eventuali imitazioni o tentativi di concorrenza sleale.
Quali sono le caratteristiche distintive dell’ Arancia del Gargano IGP?
L’Arancia del Gargano si produce e viene confezionata in provincia di Foggia in un territorio compreso tra i comuni di Vico del Gargano, Ischitella e Rodi Garganico, in pratica il tratto costiero e sub-costiero settentrionale del promontorio del Gargano. La particolarità del prodotto è data dal suo periodo di maturazione che avviene a fine aprile-maggio e talvolta anche agosto, in netta controtendenza con l’epoca di altre aree agrumicole italiane. Altra caratteristica del prodotto, sottolinea la Coldiretti , è data dalla sua spiccata serbevolezza che, in tempi passati, le consentiva di viaggiare anche per 30-40 giorni verso gli Stati Uniti in perfetto stato.
La produzione non supera le 30 tonnellate per ettaro per la tipologia “Biondo comune del Gargano” e le 25 tonnellate per ettaro per la tipologia “Duretta del Gargano”.Da amicidelgargano
Dal canto ai rumori dell’aratro, le registrazioni di Gianni Bosio in un libro sorprendente, «1968: una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea e Clara Longhini», con tre Cd. Il volume sarà presentato il 1 ottobre, alle 17,30 al Circolo Gianni Bosio. Per l’occasione, una mostra delle foto di Clara Longhini e Alan Lomax. A seguire, un intervento musicale dei Malicanti
Alessandro Portelli
All’inizio di agosto del 1968, Gianni Bosio e Clara Longhini sono a Lecce. Sono in vacanza in Salento ma (come negli anni seguenti in Calabria, Sicilia e Sardegna) la vacanza è un viaggio di ricerca e di scoperta, con registratore, macchina da presa, diario di lavoro. Il mercato di Lecce, annota Clara Longhini, non ha niente di speciale. Persino le grida dei venditori sono assenti o deludenti. E allora, invece di spegnere il magnetofono, Bosio fa una cosa insolita: allarga il campo e registra il vocìo, i rumori del traffico, il «paesaggio sonoro» della città. Un gesto che sottolinea la trasformazione da lui immessa nella ricerca sul campo: non solo i materiali codificati, le forme riconosciute (le grida dei venditori) ma un contesto ampio, di cui ancora non riconosciamo le forme (e che magari non ne ha) ma che cominciamo a documentare per poterci ragionare in futuro. Qualche anno prima, così era cominciata la ricerca in città: con il registratore a un angolo di strada a Milano, fissando il suono della metropoli.
Il luogo è importante (un Salento ancora non di moda) ma lo è anche il tempo: siamo nel 1968, mentre mezzo mondo sta sulle barricate Gianni Bosio sta a Otranto, Martano, Calimera, Lecce, e registra cose apparentemente lontanissime, in realtà il sostrato profondo dei sommovimenti visibili. Poi – annota Clara Longhini – siccome è in vacanza, si siede sotto l’ombrellone con le gambe al sole e si scotta perché è troppo immerso nella lettura di un libro affascinante: il Capitale di Marx.
La storia di quei diciassette giorni è adesso in un libro elegante e sorprendente 1968: una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea e Clara Longhini (Kurumuny, Calmiera-Lecce, 2007, pp. 347 e tre Cd audio, 25 euro). Naturalmente, Bosio e Longhini non raccolgono solo rumori e paesaggi sonori, ma anche molte storie e moltissima musica. Come già nelle precedenti registrazioni di Lomax e Carpitella, c’è un poco di pizzica (alla festa di San Rocco a Torrepaduli ascoltano «una movimentata tarantella napoletana, definita localmente pizzica») e tante altre espressioni di una cultura materiale, linguistica, musicale tutt’altro che unidimensionale e consumabile. Di questi nastri, avevo sentito solo il lacerante lamento funebre di Angela Bello a Otranto. Adesso, mi affascina ascoltare – cantata dalla figlia di Angela che l’ha imparata dalla madre – una bella versione del Testamento dell’avvelenato, una ballata che circola dall’Italia alla Scozia agli Stati Uniti (io l’ho sentita da immigrate calabresi in una borgata romana) e da Angela Bello a Bob Dylan e Harry Belafonte. Ma il momento più alto è la completa registrazione del canto di passione grecanico, I passiùna tu Cristù, eseguita da cantori e suonatori che ritroveremo trent’anni dopo in uno splendido disco delle edizioni Aramirè (anche a questo servono le registrazioni: a vedere che cosa resta e cosa cambia, nel canto e nei cantori, nel corso del tempo). Raramente una performance di tradizione orale ci è stata restituita con tanta accuratezza documentaria, degna erede dell’acribia filologica di Gianni Bosio: comprende la registrazione sonora, che occupa un intero Cd, l’analisi musicologica e la trascrizione musicale curate da Ignazio Macchiarella, nonché la trascrizione e traduzione del testo affiancate dalla riproduzione anastatica del manoscritto del cantore Salvatore Russo. Al centro del libro stanno le fotografie di Clara Longhini (che insieme col diario danno la misura di quanto sia stato importante il suo contributo, spesso misconosciuto, all’intero progetto di ricerca del Nuovo Canzoniere Italiano e dell’Istituto Ernesto de Martino). Come le registrazioni a microfono aperto, anche le fotografie sono il risultato di uno sguardo ad ampio raggio: i visi e le posture dei cantori e dei narratori, ma anche le luci della festa, gli affreschi bizantini, le processioni, i vestiti, un asino bardato, i contesti di lavoro. Mentre Bosio registra i suoni dell’aratura – il canto, ma anche la campanella, gli incitamenti al cavallo, gli scricchiolii del carro e dell’aratro – Clara lo accompagna con una sequenza di immagini, che ci aiuta a capire il senso dei suoni.
Proprio la registrazione di Martano induce Bosio a una serie di riflessioni raccolte nel saggio incompiuto che conclude il libro, sull’importanza della relazione fra performance, funzione e contesto. Sono annotazioni autocritiche rispetto alle precedenti esperienze del Nuovo Canzoniere e dei Dischi del Sole, ipotesi di nuovi approcci e progetti di nuovi lavori. Purtroppo, poco di tutto questo si poté realizzare. Tra i motivi ricorrenti nel diario di Clara Longhini, infatti, ci sono i limiti che le ristrettezze finanziarie impongono a una ricerca condotta fuori degli schemi istituzionali e mercantili: lei che ha finito i rullini proprio mentre inizia la danza-scherma a Torrepaduli, Bosio che contravviene alla sua norma fondamentale e ogni tanto, per risparmiare sul costosissimo nastro, spegne il registratore. È un po’ una metafora delle difficoltà che il movimento fondato da Bosio sperimentò in tutta la sua esistenza e che si veniva accentuando, paradossalmente, proprio in quegli anni di ripresa del movimento. Anche perciò, ci sono voluti quasi quarant’anni perché i materiali vedessero la luce. Forse, se fossero usciti allora, tanti equivoci ce li saremmo risparmiati.
Nel 2005, Clara Longhini torna in Salento. Molte cose sono cambiate: «Non ci sono più animali nei campi. Buona cosa, certo, ma…» Ma qualcosa si è perso. Nel suo diario, pubblicato qualche anno fa dalle edizioni Aramirè, Luigi Stiffani, il violinista delle tarantate, parlava della scomparsa di altri animali: adesso, diceva, il ragno che avvelenava le tarantate non c’è più, perché nei campi ci sono tanti veleni nuovi e anche quelle bestiole sono scomparse. Al dolore che si esprimeva nel tarantismo si sostituiscono veleni e sofferenze irriconoscibili, perché spesso nascoste sotto la maschera del progresso.
Le elezioni primarie si svolgeranno domenica 14 ottobre 2007 dalle 7.00 alle 20.00, in un seggio allestito dai comitati promotori in ogni città del Gargano.Per l’assemblea nazionale “Democratici per Veltroni”
Leggieri Loredana S. Marco in Lamis
Cusenza Gaetano S. Giovanni Rotondo
Petracca Libera Carpino (in boccalupo)
Giuffreda Antonio Vieste
Per l’assemblea regionale “Democratici per Emiliano”
Giuffreda Carmela S. Giovanni Rotondo
Squeo Costantino Sannicandro G.
Carbonella Filomena Ischitella
Di Carlo Michele Eugenio Vieste
Abruzzese Donatella Vico del Gargano
Azzellino Michele Rodi G.
De Simone Palma Maria Cagnano Varano
Comitato Garganico Democratici per Veltroni e Emiliano
Un convegno internazionale e una grande festa, a Roma rispettivamente il 29 e 30 settembre, celebrano la sottoscrizione da parte dell’Italia della convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile. «Noi partiamo per ultimi, ma poi diventiamo i primi», ha detto il sottosegretario ai Beni culturali Danielle Mazzonis, ricordando il «grandissimo ritardo» con cui il Parlamento ha approvato (all’unanimità alla Camera e al Senato) nelle scorse settimane le due convenzioni sulle diversità culturali e sui Beni Intangibili. Quest’ultima, ha proseguito il sottosegretario, «riguarda tutto ciò che ci caratterizza, dalle feste ai dialetti, dalla musica alle specificità culinarie». «L’Italia ha molto da inserire in queste liste», ha aggiunto la Mazzonis, e potrebbe accadere come per i siti del Patrimonio culturale, dove il nostro paese è partito in ritardo, ma ora è quello che ne detiene il numero più alto. Il convegno internazionale di sabato, che si svolgerà alla Biblioteca Nazionale, ha appunto lo scopo di illustrare a Regioni e enti locali la nuova convenzione, far conoscere cosa sta già accadendo all’estero (soprattutto in Francia), in che consiste l’iter burocratico per presentare le eventuali candidature, che il ministero dei Beni-attività culturali proporrà quindi in sede Unesco. In Italia c’è grande urgenza di rintracciare queste espressioni di cultura intangibile che altrimenti rischiano la dispersione, con la conseguente scomparsa di molte manifestazioni, ha detto l’assessore alla Cultura della provincia di Roma Vincenzo Vita, che ospita Le giornate della Cultura Immateriale: musiche, danze e cortei ai Fori Imperiali. «Non si tratta di fare i passatisti – ha aggiunto – questo non è folklore, ma l’occasione di sviluppare, in epoca di globalizzazione, il valore del locale».
Anticipiamo uno stralcio della relazione che il presidente del circolo Gianni Bosio terrà oggi al convegno organizzato alla Biblioteca nazionale di Roma. Il tema riguarda il lavoro, la memoria e la salvaguardia della tradizione orale
Alessandro Portelli – 29/09/2007
Scriveva Ralph Waldo Emerson, poeta e filosofo del Rinascimento americano: «La sacralità inerente all’atto della creazione, all’atto del pensiero, viene trasferita alla sua registrazione. Il cantare del poeta era sentito come qualcosa di divino; pertanto, anche la canzone è divinizzata. Lo scrittore era uno spirito giusto e saggio; d’ora in avanti, allora, il libro è perfetto, e l’amore per l’eroe diventa amore per la sua statua.» Ciò di cui Emerson ci parla riguarda la differenza fra un bene immateriale come processo, come azione – l’atto del cantare – e l’idolatria verso il suo consolidamento come testo, registrazione, libro, manufatto.
L’atto, la capacità creatrice è quello che conta; il risultato ne è solo la testimonianza. Questo è tanto più vero in quelle culture che, affidandosi soprattutto all’oralità, producono i cosiddetti beni culturali immateriali: beni, cioè, che non consistono in oggetti o in testi, ma nella possibilità socialmente diffusa di crearli o ri-evocarli. Una tradizione infatti non è un repertorio di forme immutabili, bensì un processo in continua evoluzione, reso possibile dalla capacità dei suoi protagonisti di evocare memoria e di produrre cambiamento.
Scrive Leslie Marmon Silko, autrice americana indiana Pueblo: «Oggi la gente pensa che le cerimonie dovrebbero essere eseguite esattamente come si è sempre fatto, e che basta un lapsus perché la cerimonia debba essere interrotta o il disegno di sabbia distrutto. Ma il cambiamento è cominciato già molto tempo fa, quando la gente ha ricevuto in eredità queste cerimonie, non fosse altro che per l’invecchiare del sonaglio di zucca giallo o il restringersi della pelle sull’artiglio d’aquila, o anche solo per come cambiavano le voci di generazione in generazione di cantori.» Dunque, lavorare per i beni immateriali della tradizione orale non significa proteggere l’immutabilità di culture folkloriche pensate come residui congelati di passati localistici (come nel folklorismo fascista che relegava il mondo popolare in uno spazio di subalternità con la pretesa di esaltarne le tradizioni). Significa, piuttosto, garantire il diritto e la possibilità che la tradizione si trasformi con i suoi stessi mezzi e secondo le proprie necessità, e che questa trasformazione non sia né eterodiretta né imposta.
D’altra parte, la memoria stessa è soprattutto un processo: non un deposito di dati in via di progressivo disfacimento, ma una perenne ricerca di senso nel rapporto con il passato e nel riuso dei repertori culturali. Nessun cantore o suonatore eseguirà due volte lo stesso brano nello stesso modo, nessun narratore dirà due volte la stessa storia con le stesse parole; perché, anche se vengono dal passato, queste espressioni si materializzano nel presente e il presente vi irrompe con le sue domande e le sue richieste. Infatti, gran parte delle forme espressive popolari sono destinate all’improvvisazione: basta pensare allo stornello, al blues, all’ottava rima, persino al rap, ai muttus della tradizione sarda. In questo caso, non è tanto la singola ottava o il singolo stornello a costituire un bene culturale, quanto la capacità del cantore o del poeta di reinventarne sempre di nuovi.
Per questo però, come scrive un’altra autrice Pueblo, Paula Gunn Allen, le culture che fanno affidamento sull’oralità sono sempre «a una generazione dalla scomparsa»: basta il silenzio di una generazione perché essere si perdano. Le culture popolari hanno i loro specialisti ma non si affidano solo a loro: ciascuno mette mano alla loro continuità anche solo ripetendo (a modo suo) le espressioni trasmesse nella memoria culturale. Come mediano fra memoria e innovazione, continuità e cambiamento, così le culture dell’oralità si collocano su un difficile e affascinante crinale, fra il locale e il globale. Rinchiudere il «folklore» dentro una definizione regionalistica locale è un’altra violenza. Proprio perché sono immateriali, le creazioni della cultura orale volano senza frontiere: nel sud segregazionista degli Stati Uniti, la sola cosa che bianchi e neri condividevano era la musica. Se una ballata come Il testamento dell’avvelenato la troviamo in Italia nel XVI secolo, oggi è in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, fatta propria da Bob Dylan e persino dai Led Zeppelin.
Tutto ciò non nega l’importanza della documentazione e della conservazione dei testi e degli oggetti. Nel suo «Elogio del magnetofono», Gianni Bosio notava che proprio la possibilità tecnologica di fissare le performance della cultura orale rende possibile la loro conoscenza critica e quindi il riconoscimento della loro complessità e ricchezza. Questo è il compito della documentazione: i beni culturali immateriali non si identificano con le registrazioni, con i manufatti, con i testi raccolti negli archivi, nelle biblioteche, nei musei; ma abbiamo bisogno di archivi, biblioteche, musei per documentare la storia, per riconoscere le trasformazioni, anche semplicemente per mettere in scena il pubblico riconoscimento dell’importanza – più ancora che di questi oggetti – delle persone e dei gruppi sociali che li hanno creati e che continuano a farlo.
Gianni Bosio affermava, a proposito di culture non egemoni, che il lavoro culturale è destinato a trasformarsi in lavoro politico perché deve proteggere e creare politicamente le condizioni della propria possibilità: la libertà di parola e di comunicazione, l’uguaglianza, la presenza dialogica e antagonista del mondo popolare. Diceva Woody Guthrie: «la canzone popolare è forte se è forte il movimento operaio»: le culture popolari vivono se vive il potere sociale dei loro protagonisti e creatori, se vivono le loro forme di rappresentanza organizzata e di presenza consapevole, i loro diritti civili e politici.
Una politica di tutela e promozione dei beni culturali immateriali comincia con la difesa e l’allargamento della democrazia, della cittadinanza, del diritto di parola e, soprattutto, del diritto a essere ascoltati. Comincia ripensando al grande insegnamento di Ernesto de Martino, quando ricorda i suoi anni di ricerca etnografica al sud: «entravo nelle loro case – scriveva – «come un compagno», come un ascoltatore intento non a estrarre da loro canti o formule o credenze, ma a vivere con questi uomini del nostro tempo, questi cittadini del nostro paese, dentro una storia che è la nostra stessa storia.
«Appena fuori dai confini della provincia di Foggia, gli elementi che la valorizzano nel suo complesso sono riconosciuti anche da organizzazioni prestigiose e assai attente a selezionare gli spicchi del territorio italiano dove si conserva l’equilibrio tra qualità e tipicità degli alimenti. È questa la nostra risorsa maggiore: per la vita di chi risiede e per coloro che scelgono di venire nella provincia di Foggia». Così Antonio Giuffreda commenta l’ingresso dei formaggi di capra garganica tra gli oltre 200 Presìdi italiani tutelati dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità.
A Bra, in provincia di Cuneo, dove lunedì si è tenuta l’edizione 2007 di "Cheese", è stato Pierangelo Masullo, giovane allevatore foggiano, a raccontare l’esperienza delle produzioni ricavate dall’allevamento della capra garganica, razza estremamente rustica che ben si adatta al difficile ambiente dell’altopiano pugliese. L’animale, a rischio di estinzione, riesce infatti a resistere alle alte temperature della zona e regala un latte profumato e ricco di aromi.
«Il Gargano è un pezzo di Capitanata che dobbiamo tutti valorizzare -dice ancora Giuffreda, candidato nel collegio numero 2 di San Giovanni Rotondo, nella lista "Democratici per Veltroni" per l’assemblea costituente nazionale del Partito Democratico-. Insieme al patrimonio ambientale, esprimiamo valori fondamentali per il benessere e la qualità della vita delle persone, come dimostra anche il fatto che qui sono stati riconosciuti già 6 presìdi Slow Food sui 10 pugliesi: dagli agrumi all’anguilla di Lesina, dal caciocavallo podolico alla capra, dalla fava di Carpino alla vacca podolica».
Da OndaRadio
Fava di Carpino
I terreni calcarei e argillosi di Carpino sono perfetti per la coltivazione delle fave. E non a caso proprio qui, da sempre, si coltiva una delle varietà più apprezzate di tutta la Puglia. Si produce in rotazione con il grano duro, le barbabietole da zucchero, i pomodori e i lupini.
La semina avviene nei mesi di ottobre e novembre. Non si concimano (anzi, la fava è una pianta che arricchisce il terreno di azoto) e non si trattano: le erbette infestanti si tolgono a mano. A giugno, quando le piante sono ingiallite, si falciano a mano e si legano in covoni (i cosiddetti manocchi) che si lasciano seccare sul campo. Nel frattempo si predispone un’area circolare (arij) bagnando il terreno, ricoprendolo di paglia e pressandolo. Lo scopo è quello di creare uno strato duro e compatto su cui poter lavorare. Nel mese di luglio, quando i manocchi sono ben secchi, si sistemano sull’arij (dopo aver eliminato la paglia) e, quando il sole è alto, si passa alla fase della pesa: un agricoltore sta al centro dell’area, mentre uno o più cavalli girano in tondo schiacciando i covoni. Quindi, con tradizionali forche di legno, si separano le fave dalla paglia. Per eliminare anche le particelle più minute, infine, si sollevano con pale di legno e si gettano in aria approfittando della brezza pomeridiana.
Gli appezzamenti destinati alle fave di Carpino sono perlopiù molto piccoli – in media mezzo ettaro – e la produzione è quantitativamente modesta.
I produttori del Presidio coltivano anche lupini e olivi, da cui ricavano olio extravergine e olive da mensa.
A tavola
Piccolina e con una fossetta nella parte inferiore, la fava di Carpino è verde al momento della raccolta e, con il tempo, diventa color bianco sabbia. Tenera e saporita, tradizionalmente si cuoce nelle pignatte di terracotta sul fuoco dolce del camino. Si mangia come contorno – condita semplicemente con un filo di extravergine di oliva – oppure come primo piatto: cotta con erbe spontanee, con la zucca oppure con la carne di maiale.
La tradizione abbina questi semplici piatti a un vino rosato; per rimanere sul territorio, si scelga un rosato di Castel del Monte. Il corpo e la spiccata acidità di questo vino contrastano con le note dolci della fava e della zucca, riequilibrando piacevolmente il palato.
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival riconosciuta come protettrice di un patrimonio che tra cultura tradizione, folclore o cultura immateriale, fa parte di tutti noi«Per festeggiare questa vittoria italiana, di cui siamo orgogliosi, dopo anni di dimenticanza e trascuratezza – conclude la nota – il 30 settembre prossimo ai Fori Imperiali verrà festeggiata la Giornata della Cultura Immateriale e tutti i cittadini sono invitati per conoscere da vicino le nostre tradizioni con una manifestazione gioiosa e vitale del patrimonio immateriale dell’Italia. Il Gargano sarà rappresentato dai Cantori di Carpino che si esibiranno alle ore 11.00. Ma l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival sarà presente a Roma già dal giorno 29 settembre per sostenere lÂ’Associazione Totarella che in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Danza e l’Istituto di Alta Cultura anticiperanno i festeggiamenti con un seminario-spettacolo tenuto presso il Teatro Ruskaja».